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Luce sul Congiuntivo

Nelle proposizioni indipendenti, il congiuntivo può avere valore:
– esortativo (al posto dell’imperativo): vada via di qua!;
– concessivo (segnalando un’adesione, anche forzata, a qualcosa): venga pure a spiegarmi le sue ragioni;
– dubitativo: che abbia deciso di non venire? (analogamente si può usare l’indicativo futuro: sarà vero?; l’infinito: che fare?; il condizionale: cosa gli sarebbe successo?);
– ottativo (per esprimere un augurio, una speranza, ma anche un timore): fosse vero!;
– esclamativo: sapessi quanto mi costa ammetterlo!.

Il congiuntivo si usa:
1) con alcune congiunzioni subordinanti, quali affinché, benché, sebbene, quantunque, a meno che, nel caso che, qualora, prima che, senza che;
2) con aggettivi o pronomi indefiniti (qualunque, chiunque, qualsiasi, ovunque, dovunque);
3) con espressioni impersonali, come è necessario che, è probabile che, è bene che;
4) in formule ormai fissate nell’uso (vada come vada; costi quel che costi).

In altri casi, si dovrà distinguere tra verbi che reggono il congiuntivo, l’indicativo o entrambi con significato diverso.

  • Reggono il congiuntivo i verbi che esprimono “una volizione (ordine, preghiera, permesso), un’aspettativa (desiderio, timore, sospetto), un’opinione o una persuasione”, tra cui: accettare, amare, aspettare, assicurarsi, attendere, augurare, chiedere, credere, curarsi, desiderare, disporre, domandare, dubitare (ma all’imperativo negativo può richiedere l’indicativo: “non dubitare che faremo i nostri conti”, C. Collodi, Le avventure di Pinocchio), esigere, fingere, illudersi, immaginare, lasciare, negare, ordinare, permettere, preferire, pregare, pretendere, raccomandare, rallegrarsi, ritenere, sospettare, sperare, supporre, temere, volere. Alcuni esempi letterari: “né ella stessa poteva accettare che per cinque anni il fratello l’avesse mantenuta” (De Roberto, I Viceré); “egli era padrone d’ordinare che non si dessero affatto degli estratti dai suoi libri” (Svevo, La coscienza di Zeno); “avrebbe fatto fingere che la ragazza avesse almeno una dote piccola” (Tozzi, Tre croci); “Non potete supporre che io ignori l’oltraggio fatto da voi al mio amico” (Fogazzaro, Malombra).
  • Richiedono l’indicativo, solitamente, i verbi che esprimono giudizio o percezione, tra cui accorgersi, affermare, confermare, constatare, dichiarare, dimostrare, dire, giurare, insegnare, intuire, notare, percepire, promettere, ricordare, riflettere, rispondere, sapere, scoprire, scrivere, sentire, sostenere, spiegare, udire, vedere. Ancora alcuni esempi: “possiamo affermare che per imporsi all’adorazione è sempre lui che si rivela” (Zena, Confessione postuma); “posso anche giurare che poche contesse hanno due spalle e due braccia più ben fatte” (De Marchi, Demetrio Pianelli); “Niccolò seguitò, per un pezzo, a sostenere che aveva torto” (Tozzi, Tre croci); “Non le faccia stupore di udire che una parola viene usata in varj sensi” (“Il Conciliatore”).

Infine, alcuni verbi possono avere l’indicativo o il congiuntivo, con sfumature diverse di significato.
ammettere, ind. ‘riconoscere’: ammisi davanti al professore che non avevo studiato bene; cong. ‘supporre, permettere’: ammettendo che tu abbia ragione, cosa dovrei fare?;
badare, ind. ‘osservare’: cercò di non badare all’effetto che gli faceva quella strana voce; cong. ‘aver cura’: mi consigliava di badare che non cadessi;
capire, comprendere, ind. ‘rendersi conto’: non vuole capire che io non sono un suo dipendente; cong. ‘trovare naturale’: capisco che tu voglia andartene;
considerare, ind. ‘tener conto’: non considerava che nessuno voleva seguirlo; cong. ‘supporre’: arrivò a considerare che non ci fossero altre possibilità;
pensare, ind. ‘essere convinto’: penso anch’io che tu sei stanco; cong. ‘supporre’: penso che tu sia stanco.

 

FONTE:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-congiuntivo

ALTRO:
http://www.librideiragazzi.it/files/2010/10/Piccolo-manuale-congiuntivo.pdf

http://homes.chass.utoronto.ca/~ngargano/corsi/varia/eser/congiuntivo.html

Plurali Difficili: Parole uscenti in -cia e -gia

BeFunky_Tilt-Shift_2.jpgValigie” o “valige”? “Ciliegie” o “ciliege”?

La i del nesso, quando è tonica, va sempre scritta perché ha valore fonetico: farmacia [farmaˈʧia], farmacie [farmaˈʧie]; allergia[alːerˈʤia], allergie [alːerˈʤie]; quando è atona pone invece dubbi ortografici. Infatti, diversamente dalle forme singolari, in cui la i è un segno diacritico necessario per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g› davanti alla vocale velare a (camicia [kaˈmiʧa] e non *camica [kaˈmika]; valigia [vaˈliʤa] e non *valiga [vaˈliga]), nelle forme plurali sarebbe sufficiente la sola ‹e› per segnalare il valore palatale di ‹c› e ‹g›, dato che la pronuncia di camicie [kaˈmiʧe] è identica a quella di camice [kaˈmiʧe], così come la pronuncia di valigie [vaˈliʤe] è identica a quella di valige [vaˈliʤe].

