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Splatter, tuxedo, tight, golf. Attenzione al mutamento semantico!

Pensate un attimo a quante parole inglesi utilizzate ogni giorno. Se avete difficoltà, pensate ad internet, ed il gioco è fatto: computer, account, e-mail, blog, chat, cookie, smartphone, desktop, file, floppy, PDF, scanner, Word. E poi ancora: killer, snob, business, punk, rock, jeans, outing, mobbing, hacker, overdose, shampoo. Ma fermiamoci qui, il concetto è chiaro.

Insomma, scommetto che neanche il più estremista dei puristi riuscirebbe a fare a meno di certi anglicismi.

Secondo alcuni si tratta di termini che si sono andati illegittimamente ad infiltrare nella nostra parlata, secondo altri sono semplicemente andati ad arricchire il nostro vocabolario.

Ad ogni modo, l’utilizzo di parole inglesi è un fenomeno divagante e pieno di sorprese. ‘Se c’è una cosa che non sopporto, sono i film splatter‘, ‘Preferisco i boxer agli slip‘, ‘Giochiamo a flipper!’. Tutte frasi normali, che non desterebbero alcun dubbio. Se non fosse per il fatto che, in verità, splatter, in inglese, significa schizzo, il boxer non è un paio di mutande ma un pugile, e flipper significa pinna. Per non parlare del fatto che lo smoking non è affatto un completo elegante maschile (che sarebbe invece il tuxedo), ma un qualsiasi cibo affumicato. Dunque, affermare ingenuamente e con una certa baldanza: ‘I’m wearing my brand new smoking suit’ verrebbe inteso dal parlante nativo come una cosa del tipo: ‘Indosso il mio completo affumicato, nuovo di zecca’. Facile immaginare la reazione del madrelingua anglofono.

Un effetto simile avrebbe la frase: ‘Ho comprato un tight per questa occasione’, che verrebbe inteso come: ‘Ho comprato un paio di collant per questa occasione’, un’affermazione che potrebbe suscitare molta ilarità, dato che il tight, inteso all’italiana, è un indumento squisitamente maschile…

Il golf , poi, non è affatto un maglione ma uno sport, così come lo scotch non è il nastro adesivo, ma una bevanda tipicamente scozzese, non adatta ai bambini.

Si tratta di un fenomeno che in linguistica viene definito come ‘mutamento semantico’. Fin qui nulla di strano, è un meccanismo che avviene continuamente, in ogni lingua, da molto tempo. Interessante sarebbe però capirne i motivi, così come sarebbe importante conoscere il doppio significato degli anglicismi, specialmente quando li utilizziamo con un interlocutore di madrelingua inglese, giusto per evitare piccoli e grandi fraintendimenti, potenzialmente molto imbarazzanti!

a cura di Teti Musmeci

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Plurali Difficili: Parole uscenti in -cia e -gia

BeFunky_Tilt-Shift_2.jpgValigie” o “valige”? “Ciliegie” o “ciliege”?

La i del nesso, quando è tonica, va sempre scritta perché ha valore fonetico: farmacia [farmaˈʧia], farmacie [farmaˈʧie]; allergia[alːerˈʤia], allergie [alːerˈʤie]; quando è atona pone invece dubbi ortografici. Infatti, diversamente dalle forme singolari, in cui la i è un segno diacritico necessario per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g› davanti alla vocale velare a (camicia [kaˈmiʧa] e non *camica [kaˈmika]; valigia [vaˈliʤa] e non *valiga [vaˈliga]), nelle forme plurali sarebbe sufficiente la sola ‹e› per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g›, dato che la pronuncia di camicie [kaˈmiʧe] è identica a quella di camice [kaˈmiʧe], così come la pronuncia di valigie [vaˈliʤe] è identica a quella di valige [vaˈliʤe].

La norma oggi generalmente seguita nella grafia dei plurali dei nomi in –cia e –gia con i atona è la seguente:

I. mantengono la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da vocale:camicia → camicievaligia → valigie;

II. perdono invece la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da consonante (provincia → provincequercia → quercefrangia → frange), oppure dei nomi in cui i grafemi ‹c, g› dei nessi –cia e –gia concorrono alla resa grafica di un suono intenso (goccia → goccespiaggia → spiaggefascia [ˈfaʃːa] → fasce[ˈfaʃːe]).

In altre parole, quando sono flessi al plurale, i nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da sillaba aperta mantengono inalterata la radice in –ci / –gi, mentre quelli preceduti da sillaba chiusa modificano la radice, graficamente ma non anche foneticamente, in –c / –g.

