La Dolce Lingua

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Monthly Archives: giugno 2014

Quando l’Inglese Interferisce

di Licia Corbolante*

Il dibattito sulla presenza degli anglicismi in italiano è molto vivace. C’è chi ritiene sia in un corso una progressiva sostituzione di elementi lessicali italiani già in uso con parole inglesi (imposta sui servizi > service tax, giornata elettorale >election day, ecc.) per rendere volutamente più oscura la comunicazione, ma in realtà si tratta di «una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche [che] viene avvertita come preoccupante invasione perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa» (Antonelli). Gli anglicismi si fanno notare perché entrano in italiano come prestiti integrali (non adattati) e sono immediatamente riconoscibili come tali dal parlante comune, caratteristica che li rende particolarmente adatti a identificare senza ambiguità concetti specifici nei linguaggi tecnico-scientifici e settoriali, in molti casi facilitando la comunicazione.
Interferenza
I prestiti integrali sono sicuramente il più noto tra gli aspetti dell’interferenza, che si riferisce all’azione di un sistema linguistico su un altro e agli effetti provocati dal contatto tra lingue, e che a livello lessicale e semantico si manifesta con il passaggio di parole da una lingua all’altra (Palermo). Altre caratteristiche dell’interferenza meriterebbero altrettanta attenzione perché possono influenzare la comunicazione in maniera meno esplicita.
Calchi
calchi sono particolari tipi di prestiti che fanno uso di elementi lessicali già esistenti nella lingua, quindi sono potenzialmente più ambigui. Solitamente si distingue tra calchi strutturali, che riproducono struttura e significato dell’altra lingua, ad esempio grattacielo da skyscraper, e calchi semantici, che sulla base di tratti semantici in comune conferiscono nuove accezioni, usi metaforici o particolari specializzazioni a parole esistenti, ad esempio finestra e icona da window e icon (Bombi).
Falsi amici
Un fenomeno di interferenza ancora più sfuggente e distorsivo è quello dei falsi amici, le coppie di parole di due lingue diverse che sono uguali o molto simili nella forma ma che non hanno lo stesso significato, come ingenuity  (‘ingegnosità’) e ingenuità. Nei media si riscontrano spesso in articoli tradotti frettolosamente per un consumo immediato online e a volte anche in corrispondenze dall’estero di un certo rilievo e in testi redatti in contesti interamente italiani. Spesso si tratta di errori grossolani, evitabili consultando qualsiasi dizionario bilingue, in altri casi invece non vengono colte differenze più sfumate, non solo di significato ma anche pragmatiche o connotate culturalmente. Si notano infine esempi di nuovi concetti per i quali non esiste ancora un termine italiano corrispondente e che probabilmente vengono proposti “ad orecchio” usando la parola italiana più simile, ma senza segnalare che si tratta di una nuova accezione. L’evoluzione dei falsi amici è spesso imprevedibile, influenzata dai mezzi e dai modi di diffusione, da contaminazioni tra media, da avvenimenti specifici e da altri fattori extralinguistici: alcuni rimangono errori occasionali mentre altri si trasformano in prestiti, non sempre registrati nei dizionari. In tutti i casi ne risulta una comunicazione distorta o perlomeno con forti ambiguità, difficili da risolvere se non si è in grado di ipotizzare il contenuto del testo originale. Alcuni esempi dai media italiani:
Errori di traduzione – Sono interferenze sporadiche ma non abbastanza frequenti da segnalare una possibile nuova accezione, e risultano così particolarmente insidiosi perché trasmettono informazioni inesatte o un’immagine alterata di una notizia o di una persona. Descrivere un presidente americano come populista, ad esempio,non è molto lusinghiero se l’aggettivo inglese è populist, ossia ‘non elitario’, ‘che fa gli interessi della gente’. Conidiosyncrasies si intendono le peculiarità o i comportamenti insoliti o inaspettati di un individuo, che nulla hanno a che vedere con avversioni e ripugnanze (idiosincrasie). Un’azione definita impressionante non è motivo di particolare vanto: in inglese impressive non segnala ammirato stupore ma un semplice apprezzamento, e se si legge che qualcuno ha celebrato una notizia non si deve pensare a solenni cerimonie ma a una conferma di gradimento fatta in pubblico. Curioso anche l’esempio di una frase attribuita a Steve Jobs, Stay hungry. Stay foolish. che è entrata ormai nell’immaginario collettivo in una traduzione errata, “Siate affamati, siate folli”, anche se non si trattava di un’esortazione alla pazzia ma di un invito a mantenersi sognatori e non condizionati.
