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Vademecum sulla Punteggiatura

«Mentre l’inventario dei grafemi e le regole della loro combinazione è stato abbastanza stabile nel corso dei secoli, lo stesso non si può assolutamente dire per la punteggiatura» (Maraschio 1995)

La punteggiatura (o interpunzione) è l’insieme dei segni convenzionali che serve a scandire il testo scritto e, in secondo luogo, a riprodurre le intonazioni espressive del parlato.

Più precisamente, la punteggiatura svolge diverse funzioni.

  1. Funzione segmentatrice, quando distanzia tra di loro gli elementi del testo
  2. Funzione sintattica, quando scandisce le gerarchie degli elementi del testo, consentendo di individuarne le funzioni e di segnalare l’articolazione logica del discorso
  3. Funzione emotivo-intonativa, quando suggerisce l’intonazione con cui leggere le frasi
  4. Funzione di introduzione del discorso diretto, quando segnala le battute nei dialoghi
  5. Funzione di commento, quando segnala nel testo gli interventi dell’autore o eventuali note aggiunte
  • Il punto (anticamente punto fermo, maggiore, stabile, finale periodo)

Si usa per indicare una pausa forte che segnali un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

«Non è raro, nello scrivere moderno, l’uso del punto fermo dove una volta si sarebbero messi i due punti o anche il punto e virgola. Su ciò non possono darsi regole fisse: il prudente arbitrio dello scrittore giudicherà in ogni caso quel che convenga meglio» (Malagoli 1905: 133).

  • La virgola (detta nel passato anche piccola verga)

Indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può infatti agire all’interno della proposizione, ma può anche travalicarne i confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua funzione di cesura fra le diverse proposizioni» (Biffi 2002).

  1. Si può usare: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi). Nel periodo si usa per segnalare frasi coordinate per asindeto (senza congiunzione, es: studiavo poco, non seguivo le lezioni, stavo sempre a spasso, insomma ero davvero svogliato), per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette). Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono cioè ‘lo seguirono solo quelli che credevano in lui’ è una relativa limitativa; gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono, ovvero ‘lo seguirono tutti gli uomini perché credevano in lui’, è una relativa esplicativa.
  2. Non si mette: tra soggetto e verbo (se altre parole si frappongono tra questi due elementi occorre prestare più attenzione); tra verbo e complemento oggetto; tra il verbo essere e l’aggettivo o il nome che lo accompagni nel predicato nominale; tra un nome e il suo aggettivo.
  • Il punto e virgola (punto acuto, punto coma)

Segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso spesso dipende da una scelta stilistica personale. Si adopera soprattutto fra proposizioni coordinate complesse e fra enumerazioni complesse e serve a indicare un’interruzione sul piano formale ma non sul piano dei contenuti («il capo gli si intorbidò di stanchezza, di sonno; e rimise la decisione all’indomani mattina», A. Fogazzaro, Piccolo mondo moderno).

  • due punti (punto addoppiato, doppio, piccolo)

Avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni 1989: I 222 riconosce quattro funzioni dei due punti che sembra utile riprendere: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco.

  • Il punto interrogativo (punto domandativo, «che con linea sopra capo… ma tortuosa, si segna», A.M. Salvini, Prose toscane, 1735)

Si usa alla fine delle interrogative dirette, segnala pausa lunga e l’andamento intonativo ascendente della frase.

  • Il punto esclamativo (affettuoso, patetico, degli affetti, ammirativo)

è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e l’andamento discendente della frase.

-I punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità.

  • puntini di sospensione

Si usano sempre nel numero di tre, per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. In filologia, i puntini, posti fra parentesi quadre, servono a segnalare l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato (Malagoli 1912 scriveva: «se indicano un’omissione di lettere in una parola, sono tanti i puntini quante le lettere che mancano»).

  • Il trattino 

Può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite.

  • La sbarretta 

Serve a indicare l’alternativa tra due possibilità (scelga il mare e/o la montagna) e nelle date è usata al posto del trattino.

  • L’asterisco

Si usa per un’omissione (nel numero di tre consecutivi: non voglio parlare di quel ***) o in linguistica per segnalare che la parola o la frase non è grammaticalmente corretta o è una forma ricostruita teoricamente ma non attestata.