Tuttavia sono largamente diffuse e ormai considerate accettabili anche le formecamice e valige, segnalate dai dizionari come corrette e alternative a quelle del tipo camicie e valigie. Sarebbe comunque opportuno evitare l’insorgenza di possibili e ambigui casi di omografia, ad es.: le camice confezionate dalle sarte (preferibile: le camicie) / il camice indossato dal dottore. È poi abbastanza diffusa la grafia provincie, esemplata sul latino provincie, in cui però la aveva valore fonetico.

Singolare Plurale
l’acacia le acacie
l’audacia le audacie
la camicia le camicie
la ciliegia le ciliegie
la fiducia le fiducie
grigia grigie
malvagia malvagie
la socia le socie
sudicia sudicie
la valigia le valigie

Nomi e aggettivi in –cia e –gia che perdono la al plurale:

 

Singolare Plurale
l’arancia le arance
la bertuccia le bertucce
la bilancia le bilance
la bisaccia le bisacce
la boccia le bocce
la buccia le bucce
la caccia le cacce
[la cartuccia le cartucce]
la chioccia le chiocce
la cuccia le cucce
la doccia le docce
la faccia le facce
la fettuccia le fettucce
la focaccia le focacce
la foggia le fogge
la frangia le frange
la freccia le frecce
la goccia le gocce
la guancia le guance
la lancia le lance
la loggia le logge
malconcia malconce
la mancia le mance
massiccia massicce
la minaccia le minacce
l’oncia le once
l’orgia le orge
la pancia le pance
la pelliccia le pellicce
la pioggia le piogge
la pronuncia le pronunce
la provincia le province
la puleggia le pulegge
la quercia le querce
la rinuncia le rinunce
la roccia le rocce
la saccoccia le saccocce
la salsiccia le salsicce
la scaramuccia le scaramucce
la scheggia le schegge
sconcia sconce
selvaggia selvagge
la spiaggia le spiagge
la torcia le torce
la traccia le tracce
la treccia le trecce

Perdono la –i– anche i nomi e gli aggettivi che finiscono in –accia, –iccia, –occia, –uccia:

Singolare Plurale
cosuccia cosucce
grassoccia grassocce
mangereccia mangerecce
parolaccia parolacce
rossiccia rossicce

Esiste, come sempre, (più di) un’eccezione alla regola; dunque, la cosa migliore da fare è controllare i plurali difficili sul vocabolario. Oltre a indicarvi la forma giusta, esso avverte che, accanto ai plurali considerati corretti, anche forme come ciliegevalige, e provincie sono ormai usate e largamente accettate.

FONTI:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/plurali-difficili-parole-uscenti-cia-gia

http://www.i-libri.com/plurali-difficili-ce-o-cie.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/cie-gie-prontuario_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

Unite o Separate?

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Chiariamo tutti i dubbi una volta per tutte!

Parole o espressioni che devono essere scritte sempre separate:

a fianco
a meno che
a posto

a proposito
al di là
al di sopra, al disopra
al di sotto, al disotto
all’incirca
d’accordo
d’altronde
in quanto
l’altr’anno
per cui
poc’anzi
quant’altro
senz’altro
tra l’altro
tutt’altro
tutt’e due
tutt’oggi
tutt’uno

 

Tra queste però alcune sono registrate nel DOP anche in forma unita, sempre con la notazione di “forme rare” o comunque meno comuni delle corrispondenti in forma separata:

affianco è registrato con rimando alla forma separata
daccordo è indicata come forma meno comune
daltronde è indicata come forma meno comune
pocanzi è indicata come forma meno comune
senzaltro,tuttaltro tuttoggi sono indicate come forme rare

 

Parole o espressioni che nell’italiano contemporaneo sono scritte unite

abbastanza
affatto
allora
allorché
almeno
altrimenti
ancorché
apposta
appunto
benché
bensì
chissà
davanti
davvero
dinanzi, dinnanzi
dopodomani
dovunque
ebbene
eppure
fabbisogno
finché

finora
giacché
infatti
inoltre
invano
invero
laggiù
malgrado
neanche
nemmeno
neppure
nonché
oppure
ossia
ovvero
ovverosia
perciò
perfino
pertanto

piuttosto

poiché
pressappoco
purtroppo
quaggiù
qualcosa
qualora
quassù
sebbene
seppure
sicché
siccome
sissignore
soprattutto
sottosopra
talmente
talora
talvolta
tuttavia
tuttora

 

Ci sono poi parole o espressioni che ricorrono e possono essere scritte sia unite sia separate: in alcuni casi, segnalati tra parentesi, una delle due forme è registrata come meno comune, rara o antiquata.