Potenziali prestiti  –Esistono falsi amici più diffusi, frequenti in occasione di particolari avvenimenti, che coesistono con soluzioni lessicali alternative, quindi è difficile prevedere se potranno effettivamente affermarsi e sostituirle. Un aggettivo che si ritrova spesso nelle notizie governative dagli Stati Uniti è fiscal con il significato di ‘finanziario’ o ‘economico’, tradotto letteralmente con fiscalefiscal cuts però non sono riduzioni fiscali ma tagli alla spesa. Da qualche anno in inglese in ambito giornalistico è molto usata anche la parola narrative per descrivere una forma di comunicazione con un’esposizione argomentata che riflette al meglio la propria visione, i propri valori e i propri obiettivi. È un nuovo concetto adottato in italiano con il neologismo semantico narrazione, ignorato però da parecchi media che invece ricorrono al falso amico narrativa, suggerendo così insolite produzioni letterarie come la narrativa elettorale di Obama o la narrativa apocalittica di Ahmadinejad. Arriva dall’inglese anche la parola focus, una persona o situazione a cui si presta particolare attenzione (equivale a ‘punto focale’), già presente in italiano nella forma latina come termine medico, ‘focolaio di infezione’, e per questo ancora fonte di parecchie perplessità nei lettori italiani. Influenzato probabilmente dal doppiaggio è l’uso di chimica [tra due persone], mentre in italiano il concetto inglese di chemistry è reso da ‘alchimia’, ‘affinità’ o anche ‘feeling’.
Prestiti camuffati – Il termine prestito camuffato (Bombi) viene usato per descrivere i falsi amici accolti definitivamente nel lessico, un fenomeno di interferenza dove l’unico rapporto tra il materiale lessicale delle due lingue è di tipo formale, ossia un’integrazione “ad orecchio” senza una comune base semantica. Esempi tipici sono il termine informatico libreria che in inglese è una metafora di “biblioteca” (library) e non di negozio o di scaffale per i libri, amministrazione per il governo statunitense (administration) e paradiso fiscale, dovuto alla confusione tra(tax) haven, ‘porto sicuro, rifugio’, e heaven, ‘paradiso’. Tra i prestiti camuffati più recenti si può includere visionario, ‘che ha le idee chiare sul futuro’ o ‘che è originale o creativo’, un’accezione entrata definitivamente in italiano con la scomparsa di Steve Jobs, a cui l’aggettivo è stato associato ormai centinaia di migliaia di volte; difficile prevedere se renderà obsoleta l’accezione ‘che ha una comprensione distorta della realtà’ o se coesisterà creando forse un esempio di enantiosemia e scontate ambiguità. Anche liriche per ‘testo di una canzone’ si è ormai trasformato in un prestito camuffato.
Interferenze sui prestiti – Un esempio particolare di interferenza è rappresentato dall’anglicismo che viene usato con un’accezione tipica dell’inglese ma mai recepita in italiano (raramente i prestiti trasferiscono tutti i significati della lingua originale); bungalow, ad esempio, in inglese è una casa a un piano, anche di parecchie stanze, con eventuale piano mansardato, ma il lettore italiano che legga di una persona che ha passato la vita in un bungalow immaginerà una vita disagiata in uno spazio angusto, sicuramente priva di qualsiasi prodotto sexy, che in inglese è qualcosa di attraente o ambito ma non implica alcuna connotazione sensuale o conturbante come invece sexy in italiano.
L’interferenza dell’inglese ha quindi molte sfaccettature, non tutte visibili, che se non sono riconosciute possono rendere poco chiara la comunicazione o far trarre conclusioni errate da un testo. Paradossalmente, la comunicazione potrebbe risultare meno distorta in presenza di anglicismi non noti perché sono comunque subito riconosciuti e sono più facilmente verificabili.
*Licia Corbolante è una terminologa che opera in ambiti informatici e tecnici, occupandosi in particolare di formazione e comunicazione interculturale. Ha studiato traduzione alla SSLMIT di Trieste e linguistica applicata, marketing e linguistica computazionale a Salford (GB) e Dublino. Scrive regolarmente sul blog Terminologia etc.con annotazioni su lingua, terminologia e traduzione.
FONTE:

Luce sul Congiuntivo

Nelle proposizioni indipendenti, il congiuntivo può avere valore:
– esortativo (al posto dell’imperativo): vada via di qua!;
– concessivo (segnalando un’adesione, anche forzata, a qualcosa): venga pure a spiegarmi le sue ragioni;
– dubitativo: che abbia deciso di non venire? (analogamente si può usare l’indicativo futuro: sarà vero?; l’infinito: che fare?; il condizionale: cosa gli sarebbe successo?);
– ottativo (per esprimere un augurio, una speranza, ma anche un timore): fosse vero!;
– esclamativo: sapessi quanto mi costa ammetterlo!.

Il congiuntivo si usa:
1) con alcune congiunzioni subordinanti, quali affinché, benché, sebbene, quantunque, a meno che, nel caso che, qualora, prima che, senza che;
2) con aggettivi o pronomi indefiniti (qualunque, chiunque, qualsiasi, ovunque, dovunque);
3) con espressioni impersonali, come è necessario che, è probabile che, è bene che;
4) in formule ormai fissate nell’uso (vada come vada; costi quel che costi).

In altri casi, si dovrà distinguere tra verbi che reggono il congiuntivo, l’indicativo o entrambi con significato diverso.

  • Reggono il congiuntivo i verbi che esprimono “una volizione (ordine, preghiera, permesso), un’aspettativa (desiderio, timore, sospetto), un’opinione o una persuasione”, tra cui: accettare, amare, aspettare, assicurarsi, attendere, augurare, chiedere, credere, curarsi, desiderare, disporre, domandare, dubitare (ma all’imperativo negativo può richiedere l’indicativo: “non dubitare che faremo i nostri conti”, C. Collodi, Le avventure di Pinocchio), esigere, fingere, illudersi, immaginare, lasciare, negare, ordinare, permettere, preferire, pregare, pretendere, raccomandare, rallegrarsi, ritenere, sospettare, sperare, supporre, temere, volere. Alcuni esempi letterari: “né ella stessa poteva accettare che per cinque anni il fratello l’avesse mantenuta” (De Roberto, I Viceré); “egli era padrone d’ordinare che non si dessero affatto degli estratti dai suoi libri” (Svevo, La coscienza di Zeno); “avrebbe fatto fingere che la ragazza avesse almeno una dote piccola” (Tozzi, Tre croci); “Non potete supporre che io ignori l’oltraggio fatto da voi al mio amico” (Fogazzaro, Malombra).
  • Richiedono l’indicativo, solitamente, i verbi che esprimono giudizio o percezione, tra cui accorgersi, affermare, confermare, constatare, dichiarare, dimostrare, dire, giurare, insegnare, intuire, notare, percepire, promettere, ricordare, riflettere, rispondere, sapere, scoprire, scrivere, sentire, sostenere, spiegare, udire, vedere. Ancora alcuni esempi: “possiamo affermare che per imporsi all’adorazione è sempre lui che si rivela” (Zena, Confessione postuma); “posso anche giurare che poche contesse hanno due spalle e due braccia più ben fatte” (De Marchi, Demetrio Pianelli); “Niccolò seguitò, per un pezzo, a sostenere che aveva torto” (Tozzi, Tre croci); “Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in varj sensi” (“Il Conciliatore”).

Infine, alcuni verbi possono avere l’indicativo o il congiuntivo, con sfumature diverse di significato.
ammettere, ind. ‘riconoscere’: ammisi davanti al professore che non avevo studiato bene; cong. ‘supporre, permettere’: ammettendo che tu abbia ragione, cosa dovrei fare?;
badare, ind. ‘osservare’: cercò di non badare all’effetto che gli faceva quella strana voce; cong. ‘aver cura’: mi consigliava di badare che non cadessi;
capire, comprendere, ind. ‘rendersi conto’: non vuole capire che io non sono un suo dipendente; cong. ‘trovare naturale’: capisco che tu voglia andartene;
considerare, ind. ‘tener conto’: non considerava che nessuno voleva seguirlo; cong. ‘supporre’: arrivò a considerare che non ci fossero altre possibilità;
pensare, ind. ‘essere convinto’: penso anch’io che tu sei stanco; cong. ‘supporre’: penso che tu sia stanco.