  • Le virgolette

Possono essere alte (” “), basse o sergenti (« »), semplici o apici (‘ ‘). Alte e basse si usano indifferentemente per circoscrivere un discorso diretto o per le citazioni. Possono anche essere usate per prendere le distanze dalle parole che si stanno usando (e nel parlato si dice infatti «tra virgolette»). Possono essere sostituite spesso con il corsivo, che si usa per parole straniere o dialettali usate in un testo italiano e in citazioni brevi. Le virgolette semplici si adoperano più raramente soprattutto per indicare il significato di una parola o di una frase. In generale, sulla stampa la scelta delle virgolette è fortemente determinata dalle singole regole editoriali.

  • Le parentesi tonde

Si usano per gli incisi, in concorrenza con virgole e trattino lungo. Le parentesi quadre servono, ma assai raramente, per segnalare un inciso dentro un altro inciso composto con tonde (quindi al contrario di quanto avviene in matematica le parentesi quadre sono dentro le tonde) oppure racchiudono tre puntini di sospensione per segnalare, come già detto, un’omissione.

Infine, una raccomandazione sull’incontro tra diversi segni di punteggiatura: eventuali punti esclamativi o interrogativi vanno posti prima del segno di chiusura di parentesi, virgolette o trattino lungo (Con te non parlerò mai più! –  urlò fuggendo per le scale), gli altri segni vanno posti dopo la parentesi chiusa: non vi parlerò a vuoto (se avrete la grazia di ascoltarmi), ma vi porterò prove tangibili della mia innocenza. Per le virgolette e il trattino la posizione degli altri segni interpuntivi è meno rigida e può dipendere ancora una volta da singole scelte editoriali. Sul valore di una punteggiatura ben scelta si può concludere citando G. Leopardi, che scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: “Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”.

SAPERNE DI PIÙ

Prontuario di punteggiaturaTitolo: Prontuario di punteggiatura
Autore: Bice Mortara Garavelli
Editore: Laterza
Data di Pubblicazione: Giugno 2003
Collana: Universale Laterza

Punteggiatura. Vol. 2: Storia, regole, eccezioni. Punteggiatura e discorso. - Serafini Francesca Taricco Filippo - wuz.itTitolo: Punteggiatura. Vol. 2: Storia, regole, eccezioni. Punteggiatura e discorso
Autore:  Francesca Serafini Filippo Taricco
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Data di Pubblicazione: 09 Maggio ’01
Collana: Scuola Holden

Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiaturaTitolo: Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura
Autore: Francesca Serafini
Editore: Laterza
Data di Pubblicazione: Gennaio 2014
Collana: Economica Laterza

La punteggiatura corretta. La punteggiatura efficaceTitolo: La punteggiatura corretta. La punteggiatura efficace
Autore: Antonio Frescaroli
Editore: De Vecchi (23 aprile 2009)
Data di Pubblicazione: 01/01/2003
Collana: Lingue. Italiano

La punteggiaturaTitolo: La punteggiatura
Autore: 
Simone Fornara
Collana: Bussole (406)
Edizione: 112010
Ristampa: 2^, 2011

Titolo: Prontuario di punteggiatura
Autore: Mortara Garavelli Bice
Editore: Laterza
Edizione: 11
Data di Pubblicazione: 2003
Collana: Universale Laterza

Tragedia di una virgola

C’era una volta una povera Virgola
che per colpa di uno scolaro disattento
capitò al posto di un punto
dopo l’ultima parola del componimento.
La poverina, da sola,
doveva reggere il peso
di cento paroloni,
alcuni perfino con l’accento.
Per la fatica atroce
morì. Fu seppellita
sotto una croce
dalla matita blu del maestro,
e al posto di crisantemi e semprevivi
s’ebbe un mazzetto di punti esclamativi.

Gianni Rodari

da Filastrocche in cielo e in terra (Einaudi Ragazzi)

FONTI:
http://www.accademiadellacrusca.it/

http://www.lafeltrinelli.it/

http://www.zanichellibenvenuti.it/wordpress/?p=48

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/uso_punteggiatura/Serafini.html

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From North to South. How Many Italies?