La norma oggi generalmente seguita nella grafia dei plurali dei nomi in –cia e –gia con i atona è la seguente:

I. mantengono la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da vocale:camicia → camicievaligia → valigie;

II. perdono invece la i plurali dei nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da consonante (provincia → provincequercia → quercefrangia → frange), oppure dei nomi in cui i grafemi ‹c, g› dei nessi –cia e –gia concorrono alla resa grafica di un suono intenso (goccia → goccespiaggia → spiaggefascia [ˈfaʃːa] → fasce[ˈfaʃːe]).

In altre parole, quando sono flessi al plurale, i nomi i cui nessi –cia e –gia sono preceduti da sillaba aperta mantengono inalterata la radice in –ci / –gi, mentre quelli preceduti da sillaba chiusa modificano la radice, graficamente ma non anche foneticamente, in –c / –g.

Tuttavia sono largamente diffuse e ormai considerate accettabili anche le formecamice e valige, segnalate dai dizionari come corrette e alternative a quelle del tipo camicie e valigie. Sarebbe comunque opportuno evitare l’insorgenza di possibili e ambigui casi di omografia, ad es.: le camice confezionate dalle sarte (preferibile: le camicie) / il camice indossato dal dottore. È poi abbastanza diffusa la grafia provincie, esemplata sul latino provincie, in cui però la aveva valore fonetico.

Singolare Plurale
l’acacia le acacie
l’audacia le audacie
la camicia le camicie
la ciliegia le ciliegie
la fiducia le fiducie
grigia grigie
malvagia malvagie
la socia le socie
sudicia sudicie
la valigia le valigie

Nomi e aggettivi in –cia e –gia che perdono la al plurale:

 

Singolare Plurale
l’arancia le arance
la bertuccia le bertucce
la bilancia le bilance
la bisaccia le bisacce
la boccia le bocce
la buccia le bucce
la caccia le cacce
[la cartuccia le cartucce]
la chioccia le chiocce
la cuccia le cucce
la doccia le docce
la faccia le facce
la fettuccia le fettucce
la focaccia le focacce
la foggia le fogge
la frangia le frange
la freccia le frecce
la goccia le gocce
la guancia le guance
la lancia le lance
la loggia le logge
malconcia malconce
la mancia le mance
massiccia massicce
la minaccia le minacce
l’oncia le once
l’orgia le orge
la pancia le pance
la pelliccia le pellicce
la pioggia le piogge
la pronuncia le pronunce
la provincia le province
la puleggia le pulegge
la quercia le querce
la rinuncia le rinunce
la roccia le rocce
la saccoccia le saccocce
la salsiccia le salsicce
la scaramuccia le scaramucce
la scheggia le schegge
sconcia sconce
selvaggia selvagge
la spiaggia le spiagge
la torcia le torce
la traccia le tracce
la treccia le trecce

Perdono la –i– anche i nomi e gli aggettivi che finiscono in –accia, –iccia, –occia, –uccia:

Singolare Plurale
cosuccia cosucce
grassoccia grassocce
mangereccia mangerecce
parolaccia parolacce
rossiccia rossicce

Esiste, come sempre, (più di) un’eccezione alla regola; dunque, la cosa migliore da fare è controllare i plurali difficili sul vocabolario. Oltre a indicarvi la forma giusta, esso avverte che, accanto ai plurali considerati corretti, anche forme come ciliegevalige, e provincie sono ormai usate e largamente accettate.

FONTI:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/plurali-difficili-parole-uscenti-cia-gia

http://www.i-libri.com/plurali-difficili-ce-o-cie.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/cie-gie-prontuario_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

Questo, Quello e… Codesto?

Codesto, dal lat. volg. c)cu(m) tĭbi ĭstu(m) ‘eccoti questo’, indica  “la persona o cosa vicina a chi ascolta, o a lui relativa, o nominata subito prima”.

Cosa è successo all’aggettivo/pronome in questione? Che si sia estinto, che sia stato abolito, che sia da sempre vissuto solo sui libri?

Chiariamo la situazione.

La questione degli aggettivi/pronomi dimostrativi è stata largamente indagata dai grammatici che, attualmente, sono orientati a proporre la presenza di due sistemi paralleli nell’insieme delle varietà dell’italiano. Il sistema dei dimostrativi dell’italiano contemporaneo (nella sua varietà dell’uso medio o neo-standard) presenta due elementi con questo e quelloquesto per indicare ciò che è vicino a chi parla nello spazio, nel tempo o che è stato appena citato nel testo. Lo stesso sistema bipartito si ha in inglese, francese e tedesco. Il toscano moderno, come i dialetti meridionali, lo spagnolo e il portoghese, prevede invece un sistema a tre elementi con questocodesto e quello. Nel sistema a due elementi, quello cioè dell’italiano utilizzato in tutta Italia esclusa la Toscana, codesto è comunemente sostituito da quello e, meno spesso, da questo.

Nella lingua scritta, considerata in prospettiva diacronica, la forma codesto risulta, in proporzione, meno presente fino all’Ottocento rispetto alla sua frequenza negli scritti tra 1800 e 1900: se dalle origini al Settecento si contano complessivamente 1711 occorrenze, soltanto per Ottocento e Novecento abbiamo 1428 occorrenze totali. Significativo che, di queste occorrenze, ben 415 (+ 3 nella variante cotesto) siano negli scritti di Manzoni.

Questi dati suggeriscono almeno due considerazioni:

1) la variante cotesto cede progressivamente a codesto fino a sparire da Manzoni in poi;

2) la frequenza del dimostrativo negli scritti di Manzoni rivela l’intento di promuovere a livello nazionale un tratto del fiorentino parlato.

Oltre alla stabilizzazione della forma codesto, si assiste quindi alla riproposizione, a livello nazionale, del sistema a tre elementi dei dimostrativi, in particolare attraverso i programmi scolastici e la lingua dell’amministrazione. Questo processo storico dà ragione della lunga resistenza di codesto nelle grammatiche scolastiche e nelle scritture burocratiche.

