La Dolce Lingua

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Monthly Archives: dicembre 2014

Il Corsivo Inventato a Bologna

Il ‘corsivo’ fu inventato a Bologna: parte ‘Griffo, la grande Festa delle Lettere’4600.0.663943103-kk5D--180x140@Corrieredibologna
“Il carattere corsivo ha cambiato la storia dell’editoria e ha dato vita a quelle che all’epoca erano le edizioni economiche, rendendo le opere classiche accessibili anche a coloro che non potevano permettersi corsivi in-folio”. Parola di Umberto Eco, a capo del comitato scientifico dell’Associazione Francesco Griffo, che, insieme al Comune di Bologna e ad altre istituzioni cittadine darà vita a “Griffo, la grande Festa delle Lettere”, un evento lungo quattro anni.

Francesco, nacque a Bologna da Cesare, di professione orefice a metà del quindicesimo secolo. Praticamente sconosciuto fino all’800, anche Antonio Panizzi, bibliotecario (e patriota) di Brescello volle investigare su di lui. (Panizzi guidò anche la biblioteca del British Museum, una delle più grandi al mondo).

imagesDi Griffo si sa oggi che intraprese la carriera di incisore e che inventò e incise, secondo gli studiosi, ben sei tipi di carattere “tondo”, quelli che oggi chiamiamo “corsivo” o italico. Arrivò molto in alto: prestò infatti la sua opera per diversi editori italiani e anche per Aldo Manunzio, umanista ed editore veneto, che vantava anche una stretta amicizia con il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam.

Griffo morì a Bologna nel 1518 e fu probabilmente giustiziato per l’omicidio del genero che egli aveva colpito a morte con una spranga dopo un alterco insorto entro le mura domestiche dell’abitazione che condividevano nella parrocchia di S. Giuliano (fonte: Treccani)

Per celebrare il cinquecentenario della sua morte, un programma di eventi presentato ieri in una conferenza stampa a Palazzo D’Accursio: “Sarà occasione di scambio e di confronto interdisciplinare e vedrà la realizzazione di tante attività che spazieranno dalla didattica, all’editoria, alla digitalizzazione delle opere fino a workshop, laboratori per l’infanzia ed eventi espositivi – ha scritto l’assessore alla promozione della città Matteo Lepore.

DSC_9568Un progetto “aperto” a contributi e idee. Ad oggi hanno già aderito a Bologna, oltre al Comune, la Bottega di Narrazione delle Finzioni, l’Istituzione Biblioteche – Biblioteca Archiginnasio, Genus Bononiae, il MAMbo, il Museo della Musica e il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Unibo; ma anche altre realtà italiane hanno già deciso di partecipare all’iniziativa: il Museo Carlo Zauli di Faenza, la Tipoteca Italiana Fondazione, l’AIAP – Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva, l’ADCI – Art Directors Club Italiano e l’ADI – Associazione per il Disegno Industriale.

“La nostra volontà è raccogliere altre adesioni, dall’intero territorio nazionale e, perchè no, dall’estero (le richieste di adesione possono essere inviate a info@griffoanniversary.com e ulteriori informazioni sono disponibili al sito) – continua Lepore – saranno poi le singole realtà a proporre le attività che vogliono sviluppare. Per la gestione e la selezione è  in corso di creazione un Comitato Scientifico, che sarà presieduto da Umberto Eco”.

Cercasi Traduttore dal Calabrese per Combattere la ‘Ndrangheta

di FRANCO ZANTONELLI
“Traduttori dal calabrese cercasi”. La Svizzera, dopo aver capito, grazie alle segnalazioni degli inquirenti italiani, di essere un Paese particolarmente appetito dalla ‘ndrangheta, per i suoi traffici criminali, sta correndo ai ripari. In primo luogo  pensando a potenziare l’attività di intelligence della Fedpol, la polizia federale, per riuscire a infiltrare le cosche. Che, tuttavia, come è avvenuto di recente in un vertice di capibastone a Frauenfeld, non distante da Zurigo, filmato dagli investigatori svizzeri, comunicano in dialetto calabrese. Che nessun poliziotto elvetico, neppure quelli di origine italiana, è in grado di  comprendere.