150 years have passed since Italy’s unification, but the positive image of the unity is certainly not without its darker corners. The country faces several challenges and opportunities. Moreover, many of these challenges and opportunities are both framed and manifested geographically. From the persistence of ‘la questione Meridionale‘ to a politics ‘dopo Berlusconi’ (after Berlusconi), geography figures prominently in the past, present and future of Italy. Through a tour of Italy’s social, economic and political geographies, the realities and myths behind Italian “unification” are explored and framed as ongoing, if not necessary, tensions between local, regional, national and global interests and processes. Whether or not and how such forces are unique to Italy is open to debate, as is the notion of a truly unified Italy, or any other country for that matter. What is clear is that the ways in which Italy and Italians respond to and mediate contemporary social, economic and political forces will serve to reshape and re-unify the country in new and important ways that are quite distinct from the past.

What does it mean?

  • Terroni

“The word ‘terrone’ is an offensive term used by people in northern Italy in order to describe those from southern Italy… etymologically it is tied to the term ‘terra (dirt, land)…[thus] it is often associated with that type of person who is ignorant, uneducated, lazy, unwilling to work, rude, and of poor hygiene… [indeed] an Italian court judged that it is a derogatory an offensive term [which carries legal consequences when used to insult a person]” 

  • Polentoni

“Polentone’ is an offensive term used by people in southern Italy in order to describe those from northern Italy. With an etymology tied to the term ‘polenta (cornmeal). Not dissimilar to terrone, polentone is often associate with that type of person who is ignorant, uneducated, and of poor hygiene usually suffering of pellagra, a vitamin B3 deficiency.”

 

Pino Aprile, Terroni. All That Has Been Done To Ensure That The Italians of The South Became “Southerners”*

This book  is a well-documented, courageous description of what the Italians did to themselves and why 150 years after the Unification of Italy the differences between the North and the South are even more accentuated. This inequality has left an indelible mark. Those of us who believe that this was due to a purely geographical factor must now reconsider this notion, along with those who hold the incorrect belief that the South of Italy is the poorer and more backward part of our country. What were the real factors that created this diversity? With what awareness did they perpetrate their own ideals in order to gain more profit? Who rendered a part of our society so submissive and often fearful?

This is a work that analyzes the sociopolitical changes of a nation, and that is not afraid to unveil all of those uncomfortable truths that even the history books have so often refused to print.

Lorenzo Del Boca, Polentoni. How And Why The North Was Betrayed

“Italy today is paying the price for the accepted terms of payment in the hasty construction of the unified state. The result was a nation put together hurriedly and with an imposed institutional framework that it borrowed from France, which had to its credit however, centuries worth of historical background as a unified state.”

Lorenzo Del Boca makes his contribution to the copious amount of literature which flood the shelves of our book stores on the occasion of the 150th anniversary of the Unity of Italy.

After Indietro Savoia! and Maledetti Savoia, which are the foundation of his personal historical reconstruction of the Risorgimento, the journalist has released Polentoni in which he concentrates his research on that part of Italy that – according to him – benefited the least from the Unification: the North.

*The book Terroni. All That Has Been Done To Ensure That The Italians of The South Became “Southerners” has recently been translated into English thanks to funding provided by ILICA.

 

From North to South, with Beauty

 

MORE:

http://www.economist.com/node/14214871

http://www.italymagazine.com/italy/north-south-gap-getting-worse-italy

TAKE IT EASY:

http://rickzullo.com/regional-differences-in-italy/

SOURCES:

http://www.ilicait.org/

http://www.itanes.org/

http://www.i-italy.org/

 

Fascismo Linguistico

Un regime fondato sulle parole, è stato detto del fascismo, di cui ricordiamo spesso gli aspetti plateali e ai nostri occhi ridicoli: il bluff degli ‘otto milioni di baionette’ o dello ‘spezzeremo le reni alla Grecia’, le parole d’ordine ‘tireremo dritto’, ‘chi si ferma è perduto’, ‘credere, obbedire, combattere’, gli slogan ‘se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi’, ‘meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecora’.

Mezza cartuccia. Più originali, e alcuni coniati proprio da Mussolini, i modi per schernire nemici e ‘disimpegnati’: panciuti, panciafichisti, bracaioli, pantofolai, borghesoidi. Ma l’offesa preferita era ‘mezza cartuccia’, sopravvissuta nella lingua corrente. Primo bersaglio fu nientemeno che Vittorio Emanuele III: «Non ho colpa io se il re è fisicamente una mezza cartuccia» disse il duce al genero Galeazzo Ciano «è naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo».