Nell’italiano scritto contemporaneo si può dire che siano proprio le grammatiche e i testi giuridici e amministrativi gli ambiti in cui ancora codesto sopravvive, anche se le grammatiche, pur offrendo il quadro dei dimostrativi a tre elementi, segnalano gli usi limitati di codesto che, a seconda dei casi, sono indicati come propri della lingua scritta, soprattutto letteraria, e del toscano. Per chi non è toscano si tratta infatti di un elemento di cui non si possiede una competenza attiva, d’uso vivo, e che resta relegato a un particolare tipo di lingua scritta.

Nell’italiano parlato l’uso di codesto è infatti esclusivo della Toscana e nel resto del Paese il sistema è limitato ai dimostrativi questo e quello. Una prima conferma la possiamo avere dalla consultazione di corpora di italiano parlato: nel LIP (Lessico dell’Italiano Parlato) si rintracciano solo 5 occorrenze, 4 in un testi colloquiali raccolti a Firenze e 1 in un testo formale (burocratico) raccolto a Milano; nel LIR (Lessico dell’Italiano Radiofonico) ci sono 11 occorrenze, ma tutte all’interno di un testo pubblicitario in cui si riproduce il parlato toscano; nella versione in via di completamento del LIT (Lessico dell’Italiano Televisivo) che contiene, ad oggi, circa 50 ore di parlato televisivo non si rintraccia nessuna occorrenza di codesto.

Questa diversa distribuzione produce una diversa percezione nei parlanti rispetto a codesto: in Toscana infatti codesto non è avvertito come un elemento proprio della lingua letteraria, arcaica o burocratica, ma come tratto comune, ricorrente, tendente anzi al registro informale e familiare.

Giovanni Acerboni, esperto di scrittura professionale, docente universitario, consulente e formatore,  ha, assieme ad altri, lanciato una vera e propria campagna per abolire codesto. Per evitare confusione, e soprattutto per evitare di commettere inutili errori. Anche perché, se è vero che codesto sopravvive sui libri di grammatica e nelle scritture burocratiche, la lingua in pratica mostra una realtà ben diversa.

 

FONTI:
http://www.scritturaprofessionale.it

http://www.treccani.it/enciclopedia/codesto_(La_grammatica_italiana)/

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/codesto-cotesto-sistema-aggettivi-pronomi-di

http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=codesto

http://www.cortmic.eu/cronache/cronache182.html

Vademecum sulla Punteggiatura

«Mentre l’inventario dei grafemi e le regole della loro combinazione è stato abbastanza stabile nel corso dei secoli, lo stesso non si può assolutamente dire per la punteggiatura» (Maraschio 1995)

La punteggiatura (o interpunzione) è l’insieme dei segni convenzionali che serve a scandire il testo scritto e, in secondo luogo, a riprodurre le intonazioni espressive del parlato.

Più precisamente, la punteggiatura svolge diverse funzioni.

  1. Funzione segmentatrice, quando distanzia tra di loro gli elementi del testo
  2. Funzione sintattica, quando scandisce le gerarchie degli elementi del testo, consentendo di individuarne le funzioni e di segnalare l’articolazione logica del discorso
  3. Funzione emotivo-intonativa, quando suggerisce l’intonazione con cui leggere le frasi
  4. Funzione di introduzione del discorso diretto, quando segnala le battute nei dialoghi
  5. Funzione di commento, quando segnala nel testo gli interventi dell’autore o eventuali note aggiunte
  • Il punto (anticamente punto fermo, maggiore, stabile, finale periodo)

Si usa per indicare una pausa forte che segnali un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

«Non è raro, nello scrivere moderno, l’uso del punto fermo dove una volta si sarebbero messi i due punti o anche il punto e virgola. Su ciò non possono darsi regole fisse: il prudente arbitrio dello scrittore giudicherà in ogni caso quel che convenga meglio» (Malagoli 1905: 133).

  • La virgola (detta nel passato anche piccola verga)

Indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può infatti agire all’interno della proposizione, ma può anche travalicarne i confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua funzione di cesura fra le diverse proposizioni» (Biffi 2002).

  1. Si può usare: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi). Nel periodo si usa per segnalare frasi coordinate per asindeto (senza congiunzione, es: studiavo poco, non seguivo le lezioni, stavo sempre a spasso, insomma ero davvero svogliato), per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette). Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono cioè ‘lo seguirono solo quelli che credevano in lui’ è una relativa limitativa; gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono, ovvero ‘lo seguirono tutti gli uomini perché credevano in lui’, è una relativa esplicativa.
  2. Non si mette: tra soggetto e verbo (se altre parole si frappongono tra questi due elementi occorre prestare più attenzione); tra verbo e complemento oggetto; tra il verbo essere e l’aggettivo o il nome che lo accompagni nel predicato nominale; tra un nome e il suo aggettivo.
  • Il punto e virgola (punto acuto, punto coma)

Segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso spesso dipende da una scelta stilistica personale. Si adopera soprattutto fra proposizioni coordinate complesse e fra enumerazioni complesse e serve a indicare un’interruzione sul piano formale ma non sul piano dei contenuti («il capo gli si intorbidò di stanchezza, di sonno; e rimise la decisione all’indomani mattina», A. Fogazzaro, Piccolo mondo moderno).

  • due punti (punto addoppiato, doppio, piccolo)

Avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni 1989: I 222 riconosce quattro funzioni dei due punti che sembra utile riprendere: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco.

  • Il punto interrogativo (punto domandativo, «che con linea sopra capo… ma tortuosa, si segna», A.M. Salvini, Prose toscane, 1735)

Si usa alla fine delle interrogative dirette, segnala pausa lunga e l’andamento intonativo ascendente della frase.