Ecco, allora,  il curioso annuncio, comparso in alcune facoltà di lettere. “Cerchiamo qualcuno – recita  il bando – con competenze linguistiche in questo ambito o che sia d’origine calabrese”. Si richiedono, inoltre, competenze informatiche, senso di responsabilità e di confidenzialità.


I candidati verranno, inoltre, sottoposti a un accurato esame di sicurezza, prima di venire ingaggiati come dipendenti dello Stato, a 75 franchi all’ora, ovvero circa 60 euro. “Il dialetto calabrese- ha spiegato al Corriere del Ticino Danielle Bersier, portavoce della Fedpol -è ritenuto uno dei più ostici dagli stessi italofoni, per questo dobbiamo ricorrere a esperti esterni”.

Uno degli obbiettivi  è quello di riuscire ad effettuare delle intercettazioni ambientali e telefoniche su larga scala, per evitare che le ‘ndrine si impiantino, in modo massiccio, in Svizzera, come hanno già fatto in Germania. “Per il momento- ha tenuto a rassicurare il Procuratore Generale della Confederazione, Michael Lauber -non siamo ancora un Paese mafioso”. Anche i traduttori dal calabrese possono contribuire ad evitare che lo diventi.

FONTE:
http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/22/news/svizzera_traduttori_calabrese-101175298/

Euro-English

L’inglese è ovunque. Una lingua diventa globale grazie al potere delle persone che la parlano. Non ha niente a che vedere con la struttura, con la grammatica o con la pronuncia, è tutto dettato dal potere. Ma il potere, nel tempo, assume diversi significati: l’inglese inizialmente è diventato internazionale per il potere politico, il potere militare, il potere dell’impero britannico. Ma non è solo la politica che guida una lingua nel mondo. Un centinaio di anni più tardi, c’è stato il potere della scienza e della tecnologia, la rivoluzione industriale.

L’inglese è la lingua della scienza: 2/3 delle persone che hanno inventato tutte le cose che rendono la nostra società moderna quella che è, lo hanno fatto attraverso il mezzo della lingua inglese. E poi, nel XIX secolo, il potere economico: anche allora la lingua parlata era l’inglese, dato che l’America e la Gran Bretagna gestivano il grosso dei mercati mondiali. Poi, nel XX secolo: il potere culturale.

Si potrebbe dire che, gli ultimi 400 anni, l’inglese si sia trovato al posto giusto nel momento giusto.

L’inglese però non è una singola varietà. Si tratta, infatti, di un conglomerato di diverse varietà: c’è l’inglese britannico, l’inglese americano, l’inglese australiano, e via dicendo. Queste varietà di inglese sono diverse nel senso che si riscontra un vocabolario diverso, una grammatica diversa, una pronuncia diversa. Per questo, negli ultimi anni, si è iniziato a parlare più correttamente di inglesi, piuttosto che di inglese.

Sono questi i concetti alla base della ricerca sul cosiddetto Euro-English, una nuova (possibile) varietà di inglese che si sta attualmente sviluppando in ambito squisitamente europeo.

Una volta era tutto Mitico, oggi è Geniale

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di Luca Bottura

«I complimenti costano poco e certe volte non valgono di più».
In quella verità da canzonetta del giovane Jovanotti si annidavano i batteri di una pandemia che avrebbe devastato e inaridito il lessico negli anni a venire, per colpa quasi esclusiva del combinato disposto tra l’italica pigrizia e l’effetto rullo compressore prima della tv e poi dei social network. Ma se ai tempi dell’omonimo brano di De Gregori (2001), l’aggettivo mitico era appannaggio della brutta tv, del cattivo giornalismo, delle pessime recensioni; l’era di Twitter e di Facebook l’ha dapprima elevato al ruolo di a.e.u. (attributo entusiastico unico), e poi, più recentemente, a quello di q.a.e. (qualità abborracciata equivalente). Perché già s’avanza il «mitico 2.0», e quel che era mitico sempre più spesso in rete diventa «geniale». E chi l’ha scritto un genio. E a volte addirittura un gegno .
A una prima analisi le due carezze verbali parrebbero equipollenti, ma le differenze sono profonde. «Mitico» eterna. Ha una pretesa di immortalità spicciola. Si applica alla storia e alla storiella: per contrappasso, Jovanotti, o De Gregori, sono essi stessi miti(ci), lo sono le loro citazioni, come quelle di Ennio Flaiano, di Oscar Wilde, di Madre Teresa di Calcutta e di Bukowski, di Martin Luther King e Mario Borghezio, di Panariello, Fiorello, Martufello, Quagliariello.