 

Forme unite: Forme separate:
anzitempo anzi tempo
anzitutto (mai anzittutto) anzi tutto (meno comune)
casomai (meno comune) caso mai
cionnonostante (meno comune)/ciononostante (meno bene) ciò nonostante/ciò non ostante
controvoglia contro voglia
cosicché così che
dappertutto (da evitare dapertutto) da per tutto
dappoco da poco (meno comune)
dappresso da presso
dapprima (mai d’apprima) da prima (meno comune)
dapprincipio (meno comune) da principio
difronte (meno comune) di fronte
disotto (meno comune), mai dissotto di sotto
dopotutto dopo tutto
manodopera mano d’opera
nondimeno non di meno
nonostante non ostante (meno comune)
oltremisura (meno comune) oltre misura (antiquato oltra misura)
oltremodo oltre modo (meno comune, antiquatooltra misura)
peraltro per altro
perlomeno per lo meno
perlopiù (mai perloppiù) per lo più
quantomeno (meno comune) quanto meno
quantopiù quanto più
sennò (registro familiare) se no
suppergiù su per giù
tantomeno (raro) tanto meno
tantopiù (raro, mai tantoppiù) tanto più
tuttalpiù (raro) tutt’al più (mai tutt’alpiù)

 

Amore, te lo Scrivo sui Muri

Sono in molti a credere che non esista migliore occasione del giorno di san Valentino per dare dimostrazione dei propri sentimenti alla propria metà, dalle romantiche scritte sui muri ai tatuaggi indelebili. L’elemento primario? L’amore, certo, e gli strafalcioni.

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“Sei D’accordo?” “Assolutamente!”

I dizionari danno varie sfumature interpretative dell’accezione di nostro interesse, anche se più o meno tutti concordano sulla sua valenza neutra. Ad esempio, il GRADIT, Grande Dizionario Italiano dell’Uso di Tullio de Mauro (1999-2000, UTET), cita l’uso di assolutamente «come risposta, con valore affermativo o negativo a seconda del contesto: “sei d’accordo con me?” “assolutamente! (affermativo), non sei d’accordo con me?” “assolutamente! (negativo)», dando come sinonimi del tuttoin assolutototalmente. La definizione stessa risponde alla domanda del sig. Lunardi: assolutamente sì certamente sì possono senz’altro essere usati come sinonimi.

Assolutamente, quindi, non ha di per sé un significato positivo o negativo, ma variabile a seconda del contesto. Tuttavia, varie fonti citano usi “assoluti”, in cui l’avverbio assume un valore definito. Il Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana 2004 (2003, Rizzoli-Larousse), che nella definizione dell’avverbio scrive «In frasi negative, vale come rafforzativo, di necessità, per forza, a ogni costo» annota anche un uso definito familiare: «Per ellissi della negazione ha acquistato di per sé anche il significato di “no”, “per niente”, specialmente nelle risposte: “Sei stanco?” “Assolutamente“». Sembra quindi che, almeno in alcune zone d’Italia, l’avverbio abbia subito una deviazione di significato simile a quella che ha colpito affatto, che originariamente ha il significato di ‘del tutto’ ma viene spesso impiegato con valore negativo, in luogo di niente affatto.

Anche Luca Serianni registra l’espansione degli usi “assoluti” dell’avverbio. In Italiano. Grammatica Sintassi Dubbi (Garzanti, 2000) scrive: «[…] va sempre più diffondendosi l’uso dell’avverbio isolato con funzione olofrastica, di pari passo con altre espressioni brachilogiche (come affatto per ‘nient’affatto’ […] o grazie! In risposta a un’offerta o a un invito: in tal caso l’interlocutore può venire costretto a riformulare la domanda: “Grazie sì o grazie no?”). Due esempi da interviste apparse sul “Corriere della Sera”: “È giusto che l’Italia partecipi alla missione militare di pace? – Assolutamente [=assolutamente sì]. […]” (23.11.95); “Non ha nulla da rimproverare agli investigatori e ai magistrati? – Assolutamente [=assolutamente no]. […]” (12.9.95)». In Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria (UTET, 1989), lo stesso autore nota anche che l’uso di assolutamente in senso positivo potrebbe risentire dell’influsso dell’inglese (absolutely).