Mi dia del voi! I principali cambiamenti della lingua, nel Ventennio, riguardarono la sostituzione del ‘lei’ di cortesia con il ‘voi’, le parole straniere e i nomi propri. La campagna in favore del ‘voi’ risale al 1938 e fu voluta dal segretario del partito nazionale fascista, Achille Starace. Mussolini approvo immediatamente: il ‘lei’ era straniero (fatto peraltro non vero), borghese e snob, dunque antifascista. Andava rimpiazzato, così come il saluto romano doveva sostituire la stretta di mano «per temprare il carattere degli italiani». Per non correre rischi, persino la rivista femminile Lei (in questo caso pronome personale femminile) cambiò la testata in Anna bella.

Non ci fu mai una vera legge (solo una disposizione limitata agli uffici pubblici), e il ‘voi’ ebbe fortuna soprattutto tra i ceti medio-bassi, sia per cieca obbedienza, sia perché in molti dialetti italiani, specialmente al Sud, si usava già correntemente. Ma a molti diedero fastidio la petulanza e l’arbitrarietà immotivata di quell’imposizione. Benedetto Croce, che da buon napoletano aveva fin lì usato il ‘voi’, passò immediatamente al ‘lei’. E un altro risultato fu la diffusione del ‘tu’, che non era proibito.

Tassàti. La battaglia per il purismo della lingua italiana non fu un’esclusiva dei fascisti, che però la fecero propria. Le insegne con termini stranieri non furono proibite, ma tassate già a partire dal 1923. Gurono penalizzate in particolare quelle di cui era disponibile un sinonimo italiano. Coiffeur, bar, garage, hotel, caddero sotto imposta maggiorata. Tram, rhum, the, ne furono esentati. Ma nel 1926 anche ‘bar fu dispensato: il corrispondente ‘taverna’ risultò inadeguato. Nel 1937 si arrivò a colpire le scritte esotiche con imposte 20 volte maggiori (quota minima 750 lire, 490 euro di oggi).

Il dizionario commissionato da Mussolini alla Reale Accademia d’Italia  per «estirpare la mala pianta dell’orrore dell’esotismo» non si realizzò mai, ma i linguisti lavorarono sodo per formulare le loro ipotesi e i cittadini vennero coinvolti dai giornali. Alle campagne del Popolo d’Italia per il purismo della lingua, si affiancò nel 1932 la torinese Gazzetta del Popolo, pubblicando 300 schede quotidiane per «ripulire la nostra lingua dalla gramigna delle parole straniere che hanno invaso e guastato ogni campo». Poco prima il periodico Scena illustrata aveva animato un dibattito con il lettori per scegliere l’equivalente italiano del francese chauffeur. La rissa filologica portò, banalmente, ad ‘autista’. Il quotidiano romano La Trivuna bandì un concorso in piena regola (primo premio: mille lire). Il gioco cultural-patriottico riguardava 50 esotismi. Vinse, come traduzione di dancing, sala da ballo (bocciati: balleria, danzatorio, caffè-ballo e ballatoio).

Togliere il menu. Lo stesso Mussolini intervenne di persona, per esempio, contro la scritta Majestic Soda Parlor in via Veneto a Roma e contro un ristorante di Bologna che esponeva in vetrina il menu. E si preoccupò di dirimere alcune controversie. Nel caso di bidet ordinò di lasciare le cose come stavano: dar spazio a una pubblica disquisizione sul tema non era confacente al regime.

Via del Littorio. Oltre a città e paesi, cambiarono nome strade e piazze. Dei simboli del fascismo, il littorio ebbe la maggior fortuna, ancora oggi,in una dozzina di comuni, sopravvive una via del Littorio. Mussolini avversò invece l’intitolazione a sé o ai propri familiari di vie, istituzioni, edifici, e via dicendo.

Italimpera. Quanto ai nomi di battesimo, genitori zelanti provvidero a onorare la loro fede laica, come del resto era già costume tra i socialisti e gli anarchici. Al duce e famiglia furono dedicati tanti Benito nonché Bruno, Vittorio e Romano (i figli maschi di Mussolini). Altri nomi s’ispirarono ai simboli e alle parole del regime, da Allarmi a Guerriero, da Ardito ad Ariano. Altri all’impero e alle imprese in Africa: Makallé, Tripolina, Impero, Italimpera e ,ovviamente, Roma. Con perfino qualche composto del tipo Vittoria Itala Germana, Benito Vittorio Umberto o Edda Benita Galeazzo.

