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Cercasi Traduttore dal Calabrese per Combattere la ‘Ndrangheta

di FRANCO ZANTONELLI
“Traduttori dal calabrese cercasi”. La Svizzera, dopo aver capito, grazie alle segnalazioni degli inquirenti italiani, di essere un Paese particolarmente appetito dalla ‘ndrangheta, per i suoi traffici criminali, sta correndo ai ripari. In primo luogo  pensando a potenziare l’attività di intelligence della Fedpol, la polizia federale, per riuscire a infiltrare le cosche. Che, tuttavia, come è avvenuto di recente in un vertice di capibastone a Frauenfeld, non distante da Zurigo, filmato dagli investigatori svizzeri, comunicano in dialetto calabrese. Che nessun poliziotto elvetico, neppure quelli di origine italiana, è in grado di  comprendere.

Ecco, allora,  il curioso annuncio, comparso in alcune facoltà di lettere. “Cerchiamo qualcuno – recita  il bando – con competenze linguistiche in questo ambito o che sia d’origine calabrese”. Si richiedono, inoltre, competenze informatiche, senso di responsabilità e di confidenzialità.


I candidati verranno, inoltre, sottoposti a un accurato esame di sicurezza, prima di venire ingaggiati come dipendenti dello Stato, a 75 franchi all’ora, ovvero circa 60 euro. “Il dialetto calabrese- ha spiegato al Corriere del Ticino Danielle Bersier, portavoce della Fedpol -è ritenuto uno dei più ostici dagli stessi italofoni, per questo dobbiamo ricorrere a esperti esterni”.

Uno degli obbiettivi  è quello di riuscire ad effettuare delle intercettazioni ambientali e telefoniche su larga scala, per evitare che le ‘ndrine si impiantino, in modo massiccio, in Svizzera, come hanno già fatto in Germania. “Per il momento- ha tenuto a rassicurare il Procuratore Generale della Confederazione, Michael Lauber -non siamo ancora un Paese mafioso”. Anche i traduttori dal calabrese possono contribuire ad evitare che lo diventi.

FONTE:
http://www.repubblica.it/esteri/2014/11/22/news/svizzera_traduttori_calabrese-101175298/

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Lingua e Realtà

Il pensiero e il linguaggio sono in stretta connessione, e si influenzano moltissimo a vicenda. Come scrisse Wilhelm von Humbdolt[1], il linguaggio è la vera condizione di tutte le attività intellettuali,  è «l’organo formativo del pensiero»[2].

La lingua innerva[3] la nostra vita, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. È force de intercorse[4], condizione che ci permette di aprirci alla conoscenza di nuove lingue e di nuove genti e modi di intendere la realtà.

Studiando la lingua di un popolo,  non solo è possibile indagare il modo di pensare e la cultura di una limitata porzione di persone, bensì è possibile comprendere la natura del genere umano nella sua interezza, esplorandone gli aspetti meno manifesti.

Comprendere l’uomo è comprendere il linguaggio, e viceversa. Ogni lingua, infatti, organizza il mondo in una certa misura a modo suo, ponendosi come mediatrice fra la realtà e l’idea che noi ci facciamo di essa.[5]

La neve, ad esempio, non è uguale per tutti. O almeno, non è univoco il significato, il valore, l’immagine che noi attribuiamo alla parola neve. Franz Boas[6], uno dei fondatori dell’antropologia americana, facendo ricerche sugli abitanti delle estreme latitudini settentrionali,  notò che in Inuktitut[7], la lingua parlata dagli esquimesi,  la neve  che si trova sul terreno è aput quella che sta cadendo si chiama qana, quella portata dal vento piqsirpoq, quella che scende sotto forma di valanga quimuqsuq.

[8] Questo significa che se una popolazione  vive a latitudini polari, circondata quasi solo da ghiacci e nevi perenni, percepirà come molto importanti le distinzioni tra certe entità che per altre popolazioni non sono altro che diversi tipi di una sola cosa: la neve. Dunque, in termini relativistici, il linguaggio è il riflesso della percezione di una data realtà e, inversamente,  il linguaggio stesso  influenza il modo in cui conosciamo il mondo[9].

Ogni lingua è una concezione del mondo integrale, e non solo un vestito che faccia indifferentemente la forma ad ogni contenuto, scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni[1], dove appunto attribuiva al linguaggio una funzione conoscitiva in quanto «prodotto sociale», espressione culturale di un popolo.[2]

Per un italiano, il legno, inteso come materiale, è diverso dalla legna, ed entrambi sono diversi dal bosco. Ma per un francese, le tre cose sono manifestazioni diverse di una stessa «essenza»: bois.

All’inverso, per un italiano, la propria materia muscolare e quella che si trova sotto forma di gelatina nelle scatolette della Simmenthal, sono la stessa cosa: carne; mentre per un francese o per un inglese si tratta di cose nettamente diverse: la carne da mangiare, in francese, è viande, e in inglese meat; mentre quella viva e umana è rispettivamente chair e flesh. Sarebbe strano, nonché  macabro, se un inglese affermasse di avere voglia di una scatoletta di flesh piuttosto che di meat, dato che in questo modo farebbe riferimento alla carne, sì, ma quella umana.

Gli antichi romani, curiosamente, pur vivendo in un mondo la cui varietà cromatica somigliava molto alla nostra, avevano suddiviso alcuni colori in modo diverso. Infatti, il latino, per designare il nero, aveva due nomi diversi: uno per il nero scuro e brillante (niger), l’altro per il nero scuro e poco lucente (ater). Lo stesso avveniva per il bianco brillante (candidus) e quello opaco (albus). La lingua, da allora, si è permessa di cambiare, anche se la realtà è rimasta la stessa.[3]

Inversamente, se per noi bambino e ragazzo sono due concetti diversi, è perché abbiano due parole per designarli. I latini usavano per lo più una sola parola: puer; così, in qualche modo, si uniformavano concettualmente le due fasi giovanili, che per noi sono invece nettamente distinte.

Oltre a ripartire e definire la realtà, le lingue creano anche concetti ex novo. Libertà, nostalgia, angoscia, fede: tutti concetti che non preesistono al linguaggio.

 

 

NOTE E FONTI:

[1] Quaderno 11, 1932-1933 in Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975, p. 1967)

[2] Historia Magistra, Antonella Afostino

[3] Edoardo Lombardi Vallauri, La linguistica. In pratica.

[4] Edward Sapir. La posizione della linguistica come scienza, in Cultura, linguaggio e personalità, Torino, Einaudi, 1988, p.58

[1] Uomo di stato, filosofo, linguista e letterato (Potsdam 1767 – Tegel, Berlino, 1835).

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/wilhelm-von-humboldt_(Dizionario-di-filosofia)/

[3] Tullio De Mauro

http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/09691e17-83a1-4946-a912-d99f544b8d3d/ANNALI05062006.pdf

[4] Forza di interscambio, Ferdinand de Saussure

[5] Edoardo Lombardi Vallauri, La linguistica. In pratica.

[6] Antropologo e etnologo tedesco-americano, nato a Minden (Vestfalia) nel 1858.

[7] http://www.omniglot.com/writing/inuktitut.htm