Gli esempi citati da Serianni hanno quasi dieci anni; d’altro canto, si può dire che l’impiego di assolutamente abbia conosciuto un rinnovato vigore: recentemente, l‘uso (e abuso) isolato di questo avverbio è stato notato nel parlato di uno dei protagonisti della trasmissione televisiva Grande Fratello (edizione ’03) (È vero? AssolutamenteSei d’accordo? AssolutamenteTi piace? Assolutamente), tanto da assurgere a una sorta di suo “marchio di fabbrica”, ripreso poi anche da programmi satirici legati alla trasmissione. Eppure, nonostante la popolarità di questi usi, non è raro che essi diano adito a fraintendimenti: in uno scambio di battute come Non ti piace? Assolutamente il secondo interlocutore avrà voluto esprimere totale accordo o disaccordo?

Allo stesso modo, si nota un impiego sovrabbondante dell’avverbio in unione a  e no su tutti i media – ad esempio nel parlato degli inviati dei telegiornali – anche in contesti in cui sarebbe totalmente inutile. Questo rientra in una generale tendenza all’uso di un linguaggio iperbolico e aggressivo, in cui la sola affermazione o negazione sembrano non essere più sufficienti, come se ci fosse la necessità di rendere più perentorie e categoriche delle affermazioni già di per sé chiare.

In conclusione, va detto prima di tutto l’avverbio di assolutamente ha di per sé significato neutro, perché è un semplice rafforzativo: come tale, unito a negazioni o affermazioni è spesso abusato. Si consiglia quindi di usarlo – solo se è veramente necessario – sempre in unione con  o no

BeFunky_Chromatic_1.jpgFONTE:

http://www.accademiadellacrusca.it/

Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria (UTET, 1989)

Grammatica Sintassi Dubbi (Garzanti, 2000)

 

“Piuttosto che”, Principe degli Strafalcioni

I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota hanno scritto una raccolta delle “cose da non dire” e degli “errori da non fare”. Dal congiuntivo soppresso al “facci” fantozziano.

La lingua parlata, al giorno d’oggi, è piena di “tossine grammaticali”, modi di dire ed espressioni che sono entrate a far parte dell’uso comune ma che stridono decisamente con correttezza e sensibilità linguistiche. Al primo posto di un’ipotetica classifica degli errori stilata dai linguisti in questione troveremmo Piuttosto che, divenuto titolo del loro ultimo libro. Un manuale che, oltre a una sezione dedicata alla “tossina” più usata dagli italiani con relativa analisi dell’espressione simbolo della degenerazione linguistica, comprende un breviario di ben 300 “cose da non dire ed errori da non fare”.

Il famoso congiuntivo, regola prima della sintassi, compare ormai ben di rado sui giornali, nei blog e nelle chat, i politici e personaggi pubblici lo ignorano nelle interviste radiofoniche e televisive, la lingua sembra aver perso qualsiasi valore. Così, Della Valle e Patota concentrano la loro attenzione su un elenco dettagliato di scivoloni comunicativi. Dal facci (al posto di faccia), reso famoso dal ragionier Ugo Fantozzi, al mancato uso dell’accento sulla terza persona del verbo dare.

Catalogati in ordine alfabetico, gli errori più diffusi sono seguiti dalla forma corretta e da diverse citazioni di quanto scritto o detto dai personaggi ‘incriminati’. Perché, avvertono gli autori, “mentre non è lecito né opportuno infierire su chi, per umile estrazione, non ha dimestichezza con la lingua italiana, è giusto fare le bucce a chi di comunicazione vive e si serve.”

  • Tra ben trecento strafalcioni, il premio va a “Piuttosto che”

“In un italiano chiaro e corretto, piuttosto che in funzione avversativa equivale ad anziché: es. piuttosto che perdere tempo, mettiti a studiare. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, però, si è diffuso un nuovo uso di piuttosto che, che dà a questa espressione lo stesso valore che ha la parola oppure. Si tratta di una moda proveniente dall’Italia settentrionale. I primi a intercettare golosamente questa infelice novità lessicale sono stati i conduttori e i giornalisti televisivi. Dalle loro bocche il piuttosto che invece di oppure è passato a quelle degli altri, contaminando linguisticamente un po’ tutti. Mangerò carne piuttosto che pesce: una frase di questo genere indica una scelta; un oppure travestito da piuttosto che indica l’esatto contrario di una scelta, e cioè la possibilità di un’alternativa.”

Perché tanti errori nel modo di scrivere e parlare di politici, giornalisti, studenti? Loro non dovrebbero essere i primi a conoscere l’uso della lingua italiana?