Catturaa

Cattura 3

MAGGIORI INFORMAZIONI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/lingua-del-fascismo_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

http://www.initalia.rai.it/parole.asp?contId=416

FONTI:

http://www.focus.it/

Scrivere una Lettera

Una volta si scrivevano con passione, si attendeva con impazienza e curiosità. Prima di spedirle, a volte, si spruzzava un po’ del proprio profumo sulla carta, si imbellettavano, si stilavano con perizia, stando attenti alla calligrafia. Alcune si appendevano in bacheca, altre si incorniciavano, oppure semplicemente si conservavano nel “cassetto dei ricordi”.
Ma i tempi sono cambiati. Capita sempre più di rado di spedire delle lettere, e tanto meno di riceverne (bollette escluse). Infatti, lo scambio epistolare in senso tradizionale è stato soppiantato da altre modalità dettate della tecnologia, a partire dal telefono fino alle e-mail e ai social network. E, se è vero che da una parte possiamo godere di una comunicazione molto più veloce, immediata e semplice, dall’altra, proprio per la caratteristica dell’immediatezza, lo scambio epistolare è diventato, nella sua evoluzione, un meccanismo freddo, effimero, impersonale. Insomma, in termini vagamente nostalgici: la lettera d’amore era un tantino più poetica dell’sms.

Disabituati, per mancanza di consuetudine, a scrivere lettere, proponiamo a seguito un’utile guida a cura di Raffaele Setti, consulente linguistico dell’Accademia della Crusca, intitolata Norme di redazione per lettere:

 

1. Il destinatario e la finalità della lettera

Le prime operazioni da compiere sono individuare il destinatario e lo scopo del nostro messaggio scritto. Il destinatario infatti può essere una persona con cui abbiamo confidenza (più o meno) o un totale sconosciuto; la finalità della nostra lettera deve risultare evidente. In base a questi parametri è opportuno modulare i registri, non cadere in toni eccessivamente confidenziali con chi conosciamo poco o niente, in particolare nelle formule di apertura e di saluto (caro/a andrà bene per una persona con cui abbiamo una certa familiarità, ma sarà da evitare, ad esempio un caro professore o caro direttore a meno che non siano scritti con intenti ironici a persone amiche), o, al contrario, troppo formali con persone vicine (Gent.mo/a, Spett., Egr. sono ovviamente da evitare con amici o familiari). L’intero registro della lettera dovrà poi adattarsi alle caratteristiche della persona cui ci rivolgiamo: meglio quindi evitare sfoggio di cultura con citazioni e riferimenti dotti se il destinatario non ha un buon livello culturale; il testo potrà essere più articolato e complesso se destinato ad un interlocutore colto. Un altro elemento che dà un’impronta di formalità ad una lettera è l‘uso delle maiuscole per i pronomi allocutivi di terza persona singolare (Le chiedosono lieto di invitarLa, ecc.): questo uso delle maiuscole, oltre però ad essere un segnale di formalità, risulta anche funzionale per identificare come referente dei pronomi il destinatario e non altri.

Per quel che concerne lo scopo per cui si scrive è opportuno che questo risulti chiaramente dalle nostre parole e, per quanto possibile, sia formulato sinteticamente. È necessario che contenga i dati e le informazioni essenziali perché il lettore abbia tutti gli elementi necessari a capire, non solo la richiesta o la comunicazione che lo scrivente trasmette, ma anche il contesto in cui queste si collocano.