La genialità invece fa rima con contemporaneità: è geniale la battuta buona, e anche quella scarsa, ma scritta da un amico, o da una fanciulla con cui desideri giacere. Geniale è il fotomontaggio comico rubato chissà dove. Geniali sono le boutade di Roberta a «Radio Maria» e quelle di Sgarbi a Radio Belva . Geniale è il tizio che riprende una tabella prelevata da un sito che l’aveva composta fotocopiando il motto di spirito di un deputato grillino che l’aveva letto su Spinoza.it che al mercato mio padre comprò. Fate girare.
Geniale, in assoluto, è lo spirito non richiesto che inonda le bacheche e ci spinge a complimentarci con gli umori altrui, nella speranza che qualcuno prima o poi si complimenti con noi. Un fiume di consenso senza valore che conferma l’incapacità tutta tricolore di scindere contenitore e contenuto: siamo, noi, il popolo che confonde il demenziale con la demenza e la satira coi satireggiati. Quando Matt Groening  dotò Homer Simpson di un unico aggettivo — «Mitico!» — valido per le Duff ghiacciate, i quadri di Kandinskij, l’incontro con Cristiano Ronaldo stava sfottendo, tra gli altri, il linguaggio della middle class americana. Ci è piaciuto. L’abbiamo adottato. Abbiamo unito mezzo e messaggio, come tanti McLuhan postmoderni mandati a sbattere contro McDonald’s. Ma non ci bastava ancora: l’abbiamo reso geniale.
So bene che il problema dell’appiattimento linguistico non rientra tra le prime cinquecentomila emergenze italiane e si colloca qualche posizione dopo, diciamo tra il battesimo del figlio di Carmen Russo e la rubrica di Carlo Rossella sul «Foglio» , però è pure vero, anche senza ricorrere al Moretti di Palombella rossa (mitico), che chi parla male pensa male. Clicca male. Condivide male, all’impronta, senza leggere, senza sapere. Forma, sui social, una specie di coscienza collettiva carlona che mira a rafforzare i propri pregiudizi attraverso un plebiscito incidentale e virtuale.
Così «geniale» è oggi una sorta di «carino» anabolizzato. Si porta con tutto, e con niente. È la banalità del bene, anzi del benino, come «mitico» era la banalità del benone. In un solo giorno di tweet, quello in cui queste righe sono state compitate, la mitica Barbara D’Urso si vantava di ospitare il mitico Bobby Solo, decine di mitici appassionati festeggiavano il mitico sequel di Scemo e più scemo, le mitiche fan di Nek ne rilevavano il mito per aver citato un mitico proverbio cinese («Se cadi sette volte, rialzati otto»), il mitico doppiatore Luca Ward pronunciava la frase «Se abbaia è radio Canaja», il mitico Pupo, di passaggio a Erevan, si complimentava col mitico monte Ererat (scritto proprio così), e risultavano altresì mitici Bruno Barbieri di MasterChef, la Polaroid SX70, Mara Maionchi, Rossella Brescia, Red Ronnie, la caponata, Frank Poncherello dei Chips, Massimo Boldi, Rudy Zerbi, la Bauhaus, Tabacci, il Legnano calcio, Giampiero Galeazzi, il taccuino di Pippo Civati, i Loacker (segue).
Contemporaneamente, Nicola Zingaretti della Provincia di Roma ci teneva a definire geniale il nuovo singolo di Vasco, Giuseppe Cruciani sosteneva per interposto tweet la genialità del «Fatto Quotidiano», Caterina Balivo riscontrava il genio in una ricetta di patate dolci e paprika, e geniali risultavano pure Peppa Pig, Massimo Boldi secondo estratto, le cotolette vegan, la battuta di Andrea Agnelli sullo scudetto di Jakartone, Cronosisma di Vonnegut e una lista sterminata di amichetti nostri. Specie su Facebook, laddove, però, per fortuna, si affaccia anche l’unico antidoto possibile a questo letargo collettivo dello spirito critico: lo spostamento di senso.
È una crepa, l’aggettivo «geniale» utilizzato sarcasticamente, ma si allarga: i geniali titoli della «Domenica Sportiva» su Roma Capoccia, i geniali 14 euro al mese che dovrebbero rivitalizzare l’Italia, la geniale iniziativa di un libro per analfabeti, la geniale Rosy Bindi che assicura impegno per combattere l’antimafia , la geniale professoressa che invece di far lezione sta un’ora al telefono per un’offerta della Tre. Anche se, in questo caso, già scivoliamo nel campo del «grande». Ma questo è un altro aggettivo e quindi è il caso di parlarne magari un’altra volta. Può uscirne un articolo geniale.

