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Licenza di Turpiloquio

Per dire parolacce ci vuole autorevolezza. Io mi sono fatto 40 anni di palchi e ho l’autorevolezza per mandarli tutti a quel paese; voi no, lasciate stare…
Così Beppe Grillo si è rivolto ai parlamentari del Movimento 5 stelle.

Le ricerche di psicolinguistica mostrano l’esatto contrario: chi usa un linguaggio volgare l’autorevolezza la perde, soprattutto se si tratta di una persona che svolge un ruolo importante nella società.

Eppure nella frase di Grillo c’è qualcosa di vero: determinate persone riescono a dire parolacce senza scalfire granché la loro credibilità: Silvio Berlusconi, Mara Maionchi, Umberto Bossi, Charles Bukowski o Linus Torvalds, per citarne alcune. Perché a loro viene concessa la “licenza di dire parolacce”?

Ha provato a dare una risposta lo studioso del comportamento animale Desmond Morris nel libro L’uomo e i suoi gesti (1992), in cui afferma che ogni atto umano ha un tasso di esposizione a seconda di quanto sia pubblico o privato.

Il confine fra le due categorie è figlio di convenzioni sociali: chi compie in pubblico un atto privato fa scandalo perché rompe una regola di convivenza sociale. Ma ci sono alcune categorie di persone che possono violare impunemente queste regole, come ad esempio i bambini o i malati, che possono agire violando le convenzioni sociali senza temere ripercussioni.
Infine, dice Morris, c’è una terza categoria di autorizzati: gli eccentrici. Chi occupa un posto particolarmente importante nella società, infatti, è libero di estendere i propri capricci privati nella vita pubblica.
Se un individuo simile indulge pubblicamente ad atti privati disinibiti, il suo comportamento è classificato come eccentrico, piuttosto che come offensivo, e una volta che è stato posto in questa categoria cessa di essere una minaccia sociale. Diventa innocuo. A individui del genere non solo è permesso di esporsi molto oltre la norma culturale, ma, una volta che i suoi eccessi siano divenuti familiari, ci si aspetta che lo facciano, scrive Morris.

Con certe categorie, dunque, siamo disposti a chiudere un occhio, decidendo di tollerare (tra le altre cose) alti livelli di maleducazione verbale. E così, talvolta, smettiamo anche di indignarci.

 

PER SAPERNE DI PIÙ:

LIBRI:

  • Elogio del turpiloquio. Letteratura, politica e parolacce. R.G. Capuano
  • Turpia. Sociologia del turpiloquio e della bestemmia. R.G. Capuano
  • L’imbarbarimento del linguaggio politico, Giancarlo Fornari

FONTI:

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