La Dolce Lingua

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Ambaradàn

È un sostantivo maschile invariabile, senza plurale, che ha assunto il significato di “grande confusione”, “gran pasticcio”. A Roma, a Genova, a Mestre e a Padova ci sono strade che portano quel nome, e in Piemonte persino una casa editrice ha scelto di chiamarsi in quel modo. Anche un’antica filastrocca di origine latina, ambarabà ciccì coccò, diventa, talvolta, nella bocca dei bambini, ambaraban o ambaradan ciccì coccò. Insomma, si tratta di un termine giocoso, un po’ infantile, un po’ esotico e un po’ formula magica.

Ma per capire l’origine dell’espressione, spesso usata senza voluti riferimenti storici, occorre andare indietro di qualche anno, e recarci ad Amba Aradam, imponente bastione montano, alto circa 2750 metri, lungo 8 chilometri in direzione est-ovest e largo 3 chilometri in direzione nord-sud, che nel 1936, costituiva, nel bel mezzo della guerra Italo Etiopica, il centro e il perno della difesa nemica.

All’inizio degli anni ’30, l’espansione coloniale era uno dei temi fissi nell’agenda del governo italiano. Dopo la Libia e la Somalia, non restava molto da conquistare. Le Nazioni occidentali avevano già portato a compimento un programma coloniale arrivato a toccare l’85% delle terre emerse. In pratica, il mondo intero. All’inizio del XX secolo, in tutta l’Africa, erano indipendenti solo Etiopia e Liberia. Tra le due, l’Etiopia sembrava essere quella meno difesa e quella più alla portata dei nostri appetiti e apparati militari. Permetteva, inoltre, di unire Eritrea e Somalia, già in mano italiana.

In Africa venne schierato un imponente esercito, composto forse addirittura da 500.000 uomini. In meno di sette mesi venne completata l’occupazione del Paese. Il 9 maggio 1936 venne finalmente proclamato l’Impero italiano. Come è recentemente avvenuto in Iraq, la guerra in Etiopia continuò ancora per anni.

Ecco i fatti: un gruppo di ribelli, o “partigiani” (a seconda dei punti di vista) venne intercettato dall’aviazione italiana. Non era un vero e proprio contingente militare, ma un convoglio di vettovaglie, vecchi, donne e bambini; si trattava dei familiari dei combattenti. Alla vista degli aerei, molti di loro si rifugiarono nelle grotte. Il luogo era impervio, difficile da conquistare. Gli Italiani decisero allora di usare l’irpite, un agente chimico messo al bando dalla Convenzione di Ginevra del 1925, dopo che erano emersi gli effetti devastanti verificatisi nel corso della I^ Guerra Mondiale. Chimicamente, si tratta di tioetere del cloroetano, un liquido di colore bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape, il quale, vaporizzato nell’aria, penetra sotto la cute anche attraverso tessuti impermeabili all’acqua.  L’Amba Aradam divenne così un’enorme bara.

 

FONTI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-etiopica_(Enciclopedia_Italiana)/

http://dizionaripiu.zanichelli.it/parola-del-giorno/2008/03/31/la_parola_del_giorno__ambaradan/

http://www.socialnews.it/articoli/ambaradan-la-memoria-corta-delloccidente/

La Cuccagna

Cuccagna s. f. [dal lat. mediev. Cocania «paese dell’abbondanza», nome prob. foggiato con una voce germ. indicante dolciumi (cfr. ted. Kuchen «dolce, torta») e la terminazione –ania di nomi di regione]. –

Luogo favoloso ricco d’ogni cosa piacevole e di facile godimento, secondo una fantasia d’origine non sicura, che domina, in forma burlesca, nella letteratura del medioevo e agli inizi dell’età moderna. Per estens., luogo pieno d’ogni ben di Dio, grande abbondanza d’ogni cosa, vita piacevole e allegra: hanno trovato la c.!; è finita la c.!; godersi la c.; era già da cinque mesi che durava questa bella c. di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola (Collodi).

Nelle varie lingue, il paese assume vari nomi: in Francia si chiama “Cocagne”; in Gran Bretagna “Cockaigne”, in Spagna “Cucaña”.

Esempio di un simile paese, anche se non indicato con questo nome, lo si trova già nella commedia greca i “Minatori” dove Ferecrate, commediografo del V secolo a.C., nel descrivere la vita felice dei morti, accenna ad un paese che si trova negli inferi dove ci sono “fiumi pieni di polenta e di brodo nero”.

L’eterna fame del povero, dello sfruttato, è il motore immobile che spinge sulle vie della leggenda: il regno del Prete Gianni, l’India Pastinaca, l’Arabia della Fenice, la Crociata degli Straccioni così simile al Paradiso Terrestre. E poi, naturalmente, Bengodi e tutte le sue variazioni, su su fino alla “Merica” otto-novecentesca e al Paese dei Balocchi, versione infantile dell’estremo bisogno che ha l’uomo di ritrovarsi cittadino irresponsabile, e proprio per questo felice, dell’Età dell’Oro.

Cuccagna insomma, una sorta di Eden gastronomico e del dolce far niente. Mito diffusissimo nelle letterature popolari di tutto il Nord-ovest d’Europa più Russia, Slovenia, Africa, America Latina e Medio Oriente, la capitale di ogni leccornia gratuita a portata di mano è un non-luogo chiaramente situato nell’io collettivo al di là del tempo e dello spazio, un mito ghiottone che dura nel tempo e che ogni tanto salta fuori come un fiume carsico di delizie.