FONTE:

http://lucabottura.net/

ASCOLTA LA PUNTATA DE LA LINGUA BATTE IN PODCAST:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-45a7c9b9-fa4b-497d-a174-acb7ce16c6b6.html

Splatter, tuxedo, tight, golf. Attenzione al mutamento semantico!

Pensate un attimo a quante parole inglesi utilizzate ogni giorno. Se avete difficoltà, pensate ad internet, ed il gioco è fatto: computer, account, e-mail, blog, chat, cookie, smartphone, desktop, file, floppy, PDF, scanner, Word. E poi ancora: killer, snob, business, punk, rock, jeans, outing, mobbing, hacker, overdose, shampoo. Ma fermiamoci qui, il concetto è chiaro.

Insomma, scommetto che neanche il più estremista dei puristi riuscirebbe a fare a meno di certi anglicismi.

Secondo alcuni si tratta di termini che si sono andati illegittimamente ad infiltrare nella nostra parlata, secondo altri sono semplicemente andati ad arricchire il nostro vocabolario.

Ad ogni modo, l’utilizzo di parole inglesi è un fenomeno divagante e pieno di sorprese. ‘Se c’è una cosa che non sopporto, sono i film splatter‘, ‘Preferisco i boxer agli slip‘, ‘Giochiamo a flipper!’. Tutte frasi normali, che non desterebbero alcun dubbio. Se non fosse per il fatto che, in verità, splatter, in inglese, significa schizzo, il boxer non è un paio di mutande ma un pugile, e flipper significa pinna. Per non parlare del fatto che lo smoking non è affatto un completo elegante maschile (che sarebbe invece il tuxedo), ma un qualsiasi cibo affumicato. Dunque, affermare ingenuamente e con una certa baldanza: ‘I’m wearing my brand new smoking suit’ verrebbe inteso dal parlante nativo come una cosa del tipo: ‘Indosso il mio completo affumicato, nuovo di zecca’. Facile immaginare la reazione del madrelingua anglofono.

Un effetto simile avrebbe la frase: ‘Ho comprato un tight per questa occasione’, che verrebbe inteso come: ‘Ho comprato un paio di collant per questa occasione’, un’affermazione che potrebbe suscitare molta ilarità, dato che il tight, inteso all’italiana, è un indumento squisitamente maschile…

Il golf , poi, non è affatto un maglione ma uno sport, così come lo scotch non è il nastro adesivo, ma una bevanda tipicamente scozzese, non adatta ai bambini.

Si tratta di un fenomeno che in linguistica viene definito come ‘mutamento semantico’. Fin qui nulla di strano, è un meccanismo che avviene continuamente, in ogni lingua, da molto tempo. Interessante sarebbe però capirne i motivi, così come sarebbe importante conoscere il doppio significato degli anglicismi, specialmente quando li utilizziamo con un interlocutore di madrelingua inglese, giusto per evitare piccoli e grandi fraintendimenti, potenzialmente molto imbarazzanti!

a cura di Teti Musmeci

Messaggiare fa Male alla Lingua?