“Perché lo fanno? Per sciatteria, per eccessiva sicurezza di sé, per mancanza di rispetto verso il vincolo identitario più forte che tiene uniti gli italiani: la lingua. Consigliamo maggiore cautela agli autori degli svarioni che abbiamo documentato: un congiuntivo o un plurale o un accento sbagliato in bocca a un ministro o a una ministra dell’Istruzione fa finire il malcapitato sulle prime pagine dei giornali, oltre che nei nostri libri“.

Come evitare di far parte dell’esercito dei ‘guastatori’?

Capita a tutti di avere un dubbio, di non sapere come vada pronunciata o scritta una parola, come debba essere declinato un verbo o fatta una concordanza. I ‘guastatori’  trasgrediscono con supponenza e sfacciataggine le regole e la tradizione della nostra lingua; chi invece la ama e la rispetta fa uno sforzo in più, e quando ha un dubbio cerca la giusta soluzione in una buona grammatica, in un buon dizionario, o nei nostri manuali facili e divulgativi.

Basta poco, in fondo, per evitare di far parte di questo esercito: un po’ di attenzione, maggiore rispetto, e ogni tanto un veloce test di autovalutazione per essere sicuri di stare alla larga dalle mode e dai tormentoni, a cominciare dall’uso sbagliato del terribile piuttosto che al posto di oppure.”

LA CRUSCA SULL’USO IMPROPRIO DI PIUTTOSTO CHE

FONTI

http://www.repubblica.it/

Apostrofare o non apostrofare?

Sui giornali, e a volte anche nei libri, c’è qualche incertezza nell’uso dell’apostrofo. Qual è la causa di questa incertezza? L’elisione della vocale finale crea un legame con la parola successiva, segnalato appunto dall’apostrofo (l’alba, dell’ancora, quest’anima). Ma chi crea pasticci sull’uso dell’apostrofo è il troncamento. Esso consiste nella soppressione dell’ultima vocale àtona (cioè non accentata) o addirittura dell’ultima sillaba àtona di una parola, e non richiede l’apostrofo: mar al posto di mare, amor al posto di amore, fra al posto di frate, san al posto di santo, qual al posto di quale, tal al posto di tale, gran al posto di grande eccetera.

Il troncamento riguarda la parola in sé, e a differenza dell’elisione non lega la parola con quella successiva. Molto spesso, anzi il più delle volte, troviamo il troncamento davanti a un’altra parola che comincia per consonante. È il caso, per esempio, di “signor mio”, “amor paterno”, “buon governo”, “mar Tirreno”, “qual donna”, “tal libro”. A volte, come abbiamo detto, riguarda tutta l’ultima sillaba della parola: “gran cosa” (per grande cosa) “san Giovanni” (per santo Giovanni), “fra Ginepro” (per frate Ginepro). Qui è facile riconoscerlo e non confonderlo con l’elisione, perché non ci sarà mai un’elisione davanti a parola che cominci per consonante. Ma le cose si complicano quando una parola troncata come signor, buon, mar, qual, tal si trova davanti a un’altra parola che comincia con vocale, e allora ci si può facilmente confondere con l’elisione; e si vede perciò scritto “tal’è”, “qual’è”, “tal’altro”, “qual’altro”, “buon’uomo”. Ma sono errori.

C’è un modo semplice per capire se ci troviamo di fronte ad elisione (che richiede l’apostrofo) o a troncamento (che non lo richiede)? Certo che c’è. E allora vediamolo.

Se una parola, privata della vocale finale davanti ad altra parola che comincia per vocale, può stare così accorciata anche davanti a parola che comincia per consonante, si tratta di troncamento: niente apostrofo. Esempio: fin allora, e non “fin’allora”, perché si può anche dire fin troppo, fin tanto.

Attenzione: davanti ad un nome o a un aggettivo il raffronto va fatto tra parole dello stesso genere (maschile o femminile). Dunque: nessun esempio (maschile) perché si può dire nessun libro (maschile), ma nessun’amica (femminile) perché non si può dire “nessun tortora” (femminile). Ma attenzione, non è tutto.

Ci sono dei troncamenti che vogliono l’apostrofo! Se non siete svenuti alla notizia, leggete nelle righe successive quali sono questi troncamenti maledettamente eccentrici –gli imperativi dei verbi dare, fare, stare, andare, dire, in forma troncata: da’, fa’, sta’, va’, di’ (ma sono altrettanto corrette le forme piane dai, fai, stai, vai). Nel linguaggio colloquiale, i troncamenti di bene, poco, modo, un po’ antiquato fede: be’, po’, mo’, fe,’ come in va be’, un po’, a mo’ di, in fe’ mia. Basta. Tronchiamola qui.

FONTE: http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice