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Chi Parla male Pensa male

Si dice che l’uomo vale per quello che sa; ma vale anche in gran parte per come sa dire quello che sa. (…) Non è soltanto un ornamento intellettuale: è arma nella lotta per la vita, è forza e libertà dello spirito, è chiave dei cuori e delle coscienze altrui, è strumento di lavoro e di fortuna. (…) Molti non riescono a farsi strada nel mondo per mancanza di facoltà comunicativa. Quante volte nella vita dipende un grave danno o un grande vantaggio nostro da un nostro pensiero o sentimento espresso in un modo infelice, e quindi frainteso, o non inteso per nulla!(…)

“Che cosa importa?”. Che cosa importano le parole? Questa è grossa, mi perdoni! È come dire: “Che cosa importa parlare e scrivere con chiarezza e con efficacia? Che cosa importa l’usare, invece d’una parola o d’una frase propria, un’altra parola o un’altra frase che, non esprimendo per l’appunto il nostro pensiero, può farlo fraintendere e costringerci perciò ad esprimerlo un’altra volta in un’altra maniera, che può essere peggiore della prima? Che cosa importa, parlando e scrivendo, inciampare ogni momento in una difficoltà, essere arrestati a ogni passo da un dubbio, lasciare a mezzo una frase per cercare un vocabolo, doversi spiegare coi gesti? Che cosa importano le parole? Ma infiniti malintesi, risentimenti, diverbi dolorosi nascono di continuo fra gli uomini da una parola usata a sproposito, per pura ignoranza o mancanza di finezza nel sentimento della lingua. Come si può dire: “Cosa importano le parole?”. (…)

Lo studio della lingua è infinitamente vario, e i suoi confini s’allontanano dinanzi a chi vi procede. (…) E non si tratta di uno studio puramente letterario. Nel campo di qualsiasi scienza, il possesso della lingua, la facoltà di esprimersi con chiarezza e con proprietà è parte della scienza stessa. (…)

IL SIGNOR COSO
Tra le sue qualità più notevoli vi era un profondo disprezzo per l’arte della parola. Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l’uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l’espressione dell’idea ch’egli aveva abbozzata. Con un come si dice? si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma, tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli: “Sai, questa mattina ho visto coso, laggiù… Dice che per quell’affare…tu sai… niente”. Fu lui che annunziò agli amici l’elezione del nuovo Papa: “Eletto” disse. E gli amici: “Chi hanno eletto?”, “Coso” rispose. (…). E con quale gioia si era impadronito del verbo cosare; “Cosami quel fiasco”, “Bada, che ti cosi l’abito”.

Poiché pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall’esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare. Ecco cosa era successo al signor Coso: egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall’inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa. (…) Ma quanti sono quelli che, per infingardaggine intellettuale, parlano presso a poco al modo di Coso? Il mondo ne è pieno. Ma se l’uomo si può definire ‘l’animale parlante’, codesti non sono uomini… sono cosi.(…)

Bada sempre, nel parlare, al viso di chi ti ascolta, che è un critico muto utilissimo, perché d’ogni parola stonata, d’ogni oscurità, d’ogni lungaggine, ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un’espressione di stupore o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente. (…). Certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire. (…)

Così, bada a non parlare una lingua approssimativa, se non intendi porre limiti ai tuoi pensieri.

 

FONTE:

L’idioma gentile, Edmondo DeAmicis, 1905

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