  • Il punto esclamativo (affettuoso, patetico, degli affetti, ammirativo)

è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e l’andamento discendente della frase.

-I punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità.

  • puntini di sospensione

Si usano sempre nel numero di tre, per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. In filologia, i puntini, posti fra parentesi quadre, servono a segnalare l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato (Malagoli 1912 scriveva: «se indicano un’omissione di lettere in una parola, sono tanti i puntini quante le lettere che mancano»).

  • Il trattino 

Può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite.

  • La sbarretta 

Serve a indicare l’alternativa tra due possibilità (scelga il mare e/o la montagna) e nelle date è usata al posto del trattino.

  • L’asterisco

Si usa per un’omissione (nel numero di tre consecutivi: non voglio parlare di quel ***) o in linguistica per segnalare che la parola o la frase non è grammaticalmente corretta o è una forma ricostruita teoricamente ma non attestata.

  • Le virgolette

Possono essere alte (” “), basse o sergenti (« »), semplici o apici (‘ ‘). Alte e basse si usano indifferentemente per circoscrivere un discorso diretto o per le citazioni. Possono anche essere usate per prendere le distanze dalle parole che si stanno usando (e nel parlato si dice infatti «tra virgolette»). Possono essere sostituite spesso con il corsivo, che si usa per parole straniere o dialettali usate in un testo italiano e in citazioni brevi. Le virgolette semplici si adoperano più raramente soprattutto per indicare il significato di una parola o di una frase. In generale, sulla stampa la scelta delle virgolette è fortemente determinata dalle singole regole editoriali.

  • Le parentesi tonde

Si usano per gli incisi, in concorrenza con virgole e trattino lungo. Le parentesi quadre servono, ma assai raramente, per segnalare un inciso dentro un altro inciso composto con tonde (quindi al contrario di quanto avviene in matematica le parentesi quadre sono dentro le tonde) oppure racchiudono tre puntini di sospensione per segnalare, come già detto, un’omissione.

Infine, una raccomandazione sull’incontro tra diversi segni di punteggiatura: eventuali punti esclamativi o interrogativi vanno posti prima del segno di chiusura di parentesi, virgolette o trattino lungo (Con te non parlerò mai più! –  urlò fuggendo per le scale), gli altri segni vanno posti dopo la parentesi chiusa: non vi parlerò a vuoto (se avrete la grazia di ascoltarmi), ma vi porterò prove tangibili della mia innocenza. Per le virgolette e il trattino la posizione degli altri segni interpuntivi è meno rigida e può dipendere ancora una volta da singole scelte editoriali. Sul valore di una punteggiatura ben scelta si può concludere citando G. Leopardi, che scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: “Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un periodo. Oltre che il tedio e la stanchezza del povero lettore che si sfiata a ogni pagina, quando anche non penasse a capire, nuoce ai più begli effetti di qualunque scrittura”.

SAPERNE DI PIÙ

Prontuario di punteggiaturaTitolo: Prontuario di punteggiatura
Autore: Bice Mortara Garavelli
Editore: Laterza
Data di Pubblicazione: Giugno 2003
Collana: Universale Laterza

Punteggiatura. Vol. 2: Storia, regole, eccezioni. Punteggiatura e discorso. - Serafini Francesca Taricco Filippo - wuz.itTitolo: Punteggiatura. Vol. 2: Storia, regole, eccezioni. Punteggiatura e discorso
Autore:  Francesca Serafini Filippo Taricco
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Data di Pubblicazione: 09 Maggio ’01
Collana: Scuola Holden

Questo è il punto. Istruzioni per l'uso della punteggiaturaTitolo: Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura
Autore: Francesca Serafini
Editore: Laterza
Data di Pubblicazione: Gennaio 2014
Collana: Economica Laterza

La punteggiatura corretta. La punteggiatura efficaceTitolo: La punteggiatura corretta. La punteggiatura efficace
Autore: Antonio Frescaroli
Editore: De Vecchi (23 aprile 2009)
Data di Pubblicazione: 01/01/2003
Collana: Lingue. Italiano

La punteggiaturaTitolo: La punteggiatura
Autore: 
Simone Fornara
Collana: Bussole (406)
Edizione: 112010
Ristampa: 2^, 2011

Titolo: Prontuario di punteggiatura
Autore: Mortara Garavelli Bice
Editore: Laterza
Edizione: 11
Data di Pubblicazione: 2003
Collana: Universale Laterza

Tragedia di una virgola

C’era una volta una povera Virgola
che per colpa di uno scolaro disattento
capitò al posto di un punto
dopo l’ultima parola del componimento.
La poverina, da sola,
doveva reggere il peso
di cento paroloni,
alcuni perfino con l’accento.
Per la fatica atroce
morì. Fu seppellita
sotto una croce
dalla matita blu del maestro,
e al posto di crisantemi e semprevivi
s’ebbe un mazzetto di punti esclamativi.

Gianni Rodari

da Filastrocche in cielo e in terra (Einaudi Ragazzi)

FONTI:
http://www.accademiadellacrusca.it/

http://www.lafeltrinelli.it/

http://www.zanichellibenvenuti.it/wordpress/?p=48

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/uso_punteggiatura/Serafini.html

Ministra o Ministro Femmina?

Il ministro, la ministra, o la ministro?

Risponde Giovanni Nencioni:

«La proposta di mantenere il titolo al maschile anche quando la carica sia affidata a una donna continua l’uso antico di usare il genere maschile come comprensivo del femminile quando ci si riferiva a proprietà comuni a tutto il genere umano». Del resto ‘guardia’, ‘sentinella’, ‘guida’ sono stati sempre «riferiti, finora quasi esclusivamente, a nomi propri maschili senza scandalo dei grammatici». «Da respingere con decisione», però, «è l’ircocervo “la ministro” esaltata da alcuni come una ‘combinazione salva tutto’».