 

2. Cosa non deve mancare

  • Il luogo e la data d’invio (normalmente in alto a destra). Convenzionalmente si usa scrivere il luogo seguito da una virgola, giorno, mese (meglio per esteso), anno. Es.: Firenze, 25 maggio 2003.
  • L’intestazione. Se si tratta di una lettera destinata ad una singola persona basterà scegliere l’appellativo secondo i criteri, già visti sopra, di maggiore o minore formalità (da carissimo/acaro/agent.mo/maegr., ecc.); se invece la lettera è diretta a un ente, istituzione, azienda, ecc. la forma più ricorrente non prevede nessun appellativo (es.: Al Ministero della Salute…; Al Provveditorato agli Studi di…), ma si può ricorrere a Spett. soprattutto rivolgendosi ad aziende e ditte private. Per quest’ultimo caso bisogna ovviamente distinguere i casi in cui la lettera sia indirizzata ad una persona ben precisa all’interno dell’istituzione o dell’ufficio cui ci si sta rivolgendo perché, in questi casi, sarà opportuno indicare la qualifica della persona (es.: Gent.mo dott. Rossi ufficio relazioni col pubblico...).
  • Formula di commiato. Anche qui bisogna modulare la formula di saluto sul grado di confidenza che lo scrivente ha col destinatario, evitando quindi espressioni troppo affettuose rivolgendosi a persone con cui non abbiamo molta confidenza e modulando i gradi di formalità (es.: distinti saluti, cordiali saluti, cari saluti, ecc.).
  • La firma deve essere leggibile con particolare attenzione per le lettere burocratiche o comunque indirizzate a sconosciuti, ed è opportuno scrivere sempre prima il nome e poi il cognome.
  • Se si aggiungono un p.s. (post scriptum) o un n.b. (nota bene), devono essere collocati dopo la firma ed è meglio, soprattutto per l’efficacia del messaggio, che lo spazio occupato da queste appendici sia estremamente limitato.
  • L’indirizzo del mittente. Normalmente basta scriverlo sul retro della busta, ma ci sono casi in cui è necessario aggiungerlo in fondo alla lettera per essere sicuri che il destinatario lo riceva contestualmente al messaggio (la busta, tra l’altro, può essere stracciata o buttata inavvertitamente facendo così perdere al destinatario la possibilità di conservare l’indirizzo del mittente). In ambedue i casi, sia che si scriva sulla busta che si aggiunga alla fine della lettera, l’indirizzo dovrà contenere: il titolo del mittente (quando serva) nome e cognome, via/piazza (scritti con la minuscola), numero civico, codice di avviamento postale, città (o frazione, comune e provincia).

Nella lunga intervista de La Repubblica a Umberto Eco e Roger Chartier del 12 maggio 1999, Eco diceva:

Non si sa se l’e-mail sia l’azzeramento della corrispondenza o il ritorno alla corrispondenza, compressione fino all’essenziale della lettera o la nascita di una nuova epistolografia. O tutt’e due le cose insieme.

ESEMPI DI LETTERE FORMALI:

CatturaCattura4

ALTRI MODELLI:

http://comunicaresulweb.com/

http://www.cvlavoro.com/

http://www.modellocurriculum.com/tag/esempio-lettera-di-presentazione

FONTI:

http://medea.provincia.venezia.it/

http://www.accademiadellacrusca.it/

http://www.zanichellibenvenuti.it/

Collezionare Parole Orrende

Quasi nessuna parola è orrenda di per sé, lo diventa quando se ne fa un uso eccessivo.” Come con il rumore della goccia che batte contro il lavello, non proviamo fastidio se lo sentiamo una volta sola, è piuttosto la ripetizione che lo rende insopportabile. “Non ce ne accorgiamo, ma ciascuno di noi, spesso inconsapevolmente, cade nella trappola delle parole orrende”.Vincenzo Ostuni, editor di professione, è ormai per tutti il ‘collezionista di parole orrende’, una missione-gioco che ha coinvolto amici su Facebook e Twitter. Attraverso l’hastag  #paroleorrende, Ostuni ha fin qui raccolto oltre 1500 casi.

“Tutto è nato casualmente una sera chiacchierando con due amiche a cena. La prima ‘parola orrenda’ è stata insalatona, in giro per l’Italia c’è un’inflazione di insalatone”. Ed è proprio l’aspetto inflazionistico una caratteristica dominante delle ‘parole orrende’. L’ambito gastronomico ne è pieno:  apericenainsalatonaassagginicaffettinodu’ spaghi, per citarne alcune.

 

  • PAROLE ORRENDE DI DERIVAZIONE MANAGERIALE 

“Di moda soprattutto nei primi anni del 2000, il linguaggio manageriale miete ancora numerosi proseliti” spiega Ostuni. “Qualche esempio: attenzionare, briffare. ‘Ti devo briffare, ne vedrai di ogni!‘, diceva la Minetti nel corso delle intercettazioni sul caso Ruby.