 

FONTE:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-congiuntivo

ALTRO:
http://www.librideiragazzi.it/files/2010/10/Piccolo-manuale-congiuntivo.pdf

http://homes.chass.utoronto.ca/~ngargano/corsi/varia/eser/congiuntivo.html

Chi Parla male Pensa male

Si dice che l’uomo vale per quello che sa; ma vale anche in gran parte per come sa dire quello che sa. (…) Non è soltanto un ornamento intellettuale: è arma nella lotta per la vita, è forza e libertà dello spirito, è chiave dei cuori e delle coscienze altrui, è strumento di lavoro e di fortuna. (…) Molti non riescono a farsi strada nel mondo per mancanza di facoltà comunicativa. Quante volte nella vita dipende un grave danno o un grande vantaggio nostro da un nostro pensiero o sentimento espresso in un modo infelice, e quindi frainteso, o non inteso per nulla!(…)

“Che cosa importa?”. Che cosa importano le parole? Questa è grossa, mi perdoni! È come dire: “Che cosa importa parlare e scrivere con chiarezza e con efficacia? Che cosa importa l’usare, invece d’una parola o d’una frase propria, un’altra parola o un’altra frase che, non esprimendo per l’appunto il nostro pensiero, può farlo fraintendere e costringerci perciò ad esprimerlo un’altra volta in un’altra maniera, che può essere peggiore della prima? Che cosa importa, parlando e scrivendo, inciampare ogni momento in una difficoltà, essere arrestati a ogni passo da un dubbio, lasciare a mezzo una frase per cercare un vocabolo, doversi spiegare coi gesti? Che cosa importano le parole? Ma infiniti malintesi, risentimenti, diverbi dolorosi nascono di continuo fra gli uomini da una parola usata a sproposito, per pura ignoranza o mancanza di finezza nel sentimento della lingua. Come si può dire: “Cosa importano le parole?”. (…)

Lo studio della lingua è infinitamente vario, e i suoi confini s’allontanano dinanzi a chi vi procede. (…) E non si tratta di uno studio puramente letterario. Nel campo di qualsiasi scienza, il possesso della lingua, la facoltà di esprimersi con chiarezza e con proprietà è parte della scienza stessa. (…)

IL SIGNOR COSO
Tra le sue qualità più notevoli vi era un profondo disprezzo per l’arte della parola. Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l’uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l’espressione dell’idea ch’egli aveva abbozzata. Con un come si dice? si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma, tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli: “Sai, questa mattina ho visto coso, laggiù… Dice che per quell’affare…tu sai… niente”. Fu lui che annunziò agli amici l’elezione del nuovo Papa: “Eletto” disse. E gli amici: “Chi hanno eletto?”, “Coso” rispose. (…). E con quale gioia si era impadronito del verbo cosare; “Cosami quel fiasco”, “Bada, che ti cosi l’abito”.

Poiché pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall’esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare. Ecco cosa era successo al signor Coso: egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall’inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa. (…) Ma quanti sono quelli che, per infingardaggine intellettuale, parlano presso a poco al modo di Coso? Il mondo ne è pieno. Ma se l’uomo si può definire ‘l’animale parlante’, codesti non sono uomini… sono cosi.(…)

Bada sempre, nel parlare, al viso di chi ti ascolta, che è un critico muto utilissimo, perché d’ogni parola stonata, d’ogni oscurità, d’ogni lungaggine, ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un’espressione di stupore o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente. (…). Certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire. (…)

Così, bada a non parlare una lingua approssimativa, se non intendi porre limiti ai tuoi pensieri.

 

FONTE:

L’idioma gentile, Edmondo DeAmicis, 1905

Italiano: Quarta Lingua più Studiata al Mondo

Al primo posto c’è l’inglese, al secondo il francese, al terzo lo spagnolo. E, sorpresa, al quarto c’è l’italiano. Sì, proprio l’idioma di Dante, che supera cinese, giapponese, tedesco. Un trionfo, insomma. Inaspettato, per i non addetti ai lavori, una conferma per linguisti e cultori dell’italianistica.

Il cibo aiuta

Un evento organizzato da Icon, il consorzio di 19 università italiane con sede a Pisa, che ha organizzato la prima laurea in italianistica su Internet dedicata agli stranieri riscuotendo adesioni e consensi al di là di ogni aspettativa. «Analizzeremo la nostra lingua come fattore di sviluppo, anche economico, per l’intero Paese – spiega il professor Mirko Tavosanis, direttore di Icon -. E cercheremo di portare un contributo di idee gli Stati generali della lingua italiana nel mondo, lanciati dal ministero degli Affari esteri e in calendario in ottobre a Firenze». L’inizio è incoraggiante. Il rating è stato realizzando confrontando più fonti (quasi tutte universitarie) dei paesi stranieri e nella giornata di studio saranno presentati cifre e curiosità. Il professor Tavosanis: «Il successo dell’italiano?Anche il cibo ha fatto da traino, magari solo per saper leggere le ricette» Il motivo del successo dell’italiano?

«Credo la popolarità e la diffusione della nostra lingua, maggiore a volte degli idiomi di importanti potenze economiche, sia dovuto a più fattori – spiega Tavosanis -. Il primo è certamente la cultura italiana. Non solo Dante, però, anche i gli scrittori contemporanei. Piacciono in ugual modo narrativa, poetica, saggistica. Poi influisce molto la musicalità del parlare italiano e ovviamente la lirica nella quale trionfa. Anche il cibo, soprattutto negli ultimi anni, ha spinto tanti stranieri a studiare i nostri vocaboli, magari solo per leggere divine ricette».

Rinnovamento culturale

Secondo Tavosanis, l’amore per l’italiano deve essere una spinta per un notevole rinnovamento culturale. «Tutti i soggetti che operano per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero – spiega il professore – sentono l’esigenza di un profondo rinnovamento dell’intero sistema. Dobbiamo individuare le idee per una politica che tenga conto delle nuove condizioni del mercato delle lingue e della competizione.

Avere studenti stranieri che studiano in Italia usando l’italiano è una garanzia di futuri rapporti con le classi dirigenti di molti paesi in rapido sviluppo economico e culturale nel mondo globalizzato. Questa politica permetterà di valorizzare le potenzialità del patrimonio italiano e attivare connessioni fra promozione della lingua e cultura e promozione dell’economia. Per esempio, avere studenti stranieri che studiano in Italia usando l’italiano è una garanzia di futuri rapporti con le classi dirigenti di molti paesi in rapido sviluppo economico». Il Consorzio Icon (Italian Culture on the Net) associa 19 atenei italiani per promuovere e diffondere, per via telematica, la lingua, la cultura e l’immagine dell’Italia nel mondo. Attraverso il sito www.italicon.it studenti stranieri e italiani residenti all’estero possono scegliere all’interno di un’offerta didattica che comprende un corso di laurea triennale in Lingua e cultura italiana, quattro Master e un’ampia serie di corsi di lingua italiana.

INTERVISTA A LUCA SERIANNI:

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/mondo/serianni.html

FONTE:

http://italiavoltapagina.corriere.it/14_giugno_17/italiano-sorpresa-quarta-lingua-piu-studiata-mondo-e84e0460-f601-11e3-9bf3-84ef22f2d84d.shtml

Plurali Difficili: Parole uscenti in -cia e -gia

BeFunky_Tilt-Shift_2.jpgValigie” o “valige”? “Ciliegie” o “ciliege”?

La i del nesso, quando è tonica, va sempre scritta perché ha valore fonetico: farmacia [farmaˈʧia], farmacie [farmaˈʧie]; allergia[alːerˈʤia], allergie [alːerˈʤie]; quando è atona pone invece dubbi ortografici. Infatti, diversamente dalle forme singolari, in cui la i è un segno diacritico necessario per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g› davanti alla vocale velare a (camicia [kaˈmiʧa] e non *camica [kaˈmika]; valigia [vaˈliʤa] e non *valiga [vaˈliga]), nelle forme plurali sarebbe sufficiente la sola ‹e› per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g›, dato che la pronuncia di camicie [kaˈmiʧe] è identica a quella di camice [kaˈmiʧe], così come la pronuncia di valigie [vaˈliʤe] è identica a quella di valige [vaˈliʤe].

La norma oggi generalmente seguita nella grafia dei plurali dei nomi in –cia e –gia con i atona è la seguente:

I. mantengono la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da vocale:camicia → camicievaligia → valigie;

II. perdono invece la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da consonante (provincia → provincequercia → quercefrangia → frange), oppure dei nomi in cui i grafemi ‹c, g› dei nessi –cia e –gia concorrono alla resa grafica di un suono intenso (goccia → goccespiaggia → spiaggefascia [ˈfaʃːa] → fasce[ˈfaʃːe]).

In altre parole, quando sono flessi al plurale, i nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da sillaba aperta mantengono inalterata la radice in –ci / –gi, mentre quelli preceduti da sillaba chiusa modificano la radice, graficamente ma non anche foneticamente, in –c / –g.

Tuttavia sono largamente diffuse e ormai considerate accettabili anche le formecamice e valige, segnalate dai dizionari come corrette e alternative a quelle del tipo camicie e valigie. Sarebbe comunque opportuno evitare l’insorgenza di possibili e ambigui casi di omografia, ad es.: le camice confezionate dalle sarte (preferibile: le camicie) / il camice indossato dal dottore. È poi abbastanza diffusa la grafia provincie, esemplata sul latino provincie, in cui però la aveva valore fonetico.

Singolare Plurale
l’acacia le acacie
l’audacia le audacie
la camicia le camicie
la ciliegia le ciliegie
la fiducia le fiducie
grigia grigie
malvagia malvagie
la socia le socie
sudicia sudicie
la valigia le valigie

Nomi e aggettivi in –cia e –gia che perdono la al plurale:

 

Singolare Plurale
l’arancia le arance
la bertuccia le bertucce
la bilancia le bilance
la bisaccia le bisacce
la boccia le bocce
la buccia le bucce
la caccia le cacce
[la cartuccia le cartucce]
la chioccia le chiocce
la cuccia le cucce
la doccia le docce
la faccia le facce
la fettuccia le fettucce
la focaccia le focacce
la foggia le fogge
la frangia le frange
la freccia le frecce
la goccia le gocce
la guancia le guance
la lancia le lance
la loggia le logge
malconcia malconce
la mancia le mance
massiccia massicce
la minaccia le minacce
l’oncia le once
l’orgia le orge
la pancia le pance
la pelliccia le pellicce
la pioggia le piogge
la pronuncia le pronunce
la provincia le province
la puleggia le pulegge
la quercia le querce
la rinuncia le rinunce
la roccia le rocce
la saccoccia le saccocce
la salsiccia le salsicce
la scaramuccia le scaramucce
la scheggia le schegge
sconcia sconce
selvaggia selvagge
la spiaggia le spiagge
la torcia le torce
la traccia le tracce
la treccia le trecce

Perdono la –i– anche i nomi e gli aggettivi che finiscono in –accia, –iccia, –occia, –uccia:

Singolare Plurale
cosuccia cosucce
grassoccia grassocce
mangereccia mangerecce
parolaccia parolacce
rossiccia rossicce

Esiste, come sempre, (più di) un’eccezione alla regola; dunque, la cosa migliore da fare è controllare i plurali difficili sul vocabolario. Oltre a indicarvi la forma giusta, esso avverte che, accanto ai plurali considerati corretti, anche forme come ciliegevalige, e provincie sono ormai usate e largamente accettate.

FONTI:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/plurali-difficili-parole-uscenti-cia-gia

http://www.i-libri.com/plurali-difficili-ce-o-cie.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/cie-gie-prontuario_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

Parlare Senza Dire: il Grammelot

Il grammelot è un espediente espressivo dell’attore di teatro che consiste nel pronunciare un discorso in una lingua inventata, le cui parole non significano niente ma imitano nel suono e nella cadenza una certa lingua o un certo dialetto. Il grammelot è un parlare turbinante, e il significato che trasmette – ciò che racconta – è tutto rimesso all’espressività della mimica dell’attore.

Il termine è di etimologia incerta. Generalmente è considerato un prestito dal francese o uno pseudofrancesismo: secondo Sabatini e Coletti, è parola composta da gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo»; più probabilmente deriva dal verbo grommeler, nell’accezione di «prononcer quelque chose à voix basse, de manière indistincte, généralement sur un ton bougon ou plaintif», insomma «bofonchiare, borbottare».

Il vocabolo è comunque presente nei principali dizionari dell’italiano contemporaneo anche se le sue prime attestazioni sono recenti e si collocano nella seconda metà del Novecento; probabilmente è stato proprio grazie a Fo che questa parola è entrata e si è diffusa nell’italiano:

«Grammelot» significa […] gioco onomatopeico di un discorso, articolato arbitrariamente, ma che è in grado di trasmettere, con l’apporto di gesti, ritmi e sonorità particolari, un intero discorso compiuto. In questa chiave è possibile improvvisare – meglio, articolare – grammelot di tutti i tipi riferiti a strutture lessicali le più diverse. La prima forma di grammelot la eseguono senz’altro i bambini con la loro incredibile fantasia quando fingono di fare discorsi chiarissimi con farfugliamenti straordinari (che fra di loro intendono perfettamente) (Fo 1997: 81).

Anche in passato sono esistiti casi di invenzioni verbali destinate alle rappresentazioni teatrali. Agli inizi del Settecento, il processo di normalizzazione anche linguistica imposto dalla Comédie Française costrinse i forains, gli attori di strada che si esibivano a Parigi durante le principali fiere, a censurare la lingua delle loro rappresentazioni e a sostituirla con i gesti, la musica e il jargon («gergo»), sorta di linguaggio inarticolato che alludeva alla recitazione canonica degli attori veri e propri. Sebbene il grammelot abbia in Italia antecedenti illustri nel pluridialettalismo della commedia rinascimentale e in quello della Commedia dell’Arte, la sua creazione è opera di Dario Fo.

È del 1969 Mistero buffo, uno spettacolo recitato in una lingua mescidata che contamina e fonde diversi dialetti lombardo-veneto-friulani con la memoria della lingua dei giullari medievali, e che evoca le narrazioni dei fabulatori contadini udite dall’autore nell’infanzia; si tratta di una scelta linguistica nettamente orientata in senso ideologico, per il recupero di una cultura popolare in via di estinzione. Ma è nella parte intitolata La fame dello Zanni che Fo oltrepassa la mescidanza dialettale per raccontare in una lingua inventata, e soltanto risonante delle cadenze dialettali, la fame onnivora di un contadino inurbato nella Venezia del Cinquecento. Successivamente, Fo ha applicato la tecnica inventiva del grammelot ad alcune lingue straniere, come all’inglese nel Grammelot dell’avvocato inglese o al francese nel Grammelot detto ‘di Scapino’, ma anche a varietà linguistiche specifiche.

Dunque, il grammelot si configura come un discorso completamente agrammaticale e asemantico; eppure, risulta fortemente comunicativo nella sua realizzazione scenica grazie alle doti mimiche e vocali dell’attore.

 

FONTI
http://unaparolaalgiorno.it/significato/G/grammelot

http://www.treccani.it/enciclopedia/grammelot_(Enciclopedia-dell'Italiano)/

Questo, Quello e… Codesto?

Codesto, dal lat. volg. c)cu(m) tĭbi ĭstu(m) ‘eccoti questo’, indica  “la persona o cosa vicina a chi ascolta, o a lui relativa, o nominata subito prima”.

Cosa è successo all’aggettivo/pronome in questione? Che si sia estinto, che sia stato abolito, che sia da sempre vissuto solo sui libri?

Chiariamo la situazione.