La Presidente dell’Accademia della CruscaNicoletta Maraschiotiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidentel’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga,avvocata o avvocatessaarchitettamagistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).

La posizione dell’Accademia è documentata da iniziative diverse: il Progetto genere e linguaggio svolto in collaborazione col Comune di Firenze; la Guida agli atti amministrativi, pubblicata dalla Crusca e dall’Istituto di Teoria e Tecnica dell’Informazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche ITTIG-CNR (http://www.ittig.cnr.it/Ricerca/Testi/GuidaAttiAmministrativi.pdf); il Tema del mese a cura di Cecilia Robustelli, pubblicato nel marzo 2013 sul sito dell’Accademia e varie interviste rilasciate da accademici.

IL DIBATTITO

Bisogna risalire a un momento importante del dibattito sulla cosiddetta “lingua sessuata”, che ha impegnato, specialmente dagli anni Settanta del Novecento in poi, studiosi, intellettuali, soprattutto sotto la spinta delle elaborazioni teoriche delle donne, in particolare di parte femminista. Il momento coincide con la formulazione delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (1987) della studiosa Alma Sabatini. Nel saggio, Sabatini trasformava in suggerimenti linguistici le riflessioni frutto del più ampio studio Il sessismo nella lingua italiana (di cui le Raccomandazioni costituiscono il terzo capitolo), elaborato per la Presidenza del Consiglio dei ministri e per la Commissione per la Parità e le Pari opportunità tra uomo e donna. «Lo scopo di queste raccomandazioni – scriveva la Sabatini – è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento. Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile».

Vivo è anche l’interesse di interpreti, traduttori, e di tutti coloro che operano in contesti internazionali (la Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale, www.reterei.eu, ha dedicato la sua X giornata al tema “Politicamente o linguisticamente corretto?”, la Confederazione Svizzera ha pubblicato nel 2012 la Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione), a riprova che lo sforzo di evitare gli usi linguistici sessisti, condiviso da altre lingue europee, è ormai diventato un fattore di mutamento linguistico transnazionale.

 

FONTI:

MAGGIORI INFORMAZIONI:

Verbi Difficili

Ecco una serie di forme verbali irregolari o avvertite come “strane” e inconsuete. Si tratta di una lista di verbi irregolari o difettivi di cui vengono messi in evidenza congiuntivi, participi passati e altre forme che possono far nascere qualche incertezza.

Accedere, passato prossimo e passato remoto

Si tratta di un composto del verbo cedere e, in quanto tale, ricalca la coniugazione del verbo di partenza. Il passato prossimo è io ho acceduto(tempo composto in cui si ritrova la forma del participio passato acceduto, analogo a ceduto); il passato remoto prevede, per alcune persone, doppie forme, ambedue corrette: io accedei/accedetti, tu accedesti, egli accedé/accedette. noi accedemmo, voi accedeste, essi accederono/accedettero.

Affacciare e affacciarsi

È corretto l’uso di affacciare su in frasi del tipo «la mia terrazza affaccia sul mare»o bisogna ricorrere ad affacciarsi? Dire che un edificio affaccia su un luogo è assolutamente corretto. Affacciare si adopera (solo nei tempi semplici) nel significato di ‘essere prospiciente’ e vuole un soggetto inanimato, come appunto casa, finestra, palazzo, ecc.; affacciarsi, invece, può essere usato sempre, con qualsiasi tempo e con qualsiasi soggetto: «Paolosi affacciò sulla porta», «Un cane si affacciava sul balcone», «Trinità dei Montisi affaccia su Piazza di Spagna».

Aprire, passato remoto: aprii o apersi?

In passato non c’era differenza: le due forme venivano usate con la stessa frequenza. Oggi è molto più comune la forma io aprii, lui aprì, loro aprirono, che per questo vi consigliamo. Ma se per caso ricorreste all’altra(io apersi, lui aperse, loro apersero) non fareste un errore. E ciò che abbiamo detto per aprire vale anche per il suo composto riaprire.

Benedire, imperfetto: benedicevo o benedivo?

Benedicevo! Tutti i composti del verbo dire (benedire, maledire, contraddire, disdire, predire, ridire) seguono infatti la coniugazione del verbo base dire: quindi benedicevo, maledicevo, benedicesti, maledicestie così via. Fa eccezione la seconda persona dell’imperativo, che nel verbodire è di’, mentre nei composti è –dici: «Signore, benedici questa casa… »

Evitate, dunque, soprattutto negli usi scritti, forme come benedivo emaledivo, benedii maledii, benedisti maledisti, ecc., ricostruite popolarmente sul modello della coniugazione regolare dei verbi in -ire.

Convenire, passato remoto: convenne o convenì?

E qual è il passato remoto di altri verbi composti con il verbo venire, come ad esempio  intervenire: intervenne intervenì? Molto meglio convenne eintervenne. composti del verbo venire (addivenire, avvenire, circonvenire, contravvenire, convenire, divenire, intervenire, pervenire, prevenire, provenire, rinvenire, rivenire, sconvenìre, sopravvenire, sovvenire, svenire)si coniugano tutti come il verbo base. Poiché il passato remoto di venire èvenni, venisti, venne, venimmo, veniste, vennero, il passato remoto di un suo composto (come, per esempio, convenire) sarà: convenni, convenisti, convenne, convenimmo, conveniste, convennero. La forma convenii, convenisti, convenì si spiega con l’abitudine dei parlanti a ricostruire la coniugazione dei composti di venire sul modello della coniugazione regolare dei verbi in –ire, secondo un ragionamento di questo tipo:

dormire: dormì convenire: convenì

Coprire, passato remoto: coprii o copersi?