David Crystal, accademico e scrittore inglese, fautore, tra le altre cose, di un nuovo campo di studi, “Internet Linguistics”, in un’interessante e divertente intervista su YouTube, è determinato a sfatare alcuni miti sulla tecnologia, la quale, secondo molti, starebbe irrimediabilmente danneggiando la lingua.

‘Ecco i miti. Primo: ‘sono soltanto i giovani a scrivere i messaggi’. Secondo: ‘i giovani riempiano i messaggi di abbreviazioni, scrivano messaggi interamente abbreviati’. Terzo:  ‘le abbreviazioni sono state inventate dai giovani, sono una cosa moderna’. Quarto: ‘i ragazzi omettono delle lettere quando scrivono, quindi non sanno scrivere.’ Quinto: ‘dato che non sanno scrivere,  mettono tutte queste cose nei temi e negli esami, quindi stiamo tirando su una generazione totalmente analfabeta’.

Ognuna di queste affermazioni è un’accozzaglia di stupidaggini.

Il primo punto: ‘solo i giovani scrivono i messaggi’. Non proprio. Oggi ci sono circa 3 miliardi di cellulari al mondo. Oggi, metà della popolazione mondiale ha un cellulare. 2/3 di coloro che hanno un cellulare manda messaggi, e l’80% è adulto, non giovane.

Ora, per quanto riguarda il punto ‘i giovani non sanno scrivere’. Bene, raccogliendo numerosi campioni di testo e contando tutte le abbreviazioni presenti, si riscontra che solo il 10% delle parole è abbreviato. Questo sta a significare che la maggior parte delle parole è scritta in lingua standard, e che i giovani, la maggior parte delle volte, non commettono errori di scrittura.

Secondo: andando indietro di centinaia di anni, si trovano abbreviazioni come COS, per Consul. La regina Vittoria le usava, Luigi Carlo di Borbone le usava.

Terzo: ‘I giovani non sanno scrivere perché omettono alcune lettere’. Perché omettono delle lettere? Perché è alla moda omettere le lettere. Ma innanzitutto si deve sapere che una lettera c’è, per poterla omettere!

In generale, tutti sono d’accordo con l’idea che saper leggere e scrivere sia importante. E credo anche che in molti siano d’accordo con l’idea che il miglior mezzo per imparare a leggere e scrivere sia la pratica. Più leggi e scrivi, più impari. E qui entra in gioco la tecnologia, che fornisce sorprendenti opportunità di fare pratica: è vero che avviene tutto tramite telefono, è vero che ci sono solo 150 caratteri, ma si tratta pur sempre di praticare la lettura e la scrittura. E non è una sorpresa che tutte le più recenti ricerche svolte negli ultimi anni dimostrano che più si scrivono messaggi, più migliorano le capacità di leggere e scrivere. E prima si inizia ad utilizzare il cellulare, prima si impara a leggere e scrivere.

Certamente può capitare che a volte i giovani commettano errori di scrittura nei loro messaggi, ma questo accade anche in altri contesti.

Vado a fare visita alle scuole piuttosto spesso, parlo con i ragazzi e chiedo loro: “Useresti le abbreviazioni in altre circostanze, oltre quella degli SMS?”. Mi guardano come se fossi completamente pazzo, mi dicono: “Ma certo che no, saremmo stupidi a farlo, prenderemmo dei voti bassi”. Che ci crediate o no, i ragazzi sono intelligenti!

La messaggistica potrebbe sicuramente influenzare il nostro comportamento, da un punto di vista sociale. Ecco: che influenzi la nostra socialità è una questione, ma dubito fortemente che stia causando il deterioramento della lingua.

 

Traduzione dell’intervista ‘David Crystal on Texting, It’s Only a Theory’

Intervista al professore Edoardo Lombardi Vallauri