La questione degli aggettivi/pronomi dimostrativi è stata largamente indagata dai grammatici che, attualmente, sono orientati a proporre la presenza di due sistemi paralleli nell’insieme delle varietà dell’italiano. Il sistema dei dimostrativi dell’italiano contemporaneo (nella sua varietà dell’uso medio o neo-standard) presenta due elementi con questo e quelloquesto per indicare ciò che è vicino a chi parla nello spazio, nel tempo o che è stato appena citato nel testo. Lo stesso sistema bipartito si ha in inglese, francese e tedesco. Il toscano moderno, come i dialetti meridionali, lo spagnolo e il portoghese, prevede invece un sistema a tre elementi con questocodesto e quello. Nel sistema a due elementi, quello cioè dell’italiano utilizzato in tutta Italia esclusa la Toscana, codesto è comunemente sostituito da quello e, meno spesso, da questo.

Nella lingua scritta, considerata in prospettiva diacronica, la forma codesto risulta, in proporzione, meno presente fino all’Ottocento rispetto alla sua frequenza negli scritti tra 1800 e 1900: se dalle origini al Settecento si contano complessivamente 1711 occorrenze, soltanto per Ottocento e Novecento abbiamo 1428 occorrenze totali. Significativo che, di queste occorrenze, ben 415 (+ 3 nella variante cotesto) siano negli scritti di Manzoni.

Questi dati suggeriscono almeno due considerazioni:

1) la variante cotesto cede progressivamente a codesto fino a sparire da Manzoni in poi;

2) la frequenza del dimostrativo negli scritti di Manzoni rivela l’intento di promuovere a livello nazionale un tratto del fiorentino parlato.

Oltre alla stabilizzazione della forma codesto, si assiste quindi alla riproposizione, a livello nazionale, del sistema a tre elementi dei dimostrativi, in particolare attraverso i programmi scolastici e la lingua dell’amministrazione. Questo processo storico dà ragione della lunga resistenza di codesto nelle grammatiche scolastiche e nelle scritture burocratiche.

Nell’italiano scritto contemporaneo si può dire che siano proprio le grammatiche e i testi giuridici e amministrativi gli ambiti in cui ancora codesto sopravvive, anche se le grammatiche, pur offrendo il quadro dei dimostrativi a tre elementi, segnalano gli usi limitati di codesto che, a seconda dei casi, sono indicati come propri della lingua scritta, soprattutto letteraria, e del toscano. Per chi non è toscano si tratta infatti di un elemento di cui non si possiede una competenza attiva, d’uso vivo, e che resta relegato a un particolare tipo di lingua scritta.

Nell’italiano parlato l’uso di codesto è infatti esclusivo della Toscana e nel resto del Paese il sistema è limitato ai dimostrativi questo e quello. Una prima conferma la possiamo avere dalla consultazione di corpora di italiano parlato: nel LIP (Lessico dell’Italiano Parlato) si rintracciano solo 5 occorrenze, 4 in un testi colloquiali raccolti a Firenze e 1 in un testo formale (burocratico) raccolto a Milano; nel LIR (Lessico dell’Italiano Radiofonico) ci sono 11 occorrenze, ma tutte all’interno di un testo pubblicitario in cui si riproduce il parlato toscano; nella versione in via di completamento del LIT (Lessico dell’Italiano Televisivo) che contiene, ad oggi, circa 50 ore di parlato televisivo non si rintraccia nessuna occorrenza di codesto.

Questa diversa distribuzione produce una diversa percezione nei parlanti rispetto a codesto: in Toscana infatti codesto non è avvertito come un elemento proprio della lingua letteraria, arcaica o burocratica, ma come tratto comune, ricorrente, tendente anzi al registro informale e familiare.

Giovanni Acerboni, esperto di scrittura professionale, docente universitario, consulente e formatore,  ha, assieme ad altri, lanciato una vera e propria campagna per abolire codesto. Per evitare confusione, e soprattutto per evitare di commettere inutili errori. Anche perché, se è vero che codesto sopravvive sui libri di grammatica e nelle scritture burocratiche, la lingua in pratica mostra una realtà ben diversa.

 

FONTI:
http://www.scritturaprofessionale.it

http://www.treccani.it/enciclopedia/codesto_(La_grammatica_italiana)/

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/codesto-cotesto-sistema-aggettivi-pronomi-di

http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=codesto

http://www.cortmic.eu/cronache/cronache182.html