Anche in questo caso, come per il passato remoto di aprire, anticamente venivano usate tutt’e due le forme; oggi è molto più comune il tipo io coprii, lui coprì, loro coprirono, ma le forme io copersi, lui coperse, toro copersero, non sono da considerare errori. E ciò che abbiamo detto percoprire vale anche per i suoi composti, cioè ricoprire, riscoprire scoprire.

Cuocere, passato remoto e participio passato

Suona male, lo sappiamo, ma il passato remoto di cuocere è cossi, cuocesti, cosse, cuocemmo, coceste, cossero. Per il participio passato un tempo si usava anche la forma cociuto: oggi sopravvive solo cotto.

[n.b. invece per cucinare la coniugazione è regolare: passato remoto io cucinai, participio passato cucinato]

Dare, passato remoto: diedi o detti?

Sono corrette entrambe le forme, anche se la più comune e diffusa è la prima. Detti ha preso piede nel corso del Quattrocento per l’influsso esercitato da stetti, passato remoto di stare.

Dirimere, passato remoto e participio passato

La coniugazione del passato remoto del verbo dirimere prevede, per alcune persone, doppie forme, ambedue corrette: io dirimei/dirimetti, tu dirimesti, egli dirimé/dirimette, noi dirimemmo, voi dirimeste, essi dirimerono/dirimettero; il participio passato non è in uso.

Dovere, presente: devo o debbo?

Anche un verbo comune come dovere può talvolta lasciarci in dubbio, tanto più se dobbiamo usarlo in un contesto formale: è più corretto devo odebbo? devono debbono? deva debba? devano o debbano?Comunque scegliate, state tranquilli; non farete brutta figura. Le forme verbali citate sono, infatti, intercambiabili: potete ricorrere all’una o all’altra senza sbagliare. Le forme devo, devono, deva, devano sono più diffuse rispetto alle altre, ma questo non vuol dire che debbo, debbono, debba, debbano siano sbagliate (anzi, il congiuntivo debba ha ormai preso piede rispetto al concorrente deva).

Esigere, participio passato: qual è la forma giusta?

Stavolta esordiamo dicendovi quale non è il participio passato di esigere:non è esigìto, che rappresenterebbe la forma verbale regolare; è, invece,esatto. Per spiegarlo, sarà sufficiente ricordare che il verbo latino da cui deriva esigere era èxigo, exìgere, che aveva fra le sue voci un exactum da cui si è formato il participio italiano esatto.

Con questo valore verbale, esatto si usa solo nel linguaggio burocratico, col significato di ‘riscosso’: «La somma esatta (riscossa) ammonta a circa due miliardi di lire». La forma esatto ha la stessa origine, ma funzioni completamente diverse: è un aggettivo che significa ‘preciso’, ‘giusto’ e che spesso è usato senza necessità col valore avverbiale di ‘precisamente’, ‘certamente’.

Espellere, indicativo presente, passato remoto, congiuntivo presente e participio passato

Diamo la coniugazione del verbo espellere per i modi e i tempi più problematici: indicativo presente io espello, tu espelli, egli espelle, noi espelliamo, voi espellete, essi espellono; passato remoto io espulsi, tu espellesti, lui espulse, noi espellemmo, voi espelleste, essi espulsero; congiuntivo presente che io espella, che tu espella, che egli espella, che noi espelliamo, che voi espelliate, che essi espellano; participio passatoespulso.

Incutere, participio passato: qual è la forma giusta?

Il participio passato di incutere, cioè ‘infondere’, esiste? E qual è? Esiste, esiste, ed è incusso, esattamente come il participio passato di discutereè discusso e il participio passato di escutere è escusso. Alla base di tutti questi verbi c’è il verbo latino quatio, quatis, quassi, quassum, quatere,‘scuotere’, che nella forma da cui deriva il participio passato italiano facevaquassum, da cui la finale –cusso.

Iniziare

Il verboiniziare si usa molto spesso, ma talvolta può metterci in imbarazzo. Può venirci qualche perplessità, infatti, a proposito del suo uso come intransitivo. Originariamente, iniziare era solo transitivo («Avevo appena iniziato la lettura del giornale»), o intransitivo pronominale («Il corso s’inizia a ottobre»). Per influenza del verbo cominciare, è stato usato anche come intransitivo, senza la particella pronominale, e con l’ausiliare essere: «La trasmissione non è ancora iniziata». Servirsi diiniziare come intransitivo è ormai considerato legittimo: quindi non abbiate esitazioni, e ricorrete a questo verbo senza timore di sbagliare.

Nuocere, passato remoto e participio passato

Non nuoce forse ricordare la coniugazione del passato remoto io nocqui, tu nocesti, egli nocque, noi nocemmo, voi noceste, essi nocquero; il participio passato è nociuto.

Piacere, indicativo presente, passato remoto, congiuntivo presente e participio passato

Riportiamo la coniugazione completa dei modi e dei tempi del verbopiacere che possono destare dubbi: indicativo presente io piaccio, tu piaci, egli piace, noi piacciamo, voi piacete, essi piacciono; passato remoto io piacqui, tu piacesti, egli piacque, noi piacemmo, voi piaceste, essi piacquero; congiuntivo presente che io piaccia, che tu piaccia, che egli piaccia, che noi piacciamo, che voi piacciate, che essi piacciano; participio passato piaciuto.

Premere, passato remoto e participio passato

Il passato remoto prevede, in alcune persone, doppie forme, ambedue corrette: io premei/premetti, tu premesti, egli premé/premette, noi prememmo, voi premeste, essi premerono/premettero; il participio passato è premuto.

Riflettere, passato remoto: io riflettei o io riflessi?

Il verbo riflettere ha una doppia anima: il suo passato remoto può essereriflettei riflessi. Quando è riflettei significa ‘considerare’, quando è riflessisignifica ‘mandare riflessi’. Lo stesso vale per il participio passato:riflettuto (ma con questo valore si usa, più spesso, ponderato) riflesso.