  • PAROLE ORRENDAMENTE BURLONE

“A volte il desiderio è apparire simpaticamente goffi e brillanti coniando nuovi termini come ad esempio denghiù che sostituisce l’inglese thank you, oppure anche no il cui utilizzo si deve a Walter Veltroni e alla riproposizione satirica di Corrado Guzzanti.

  • PAROLE “VORREI, MA NON POSSO”

“Ci sono poi espressioni che fanno radical chic come ‘peraltro‘ o ‘quant’altro‘ piazzate ovunque e utilizzate in maniera eccessiva in mezzo alla frase o come chiusura. Questi vocaboli, che sembrerebbero ricercati, non lo sono affatto perché ormai li usano tutti. Diventano, quindi, espressioni insopportabili”.

  • PAROLE ORRENDAMENTE VUOTE

“Sarà perché sono state svuotate di significato dalla politica, sarà perché sono in sé fumose  -conclude Ostuni – ma, personalmente, trovo orrende espressioni usate in maniera del tutto ideologica, a fini di persuasione, come:  ‘modernizzazione‘, ‘competitività‘, ‘riforme‘;  termini ambigui e vaghi, stendardi per legittimare pratiche e progetti politici tutt’altro che moderni e riformatori”.

Ne vogliamo parlare? Tutta la vita…che te lo dico a fare!

 

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ALTRI TORMENTONI:

DA LEGGERE:

Non se ne può più

Non se ne può più, il libro dei tomentoni, Stefano Batterzaghi.

Dal “cioè” degli anni Settanta all’attimino degli Ottanta sino ai più recenti piuttosto che e quant’altro; dalle frasi che si leggono sulle magliette ai più logori stereotipi della chiacchiera politica, la scienza tormentologica che qui viene evocata, se non fondata, non intende esorcizzare, censurare o addirittura cancellare i tormentoni, ma solo convincerci della necessità di non lasciarci ipnotizzare dalla loro seduzione. Se in passato è stato possibile dire che l’autore di questo libro ama studiare “l’allegria delle parole”, oggi occorre aggiungere che solo una sfumatura separa l’allegria dall’allergia.

 

 

FONTI:

Origine di ‘Ndrangheta

Il termine ndrangheta ha avuto la sua registrazione lessicale grazie a Ernesto Ferrero (I gerghi della malavita dal ’500 a oggi, Milano, Oscar Mondadori, 1972) nella forma ’ndranghete, adattamento del dialettale ’ndranghiti. La proposta etimologica che ha riscosso più consensi è stata formulata da Paolo Martino nel saggio Per la storia della ’ndranghita (Roma, Università “La Sapienza”, 1988), dove si sostiene la provenienza dal greco andragathía ‘virtù propria dell’uomo’ e per superare le difficoltà di ordine fonetico poste dalla derivazione diretta di ’ndranghita da andragathía, prima fra tutte lo spostamento dell’accento, si presuppone il tramite del verbo ’ndranghitiari, ‘atteggiarsi a uomo d’onore’, da cui per retroderivazione sarebbero discesi sia ’ndranghita ‘onorata società’ che ’ndranghitu ‘uomo d’onore’.

La sopravvivenza della voce classica andragathía, priva di testimonianze nei dialetti calabresi e siciliani, sarebbe garantita da un documento singolare: in una carta dell’Italia meridionale del geografo olandese Abrahamus Ortelius, pubblicata ad Anversa nel 1596, con la dicitura Andragathia regio, posta sotto l’etnico Lucani, viene indicata un’area corrispondente al Cilento, mentre nel Thesaurus Geographicus, che ebbe più edizioni a partire dal 1587, l’andragathia è collocata “in Brutiis”, cioè nell’attuale Calabria.
La carta di Ortelius, oltre ad essere un testimone unico, presenta altre peculiarità degne di nota: la Calabria è indicata nella sua parte centro-settentrionale mediante l’etnico Brutii<embrutii< em=””>, mentre Calabria <emcalabria< em=””>indica la Puglia salentina e la dicitura Andragathia regio copre un’area bianca, priva di indicatori geografici. Tutto questo prova che le fonti del cartografo sono i geografi classici e che alle sue fonti manca una descrizione del Cilento, area priva di vie di comunicazione e quindi sconosciuta nei particolari, per la quale non trova di meglio che la denominazione di Andragathia regio, associata all’etnico Lucani e motivata dalla fama di combattenti fieri e valorosi che i Lucani godevano nell’antichità. Dunque si tratta di una reminiscenza classica del dotto geografo olandese, oltretutto non riferita alla Locride, epicentro delle società mafiose, e non (forse*) della testimonianza della sopravvivenza medievale di un grecismo riaffiorato ai giorni nostri.