Cuccagna, nell’omonima fiaba francese duecentesca si affaccia per la prima volta al mondo sotto il nome di Coquaigne. L’autore affermava d’essere andato per penitenza dal papa e di essere stato da questo inviato al Paese di Cuccagna nel quale “le case son fatte di pesci, di salsicce e d’altre cose ghiotte, i campi son recintati con pezzi di carne arrosto e spalle di maiale, le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda a cui ognuno può assidersi liberamente e mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso e mezzo di vino bianco. In questa terra il mese è di sei settimane e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni”.

Con il passare del tempo, il mitico Paese di Cuccagna si arricchisce sempre di più di meraviglie e delizie. A Cuccagna – di volta in volta citata anche come Bengodi – è sempre primavera, vi scorrono fiumi di latte e miele, gli alberi hanno appese vesti al posto dei frutti, gli asini sono legati con le salsicce e, come nelle favole, l’oca fa le uova d’oro e il pentolino magico sommerge un intero paese di farinata dolce.

Anche i più grandi prima o poi finiscono con l’intrigarvisi. Giovanni Boccaccio, nella terza novella della ottava giornata del Decameron, quella celeberrima di Calandrino e l’elitròpia “giù per lo Mugnone”: Maso rispose che [le pietre di elitròpia, che rendevano invisibili] si trovavano in Berlinzone, terra de’ Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua, – un passo dove, sia detto per inciso, la menzione di un parmigiano non ancora sottoposto a marchi e irregimentato in consorzi è la prima in assoluto della storia.

Sempre più ridotto nel tempo a un semplice fatto gastronomico (un chiaro segno delle difficoltà alimentari venutosi a creare dopo il XVI secolo), il mito di Cuccagna-Bengodi comincia a scolorire nell’inconscio collettivo e si riduce pian piano a una semplice leggenda tuttalpiù da rispolverare ogni tanto.

Eppure la sua importanza resta grande. Nella sua rappresentazione dettagliata di un prosaico e dilettevole Paradiso Terrestre, Bengodi-Cuccagna ricalca il desiderio di rivincita delle masse affamate di ottenere almeno qualche volta durante lo spazio della vita tutto e in abbondanza. Assimilato pian piano nel Carnevale – in cui finisce per identificarsi – vi trova il suo principale veicolo di diffusione e di realizzazione temporanea in armonia con le funzioni di rifondazione del tempo e dei cicli produttivi assieme alla grande via di sfogo tradizionalmente rappresentata da questa festa.

Tra le descrizioni più complete del Paese di Cuccagna fatte da autori italiani si ricorda la “Historia nuova della città di Cuccagna”, scritta alla fine del’400 da Alessandro da Siena, dove con grande efficacia vengono descritti tutte le raffinatezze di un paese ricco di meraviglie del palato e anche di piaceri differenti.

In “Piazza universale di tutte le professioni e i mestieri”, Tommaso Garzoni, sempre nel ‘500, ci presenta il Paese di Cuccagna come una storia inventata che i viaggiatori raccontano ai creduloni per rendere più avvincenti i loro racconti di viaggio.

A partire dal XVI secolo, in varie stampe e incisioni, comincia a comparire l’albero di Cuccagna fornito di ogni ben di Dio, situato presso la porta del Paradiso e talvolta come elemento centrale della scena. Il popolo vi balla intorno, tra i rami i beni della Fortuna, dalle corone reali agli strumenti musicali alle specialità gastronomiche, pendono come il frutto non più proibito di un Eden finalmente riconquistato. E così via, su su fino alle piazze e ai sagrati di provincia, con il palo ingrassato e preso d’assalto da scalatori attirati da prosciutti, dolci e leccornie alla sommità.

Nella seconda metà del Seicento Ippolito Neri, nel suo poema eroicomico intitolato “La presa di Sanmiato”, in mezzo a tanti eventi pseudostorici e fiabeschi, lascia uno spazio al Paese di Cuccagna che, come da tradizione, appare sede di delizia sia per il palato che per il ventre.

Un altro romanzo che presenta la citazione del paese di cuccagna è “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

“Ma dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedistallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamone! non era luogo da pani quello. «Vediamo un po’ che affare è questo» disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. «è pane davvero!» disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?»…..

Sempre nell’800 anche i fratelli Grimm nelle loro fiabe descrivono con grande efficacia lo stile di vita che regna nel paese della Cuccagna:

«Vidi un tiglio bello e grande su cui crescevano le focacce calde. Vidi una vecchia capra rosicchiata, che si portava addosso cento cani di strutto, centosessanta con il sale e il tutto. Ebbene ho visto un campo tutto arato senza buoi nè cavalli … Poi ho sentito i pesci fare un gran chiasso che rimbombava in cielo, e un dolce miele colava con acqua da una profonda valle su per un alto monte… E c’erano due cornacchie che falciavano un prato… e, fuor dal pantano due rane che insieme battevano il grano».

Nel 1890 Matilde Serao pubblica un romanzo intitolato “Il paese di Cuccagna” nel quale descrive con grande precisione la vita dei napoletani che cerca di cogliere nelle loro passioni e abitudini soprattutto mettendo in risalto l’atmosfera caotica e allegra della città, simile al paese di cuccagna esaltato dalla tradizione.

 

FONTI:

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/comunicazione/bengodi-paese-della-cuccagna.html

http://www.treccani.it/vocabolario/cuccagna/