Rimuovere, indicativo presente, passato remoto e participio passato

Si tratta di un composto del verbo muovere, di cui ricalca la coniugazione. L’indicativo presente è quindi io rimuovo, tu rimuovi, egli rimuove, noi rimuoviamo, voi rimuovete, essi rimuovono; il passato remoto è io rimossi, tu rimovesti, lui rimosse, noi rimovemmo, voi rimoveste, essi rimossero; il participio passato è rimosso.

Rodere al passato remoto: io rosi o io rodei?

Se vi capita di essere rosi da qualche dubbio riguardante questo verbo, ricordate che il passato remoto di rodere fa rosi, rodesti, rose, rodemmo, rodeste, rosero, mentre il participio passato è roso.

Sapere, passato remoto, participio presente e passato

Le forme del passato remoto del verbo sapere sono io seppi, tu sapesti, egli seppe, noi sapemmo, voi sapeste, essi seppero; participio presente èsapiente e il participio passato saputo.

Scuotere, passato remoto e participio passato

Il passato remoto prevede queste forme: io scossi, tu scotesti/scuotesti, lui scosse, noi scotemmo/scuotemmo, voi scoteste/scuoteste, essi scossero; il participio passato è scosso.

Seppellire, participio passato: sepolto o seppellito?

Sono corrette entrambe le forme: la più comune è sepolto, che continua l’originale latino sepultus. Seppellito è usato di meno, ma in alcune frasi i due participi si alternano. Potete dire, dunque, morto e sepolto morto e seppellito.

Soccombere, passato remoto e participio passato

Il passato remoto prevede, per alcune persone, doppie forme, ambedue corrette:  io soccombei/soccombetti, tu soccombesti, egli soccombé/soccombette, noi soccombemmo, voi soccombeste, essi soccomberono/soccombettero; il participio passato non è in uso.

Soddisfare: quali sono le forme giuste?

Soddisfaccio, soddisfo o soddisfò? Le prime due vanno bene; la terza non è sbagliata ma è rara. Come si spiega tanta varietà di forme? I composti del verbo fare (assuefare, contraffare, liquefare, rifare, sopraffare, stupefare) seguono la coniugazione del verbo semplice: quindiassuefaccio, assuefacevo, assuefeci, assuefarò; contraffaccio, contraffacevo, contraffeci, contraffarò, e così via. Tuttavia due composti –disfare soddisfare – hanno sviluppato anche alcune forme autonome per il presente indicativo e congiuntivo, per il futuro e per il condizionale.

potete dire o scrivere…  /  ma potete anche dire o scrivere…

Presente indicativoio disfacciosoddisfaccio  /  io dìsfosoddìsfo;  tu disfàisoddisfài  /  tu dìsfisoddìsfilui disfàsoddisfà / lui dìsfa,soddìsfanoi disfacciamosoddisfacciamo  / noi disfiamosoddisfiamo;voi disfatesoddisfateloro disfannosoddisfànno  /  loro dìsfano,soddìsfano.

Presente congiuntivoche io disfacciasoddisfaccia  /  che io dìsfi,soddìsfiche tu disfacciasoddisfaccia / che tu dìsfisoddìsfiche lui disfacciasoddisfaccia / che lui dìsfisoddìsfiche noi disfacciamo,soddisfacciamo  /  che voi disfacciatesoddisfacciateche loro disfàccianosoddisfacciano  / che loro dìsfinosoddisfino.

Futuroio disfaròsoddisfarò  /  io soddisferòtu disfaraisoddisfarai  / tu soddisferailui disfaràsoddisfarà  /  lui soddisferànoi disfaremo,soddisfaremo  /  noi soddisferemovoi disfaretesoddisfarete  /  voi soddisfereteloro disfarannosoddisfaranno  /  loro soddisferanno.

Condizionale presenteio disfareisoddisfarei  /  io soddisfereitu disfarestisoddisfaresti  /  tu soddisferestilui disfarebbesoddisfarebbe  /  lui soddisferebbenoi disfaremmosoddisfaremmo  /  noi soddisferemmovoi disfarestesoddisfareste  /  voi soddisferesteloro disfarebberosoddisfarebbero  /  loro soddisferebbero.

S’intende che le voci non riportate non si usano, perché non sono documentate. S’intende anche che, nei tempi e nei modi non indicati,disfare soddisfare seguono la coniugazione di fare: all’imperfetto indicativo disfacevo soddisfacevo. non disfavo soddisfavo,all’imperfetto congiuntivo disfacessi soddisfacessi, non disfassi esoddisfassi, ecc.

Solere, indicativo presente, passato remoto e participio passato

Le forme dell’indicativo presente sono io soglio, tu suoli, egli suole, noi sogliamo, voi solete, essi sogliono; il passato remoto è io solei, tu solesti, egli solé, noi solemmo, voi soleste, essi solerono; il participio passato èsòlito.

Splendere, passato remoto e participio passato

Il passato remoto, per alcune persone, prevede doppie forme, ambedue corretre: io splendei/splendetti, tu splendesti, egli splendé/splendette, noi splendemmo, voi splendeste, essi splenderono/splendettero; il participio passato, raro e contemplato solo da alcuni dizionari, è splenduto.

Sposaresposarsi

Marco si è sposato o Marco ha sposato? Il verbo che indica l’azione disposarsi va usato con attenzione. Sposare, infatti, è un verbo transitivo: richiede un’anima gemella che faccia da complemento oggetto. Dobbiamo dire: «Marco ha sposato Giulia», «Giulia ha sposato Marco»; non possiamo dire: «Marco ha sposato», «Giulia ha sposato». Quando il complemento oggetto manca, bisogna usare la forma sposarsi: «Marco si è sposato», «Giulia si è sposata».

Stare

Il verbo stare è usato spesso al posto del verbo essere, soprattutto in frasi che esprimono il comportamento o lo stato d’animo d’una persona: «Stareattento», «Stare in ansia», «Stare sulle spine», oppure in frasi che contengono un ordine o un’esortazione: «Stia zitto!», «Sta’ seduto», o in frasi fatte: «Se le cose stanno così…» In questi casi l’uso di stare al posto di essere è legittimo e corretto; in altri casi i due verbi non sono intercambiabili: non si può dire o scrivere «Sto nervoso», «Sta assente», «Il lavoro sta fatto bene».

L’abitudine di sostituire stare essere è di origine meridionale; per questo carattere di accentuata regionalità va evitata negli usi ufficiali e formali. In famiglia e con gli amici, invece, potete stare…, più rilassati.

A proposito: approfittiamo dell’occasione per ricordarvi di nuovo che la prima persona del verbo si scrive sto senza accento e non stò.

Succedere, participio passato: succeduto o successo?

Può succedere a tutti d’ingarbugliarsi tra i due participi del verbo che abbiamo appena nominato. Succedere, infatti, ha due forme di participio passato: una finisce in -uto (succeduto)l’altra in -sso (successo). La difficoltà, questa volta, nasce dal fatto che sono tutt’e due forme corrette, ma hanno usi e significati diversi: succeduto va usato solo col significato di ‘subentrato’, ‘venuto dopo’ («Il presidente Ciampi, succeduto a Scalfaro, è stato eletto nel 1999»), mentre successo va usato col significato di ‘accaduto’, ‘avvenuto’ («Dimentichiamo l’incidente successo»)

Verbo difettivo Sinonimi suggeriti
aggradare piacere
competere concorrererivaleggiarespettare
concernere riguardare
demordere desisterearrendersi
dirimere appianarerisolvere
discernere riconoscerecomprendere
distare essere distante
divergere differire
esimere / esimersi liberaresottrarsi
fervere ribollireanimarsiappassionarsiessere in fervore
incombere gravare
inerire riguardare
irrompere piombareinvadere
mingere orinare
pendere essere appesopenzolare
permanere durarerimanere
prudere dare prurito
rilucere fare luce
risplendere brillare
soccombere piegarsiperderemorire
solere avere l’abitudine
splendere brillare
stridere cigolaregridarestonarecontrastare
tralucere trasparire
urgere essere urgente
vertere riguardaretrattare
vigere essere in vigore

 

FONTI:

http://inlinguaitaliana.blogspot.it/

http://www.accademiadellacrusca.it/

La Severità del Punto

BeFunky_null_1.jpgI cellulari, gli smartphone, Internet e le e-mail hanno cambiato il modo in cui scriviamo, e questo è ormai un dato appurato: c’è un cambiamento, però, di cui si discute poco, meno immediato delle molte abbreviazioni e dei prestiti dall’inglese che si leggono in giro, ma che coinvolge un numero forse ancora maggiore di persone, e in modo più sottile. Ne scrive Ben Crair in un articolo su The New Republic, e riguarda l’uso del punto.

La tesi di Crair risulterà familiare a molti: mettere un punto alla fine di una frase in chat, su Skype o in una conversazione via SMS sta cominciando ad assumere un significato diverso, che supera quello attribuitogli dalla grammatica. Secondo Crair, il punto starebbe diventando un simbolo di aggressività, freddezza, distacco: «Nelle mie conversazioni online la gente non lo utilizza semplicemente per chiudere una frase, ma per segnalare una cosa del tipo “non sono contento di come si stia mettendo la conversazione”».

 

uso del punto negli sms

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cosa non riguarda tutti, naturalmente, ma molte persone sentite da Crair hanno confermato questo tipo di nuovo significato, e così molti che hanno letto l’articolo.

myl-p2Mark Liberman, professore di Linguistica all’Università della Pennsylvania, ha raccontato: «tempo fa, mio figlio di 17 anni mi fece notare che i miei SMS davano un’impressione di severità: questo perché, per abitudine, utilizzavo il punto per chiudere una frase».

Crair sostiene che una delle cause di questo cambiamento sarebbe la diffusione dei servizi di messaggistica istantanea, nei quali per separare una frase dall’altra basta completare il pensiero in due messaggi diversi, cosicché il programma lasci automaticamente uno spazio fra le due frasi, mandando a capo.

Racconta ancora Liberman: «in quel contesto, per concludere basta cliccare “invio”. Scegliere di aggiungere un punto fa sì che il destinatario si chieda perché si è avvertita la necessità di farlo». Secondo Choire Sicha, direttrice del giornale online The Awl, inoltre, finire una frase senza punto la renderebbe più aperta e neutrale: «è come se ci si liberasse di una certa enfasi, sia che si voglia continuare la conversazione oppure no».

Secondo Crair, inoltre, il punto sarebbe stato inventato per rendere più comprensibile un testo scritto, per marcare una pausa all’interno del pensiero: dal momento che nelle chat e via SMS questa funzione è svolta in un altro modo, il punto serve sempre di più a rendere chiaro il “tono” che si utilizzerebbe in una conversazione parlata. Crair afferma che il cambiamento potrebbe non aver riguardato solo il punto: «moltissimi si saranno chiesti se un particolare messaggio che hanno ricevuto fosse sarcastico, e quindi hanno cominciato a usare il punto esclamativo come marca di sincerità». Parte di quello che per molti anni hanno fatto le ‘faccine’ – chiarire il tono di un breve messaggio che potrebbe essere interpretato in più modi – viene fatto sempre di più dalla punteggiatura.

 

FONTI:

-Luca Sofri: La grammatica al tempo di internet

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/01/05/questo-non-il-punto.html

ENGLISH:
http://www.newrepublic.com/article/115726/period-our-simplest-punctuation-mark-has-become-sign-anger