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Lingue Artificiali: Esperanto & Co.

Nel 2007, il Corriere della Sera parlava di circa 1900 lingue nate sul web. Se è vero che da anni assistiamo ad un fenomeno accelerato di estinzione di massa delle lingue su scala mondiale, è altrettanto vero che, contemporaneamente, sono nate e si sono evolute altre lingue, cosiddette artificiali, create dall’uomo ad hoc.

“Ale li pona”. Ovvero: tutto ok. Così si dice in Toki Pona, la lingua creata dal nulla dalla studentessa canadese Sonja Elen Kisa nel 2001 e diventata improvvisamente moda in Rete. Una lingua molto semplice, composta solo da 14 fonemi e da 118 parole che vuole però avere un carattere universale. Sarà forse per tali caratteristiche che questa lingua artificiale ha cominciato a diffondersi e, oggi, sono un discreto numero le persone che parlano, cantano canzoni, scrivono poesie ma, soprattutto, chattano in Toki Pona. La creazione di nuovi linguaggi, in realtà, non è un fenomeno del tutto nuovo. Basti pensare a Tolkien, autore del “Signore degli Anelli“, che amava inventare parole e passò ore e ore della sua vita a modificare parole dal latino, dal tedesco, dal finlandese e dal gallese.

 

ORIGINI

Originariamente, l’idea di una lingua costruita fu collegata soprattutto alla conoscenza filosofica, o addirittura religiosa e mistica. I metodi obiettivi di analisi della linguistica moderna si sono sviluppati solo in tempi molto recenti, e nei secoli passati le lingue erano considerate in modo “ingenuo” come riflessi della verità. Una lingua speciale, creata e studiata in contesti insoliti, era quindi automaticamente vista come qualcosa di magico e di straordinario, che doveva riflettere qualcosa di altrettanto straordinario, qualche verità superiore.

A partire dal XVI secolo si cominciò a pensare seriamente alla possibilità di inventare un’unica lingua artificiale per tutti gli uomini, in modo da eliminare almeno uno dei motivi di incomprensione tra le nazioni. Diverse tradizioni religiose, come ad esempio la cabala ebraica, fin da tempi antichi attribuivano valori profondi alle parole o alle singole lettere, elaborando complesse “grammatiche” di significati a partire dalle parole delle lingue naturali. Secondo BAUSANI (1970 [1974]), la prima lingua artificiale vera e propria potrebbe essere considerata il balaibalan, un idioma sacro sviluppato nell’ambito della setta hurufi attorno al XVI secolo: se ne sa molto poco, ma è stato tramandato un testo religioso in balaibalan dal quale emerge un vocabolario originale, innestato su una sintassi analoga all’arabo (DE SACY, 1813).

Anche diversi filosofi europei pensarono a delle lingue artificiali. Thomas Moore (Tommaso Moro) riporta nella sua Utopia del 1516 qualche frase in una “lingua utopica“, probabilmente opera di P. Gilles.
Un vero pioniere dell’idea moderna di lingua artificiale, anche se solo sul piano teorico, è il grande filosofo francese René Descartes (Cartesio). Egli, in una lettera indirizzata al padre Mersenne del 1629, ipotizza una lingua universale fondata su principi di semplicità, con coniugazioni e declinazioni regolari e priva di eccezioni.

Un altro teorizzatore di una lingua artificiale fu il ceco Jan Amos Komenský (Comenio), morto nel 1670. I suoi scopi erano diversi da quelli di Cartesio: per Comenio l’apprendimento di una lingua artificiale, che unificasse e perfezionasse le caratteristiche delle molte lingue naturali, rappresentava un’elevazione dello spirito umano, che l’avrebbe salvato in tempo dal caos del mondo contemporaneo, in vista dell’avvicinarsi della fine del mondo.

Il concetto di lingua filosofica venne poi realizzato in modo compiuto da diversi autori nel corso del Seicento. Il primo di loro fu lo scozzese George Dalgarno, che nella Ars signorum pubblicata nel 1661 espose un sistema “logico” per la formazione delle parole a partire dai significati primitivi che le costituiscono.
Ogni lettera, nella lingua filosofica di Dalgarno, corrisponde ad una classe di concetti: al livello più alto, A indica gli esseri, H (eta) le sostanze, E gli accidenti, I gli esseri concreti, O i corpi, K gli accidenti politici eccetera; ciascuna classe si divide poi in sottoclassi indicate da una seconda lettera, queste a loro volta in sottoclassi indicate da una terza lettera, e così via, procedendo con sempre maggiori specificazioni.

Simile a quella di Dalgarno, ma maggiormente perfezionata, è la lingua filosofica di John Wilkins, uno dei fondatori della Royal Society, vescovo di Chester e autore anche di un trattato di crittografia.

Nella lingua di Wilkins, i concetti del vocabolario sono classificati in 40 generi, indicati dalle prime due lettere di ogni parola; questi si dividono in differenze, indicate da una consonante in terza posizione, e le differenze si dividono a loro volta in specie, indicate da una vocale in quarta posizione.

La lingua di Wilkins, così come le osservazioni di Descartes, furono considerate con grande interesse dal filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz. Partendo dal sistema di Wilkins, Leibniz immaginò una “lingua adamica” nella quale ogni parola fosse definita dai concetti semplici che la costituiscono. Ogni concetto semplice sarebbe stato indicato da un numero, e i concetti complessi si sarebbero potuti formare combinando quelli semplici attraverso un vero e proprio calcolo matematico; i numeri così ottenuti si sarebbero poi potuti tradurre in sillabe pronunciabili. Questo progetto è accennato da Leibniz nel De arte combinatoria del 1666, e trattato anche in alcuni frammenti inediti.

Il fascino filosofico esercitato dalle lingue di Dalgarno, Wilkins, Leibniz e da altri progetti simili, con la loro promessa di favorire la conoscenza attraverso la corretta combinazione delle idee, si accompagna in realtà a dei limiti intrinseci. È evidente infatti che le “classificazioni delle idee” elaborate da Dalgarno e da Wilkins riflettono le conoscenze e le concezioni del mondo caratteristiche della loro epoca: in questo senso la loro “logica” non è così assoluta ed universale, poiché se fosse stato elaborato in un contesto culturale differente il sistema avrebbe potuto risultare diverso.

 

UN TENTATIVO FAMOSO E VITALE: L’ESPERANTO

A inventare l’esperanto fu un ragazzo polacco di quindici anni, Ludwig Lazarus Zamenhof. L’idea di una lingua artificiale parlata da tutti venne a Ludwig perché l’ambiente in cui viveva era molto ricco linguisticamente. In casa parlava il russo, fuori casa incontrava l’yiddish (la lingua parlata dagli ebrei dell’Europa centrale e orientale), il polacco e l’ebraico. A scuola studiava il francese e il tedesco come lingue moderne, il greco e il latino come lingue antiche. Coltivando con costanza la sua passione, Zamenhof arrivò a pubblicare la prima grammatica della sua lingua nel 1887. Firmò col nome Doktoro Esperanto («Dottore speranzoso») e da allora la sua invenzione circolò col nome di esperanto.

L’esperanto di Zamenhof ha una pronuncia molto semplice, una grammatica snella e chiara e un vocabolario limitato a circa 8.000 parole che si possono combinare tra loro. Per esempio: l’articolo è uno solo, la, e vale per tutti i generi e numeri. Tutti i sostantivi escono in o, tutti i femminili si formano col suffisso in, tutti i plurali si formano aggiungendo j. Succede così, per esempio, che per dire «il fratello» si dica la frato. Per dire «i fratelli» si dica la fratoj. E lo stesso vale per «le sorelle»: «la sorella» si dice la fratino, «le sorelle» si dice la fratinoj. Insomma, un gioco linguistico ricco di mille sorprese.

La sua iniziativa ebbe subito un certo successo e oggi è l’unica proposta di lingua artificiale sopravvissuta. È infatti tuttora coltivata in varie nazioni, conta molti appassionati e praticanti in grado di scrivere in esperanto anche opere letterarie ed è stata addirittura promossa come materia di studio universitario.

 

IL CINEMA DELLE LINGUE FANTASTICHE

In tempi più recenti, gli idiomi inventati si sono moltiplicati su Internet e hanno iniziato a diventare di pubblico dominio. Il sito Langmaker.com lista oltre 1000 inventori di lingue e 1902 nuovi linguaggi, dall’Ayvarith (un mix di araboerbaicoaramaico) allo Zyem (un linguaggio di pura fantasia).  Ovviamente non poteva mancare una parola che descrivesse questa nuova attività creativa. La pratica si chiama dunque “conlang”, che è l’abbreviazione di “constructed languages“, ovvero, linguaggi costruiti. Tra i “conlangers” c’è anche un italiano, Carmelo Cutuli che, nel lontano 1999, creò il “Diziobolo”, un vocabolario nato per rivoluzionare il linguaggio del Web.
La notorietà delle lingue inventate è anche parzialmente legata alla cinematografia. Si pensi, ad esempio, al Klingon, la lingua di Star Trek (Klingon Language Institute ), o al Ku, la lingua africana artificiale parlata da Nicole Kidman nel film “The Interpeter”.

 

LINGUA E CULTURA

Certo, una lingua non può esistere senza riferimenti culturali. La semplice creazione della parola “libro” non è cosa tanto difficile, piuttosto lo è immaginare che vi siano le basi, per quella determinata comunità, per possedere il concetto di libro, e quindi di scrittura, lettura e trasmissione delle informazioni. Nulla di scontato, quindi, quando una “semplice” parola inventata trascina con sé aspetti reconditi della cultura del suo creatore. (*)

 

VEDI ANCHE:

http://www.ling.ohio-state.edu/~plummer/repo/elliott-newton-language.pdf

Giacomo Francesco Sertoriol, Il problema della lingua universale. Porto Maurizio, Berio, 1888.

Alessandro BausaniLe lingue inventate. Roma, Ubaldini, 1974.

Umberto EcoLa ricerca della lingua perfetta nella cultura europea. Bari, Laterza, 1993.

Paolo Albani e Berlinghiero BuonarrotiAga Magéra Difúra – Dizionario delle Lingue immaginarie. Bologna, Zanichelli, 1994.

Caterina Marrone, Le lingue utopiche. Viterbo, Nuovi Equilibri, 2004 [1995].

(EN) Alan Libert, A priori artificial languages. Munich, Lincom Europa, 2000.

Paolo ValoreMateriali per lo studio dei linguaggi artificiali nel Novecento, Milano, Cuem 2006.

Federico Gobbo, Fondamenti di Interlinguistica ed Esperantologia, Milano, Libreria Cortina Milano 2009.

UN ELENCO DELLE LINGUE ARTIFICIALI:

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_lingue_artificiali

FONTI:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/08_Agosto/24/lingue_cyberspazio.shtml

http://www.oocities.org/gataspus/ling-art.htm

(*) http://torredibabel.com/2014/04/07/alla-scoperta-del-dorthraki-e-delle-lingue-artificiali/

http://www.treccani.it/enciclopedia/lingue-artificiali_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

file:///C:/Users/user/Downloads/Lingue%20artificiali%20ultima%20moda%20di%20Internet.pdf

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4 commenti

  1. junhild ha detto:

    Un tentativo coevo (o quasi) a quello di Wilkins sicuramente potrebbe essere quello di Isaac Newton. 🙂 http://www.ling.ohio-state.edu/~plummer/repo/elliott-newton-language.pdf

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