La Dolce Lingua

Home » Linguistica e Società » Fascismo Linguistico

Fascismo Linguistico

Un regime fondato sulle parole, è stato detto del fascismo, di cui ricordiamo spesso gli aspetti plateali e ai nostri occhi ridicoli: il bluff degli ‘otto milioni di baionette’ o dello ‘spezzeremo le reni alla Grecia’, le parole d’ordine ‘tireremo dritto’, ‘chi si ferma è perduto’, ‘credere, obbedire, combattere’, gli slogan ‘se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi’, ‘meglio un giorno da leoni che cent’anni da pecora’.

Mezza cartuccia. Più originali, e alcuni coniati proprio da Mussolini, i modi per schernire nemici e ‘disimpegnati’: panciuti, panciafichisti, bracaioli, pantofolai, borghesoidi. Ma l’offesa preferita era ‘mezza cartuccia’, sopravvissuta nella lingua corrente. Primo bersaglio fu nientemeno che Vittorio Emanuele III: «Non ho colpa io se il re è fisicamente una mezza cartuccia» disse il duce al genero Galeazzo Ciano «è naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo».

Mi dia del voi! I principali cambiamenti della lingua, nel Ventennio, riguardarono la sostituzione del ‘lei’ di cortesia con il ‘voi’, le parole straniere e i nomi propri. La campagna in favore del ‘voi’ risale al 1938 e fu voluta dal segretario del partito nazionale fascista, Achille Starace. Mussolini approvo immediatamente: il ‘lei’ era straniero (fatto peraltro non vero), borghese e snob, dunque antifascista. Andava rimpiazzato, così come il saluto romano doveva sostituire la stretta di mano «per temprare il carattere degli italiani». Per non correre rischi, persino la rivista femminile Lei (in questo caso pronome personale femminile) cambiò la testata in Anna bella.

Non ci fu mai una vera legge (solo una disposizione limitata agli uffici pubblici), e il ‘voi’ ebbe fortuna soprattutto tra i ceti medio-bassi, sia per cieca obbedienza, sia perché in molti dialetti italiani, specialmente al Sud, si usava già correntemente. Ma a molti diedero fastidio la petulanza e l’arbitrarietà immotivata di quell’imposizione. Benedetto Croce, che da buon napoletano aveva fin lì usato il ‘voi’, passò immediatamente al ‘lei’. E un altro risultato fu la diffusione del ‘tu’, che non era proibito.

Tassàti. La battaglia per il purismo della lingua italiana non fu un’esclusiva dei fascisti, che però la fecero propria. Le insegne con termini stranieri non furono proibite, ma tassate già a partire dal 1923. Gurono penalizzate in particolare quelle di cui era disponibile un sinonimo italiano. Coiffeur, bar, garage, hotel, caddero sotto imposta maggiorata. Tram, rhum, the, ne furono esentati. Ma nel 1926 anche ‘bar fu dispensato: il corrispondente ‘taverna’ risultò inadeguato. Nel 1937 si arrivò a colpire le scritte esotiche con imposte 20 volte maggiori (quota minima 750 lire, 490 euro di oggi).

Il dizionario commissionato da Mussolini alla Reale Accademia d’Italia  per «estirpare la mala pianta dell’orrore dell’esotismo» non si realizzò mai, ma i linguisti lavorarono sodo per formulare le loro ipotesi e i cittadini vennero coinvolti dai giornali. Alle campagne del Popolo d’Italia per il purismo della lingua, si affiancò nel 1932 la torinese Gazzetta del Popolo, pubblicando 300 schede quotidiane per «ripulire la nostra lingua dalla gramigna delle parole straniere che hanno invaso e guastato ogni campo». Poco prima il periodico Scena illustrata aveva animato un dibattito con il lettori per scegliere l’equivalente italiano del francese chauffeur. La rissa filologica portò, banalmente, ad ‘autista’. Il quotidiano romano La Trivuna bandì un concorso in piena regola (primo premio: mille lire). Il gioco cultural-patriottico riguardava 50 esotismi. Vinse, come traduzione di dancing, sala da ballo (bocciati: balleria, danzatorio, caffè-ballo e ballatoio).

Togliere il menu. Lo stesso Mussolini intervenne di persona, per esempio, contro la scritta Majestic Soda Parlor in via Veneto a Roma e contro un ristorante di Bologna che esponeva in vetrina il menu. E si preoccupò di dirimere alcune controversie. Nel caso di bidet ordinò di lasciare le cose come stavano: dar spazio a una pubblica disquisizione sul tema non era confacente al regime.

Via del Littorio. Oltre a città e paesi, cambiarono nome strade e piazze. Dei simboli del fascismo, il littorio ebbe la maggior fortuna, ancora oggi,in una dozzina di comuni, sopravvive una via del Littorio. Mussolini avversò invece l’intitolazione a sé o ai propri familiari di vie, istituzioni, edifici, e via dicendo.

Italimpera. Quanto ai nomi di battesimo, genitori zelanti provvidero a onorare la loro fede laica, come del resto era già costume tra i socialisti e gli anarchici. Al duce e famiglia furono dedicati tanti Benito nonché Bruno, Vittorio e Romano (i figli maschi di Mussolini). Altri nomi s’ispirarono ai simboli e alle parole del regime, da Allarmi a Guerriero, da Ardito ad Ariano. Altri all’impero e alle imprese in Africa: Makallé, Tripolina, Impero, Italimpera e ,ovviamente, Roma. Con perfino qualche composto del tipo Vittoria Itala Germana, Benito Vittorio Umberto o Edda Benita Galeazzo.

Catturaa

Cattura 3

MAGGIORI INFORMAZIONI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/lingua-del-fascismo_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

http://www.initalia.rai.it/parole.asp?contId=416

FONTI:

http://www.focus.it/

Annunci

1 commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: