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Collezionare Parole Orrende

Quasi nessuna parola è orrenda di per sé, lo diventa quando se ne fa un uso eccessivo.” Come con il rumore della goccia che batte contro il lavello, non proviamo fastidio se lo sentiamo una volta sola, è piuttosto la ripetizione che lo rende insopportabile. “Non ce ne accorgiamo, ma ciascuno di noi, spesso inconsapevolmente, cade nella trappola delle parole orrende”.Vincenzo Ostuni, editor di professione, è ormai per tutti il ‘collezionista di parole orrende’, una missione-gioco che ha coinvolto amici su Facebook e Twitter. Attraverso l’hastag  #paroleorrende, Ostuni ha fin qui raccolto oltre 1500 casi.

“Tutto è nato casualmente una sera chiacchierando con due amiche a cena. La prima ‘parola orrenda’ è stata insalatona, in giro per l’Italia c’è un’inflazione di insalatone”. Ed è proprio l’aspetto inflazionistico una caratteristica dominante delle ‘parole orrende’. L’ambito gastronomico ne è pieno:  apericenainsalatonaassagginicaffettinodu’ spaghi, per citarne alcune.

 

  • PAROLE ORRENDE DI DERIVAZIONE MANAGERIALE 

“Di moda soprattutto nei primi anni del 2000, il linguaggio manageriale miete ancora numerosi proseliti” spiega Ostuni. “Qualche esempio: attenzionare, briffare. ‘Ti devo briffare, ne vedrai di ogni!‘, diceva la Minetti nel corso delle intercettazioni sul caso Ruby.

  • PAROLE ORRENDAMENTE BURLONE

“A volte il desiderio è apparire simpaticamente goffi e brillanti coniando nuovi termini come ad esempio denghiù che sostituisce l’inglese thank you, oppure anche no il cui utilizzo si deve a Walter Veltroni e alla riproposizione satirica di Corrado Guzzanti.

  • PAROLE “VORREI, MA NON POSSO”

“Ci sono poi espressioni che fanno radical chic come ‘peraltro‘ o ‘quant’altro‘ piazzate ovunque e utilizzate in maniera eccessiva in mezzo alla frase o come chiusura. Questi vocaboli, che sembrerebbero ricercati, non lo sono affatto perché ormai li usano tutti. Diventano, quindi, espressioni insopportabili”.

  • PAROLE ORRENDAMENTE VUOTE

“Sarà perché sono state svuotate di significato dalla politica, sarà perché sono in sé fumose  -conclude Ostuni – ma, personalmente, trovo orrende espressioni usate in maniera del tutto ideologica, a fini di persuasione, come:  ‘modernizzazione‘, ‘competitività‘, ‘riforme‘;  termini ambigui e vaghi, stendardi per legittimare pratiche e progetti politici tutt’altro che moderni e riformatori”.

Ne vogliamo parlare? Tutta la vita…che te lo dico a fare!

 

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DA LEGGERE:

Non se ne può più

Non se ne può più, il libro dei tomentoni, Stefano Batterzaghi.

Dal “cioè” degli anni Settanta all’attimino degli Ottanta sino ai più recenti piuttosto che e quant’altro; dalle frasi che si leggono sulle magliette ai più logori stereotipi della chiacchiera politica, la scienza tormentologica che qui viene evocata, se non fondata, non intende esorcizzare, censurare o addirittura cancellare i tormentoni, ma solo convincerci della necessità di non lasciarci ipnotizzare dalla loro seduzione. Se in passato è stato possibile dire che l’autore di questo libro ama studiare “l’allegria delle parole”, oggi occorre aggiungere che solo una sfumatura separa l’allegria dall’allergia.

 

 

FONTI:

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