Scartata l’ipotesi del grecismo, non resta che indagare fra i materiali dialettali di origine neolatina e, mancando una tradizione lessicografica accurata ed esauriente per i dialetti della Calabria e in particolare della Locride, si può ricorrere alla contigua Sicilia e in particolare alle province di Messina e di Catania, la cui continuità dialettale colla Calabria meridionale è cosa nota. Nel II Volume del Vocabolario siciliano curato da Giovanni Tropea (Catania-Palermo, 1985) la voce ’ndrànghiti ‘associazione mafiosa’ è registrata colle varianti ’ntràgniti e ’ntrànchiti, che ricorre nella locuzione ra ’ntrànchiti ‘(essere) della malavita’; quest’ultima variante coincide coll’omonimo ’ntrànchiti ‘interiora di capretto o di pecora’, che a sua volta presenta le varianti ’ntragni’ntràgnisi’ntrànghisi ‘interiora, frattaglie’ e discende dal lat. interanĕa ‘interiora’, come l’antico francese entraignes, il catalano entranyes, lo spagnolo entrañas, il portoghese entranhas. La coincidenza delle varianti di ’ndrànghiti ‘associazione mafiosa’ con quelle di ’ntragni ‘interiora’ non può essere fortuita e quindi si prospetta un rapporto di derivazione, che va inevitabilmente dalla ricca famiglia lessicale discendente dal lat. interanĕa (resta solo il sospetto che le voci siciliane siano state introdotte dal catalano o dallo spagnolo) verso l’isolato ’ndrànghiti.

Sul piano semantico il significato di ‘interiora, intestini’ ha assunto quello metaforico di ‘membri uniti da un legame interno, profondo, esclusivo e riservato’ e quindi ‘uomini d’onore’, da cui la locuzione società dei ’ndranghiti e per ellissi semplicemente ’ndranghiti.

SAPERNE DI PIÙ:

 

FONTI:

*Articolo modificato e ridotto, per leggere l’articolo originale clicca su ‘NDRANGHETA

False Italianisms

You say ‘pepperoni’, I understand ‘sweet peppers’. Alfresco, bimbo, bologna, bravura, confetti, dildo, gondola, gonzo, inferno, latte, pepperoni, politico, presto, stiletto, studio, tutti-frutti, vendetta.  These are only some of the false Italianisms which most English speakers believe to be purely Italian. They are created when genuine lexical borrowings from Italian are so reinterpreted by a recipient language, English in this case, that native speakers of Italian would not recognize them as part of their own lexical inventory and would neither understand nor use. The creation of false Italianisms yields to new insights into the covert prestige attributed to the supposed donor language and culture.

The phenomenon of Italianisms in the English language –a comprehensive account of which isprovided in the Dizionario di italianismi in francese, inglese, tedesco (DIFIT)– has already been described by Lepschy and Lepschy (1999a, 1999b), Iamartino (2001, 2002, 2003), Pinnavaia(2001), and Cartago (2009).

Drawing on Furiassi, who devised a typology of false Anglicisms, it is assumed that false Italianisms are not just a sub-group of Italianisms, but independent lexical units generated by specific word-formation processes, either morphological or semantic.

Although quantitatively limited – false Italianisms indeed constitute a very small portion of English lexis – the inventory is still to be considered symptomatic of the complex phenomenon of false Italianisms at large, which further confirms the influence of Italian on the English language and culture.

Being aware of the existence of false Italianisms on the part of English speakers would help avoid misunderstandings, such as ordering a pepperoni pizza and a latte in an Italian restaurant and being served a pizza with sweet peppers and plain hot milk.

 

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SEE OTHER ITALIANISMS

SOURCES:

http://www.euralex.org/elx_proceedings/Euralex2012/pp771-777%20Furiassi.pdf

http://www.translationdirectory.com/glossaries/glossary171.htm