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Il Corsivo Inventato a Bologna

Il ‘corsivo’ fu inventato a Bologna: parte ‘Griffo, la grande Festa delle Lettere’4600.0.663943103-kk5D--180x140@Corrieredibologna
“Il carattere corsivo ha cambiato la storia dell’editoria e ha dato vita a quelle che all’epoca erano le edizioni economiche, rendendo le opere classiche accessibili anche a coloro che non potevano permettersi corsivi in-folio”. Parola di Umberto Eco, a capo del comitato scientifico dell’Associazione Francesco Griffo, che, insieme al Comune di Bologna e ad altre istituzioni cittadine darà vita a “Griffo, la grande Festa delle Lettere”, un evento lungo quattro anni.

Francesco, nacque a Bologna da Cesare, di professione orefice a metà del quindicesimo secolo. Praticamente sconosciuto fino all’800, anche Antonio Panizzi, bibliotecario (e patriota) di Brescello volle investigare su di lui. (Panizzi guidò anche la biblioteca del British Museum, una delle più grandi al mondo).

imagesDi Griffo si sa oggi che intraprese la carriera di incisore e che inventò e incise, secondo gli studiosi, ben sei tipi di carattere “tondo”, quelli che oggi chiamiamo “corsivo” o italico. Arrivò molto in alto: prestò infatti la sua opera per diversi editori italiani e anche per Aldo Manunzio, umanista ed editore veneto, che vantava anche una stretta amicizia con il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam.

Griffo morì a Bologna nel 1518 e fu probabilmente giustiziato per l’omicidio del genero che egli aveva colpito a morte con una spranga dopo un alterco insorto entro le mura domestiche dell’abitazione che condividevano nella parrocchia di S. Giuliano (fonte: Treccani)

Per celebrare il cinquecentenario della sua morte, un programma di eventi presentato ieri in una conferenza stampa a Palazzo D’Accursio: “Sarà occasione di scambio e di confronto interdisciplinare e vedrà la realizzazione di tante attività che spazieranno dalla didattica, all’editoria, alla digitalizzazione delle opere fino a workshop, laboratori per l’infanzia ed eventi espositivi – ha scritto l’assessore alla promozione della città Matteo Lepore.

DSC_9568Un progetto “aperto” a contributi e idee. Ad oggi hanno già aderito a Bologna, oltre al Comune, la Bottega di Narrazione delle Finzioni, l’Istituzione Biblioteche – Biblioteca Archiginnasio, Genus Bononiae, il MAMbo, il Museo della Musica e il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Unibo; ma anche altre realtà italiane hanno già deciso di partecipare all’iniziativa: il Museo Carlo Zauli di Faenza, la Tipoteca Italiana Fondazione, l’AIAP – Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva, l’ADCI – Art Directors Club Italiano e l’ADI – Associazione per il Disegno Industriale.

“La nostra volontà è raccogliere altre adesioni, dall’intero territorio nazionale e, perchè no, dall’estero (le richieste di adesione possono essere inviate a info@griffoanniversary.com e ulteriori informazioni sono disponibili al sito) – continua Lepore – saranno poi le singole realtà a proporre le attività che vogliono sviluppare. Per la gestione e la selezione è  in corso di creazione un Comitato Scientifico, che sarà presieduto da Umberto Eco”.

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Il Turpiloquio da Omero a Shakespeare

Se nella Divina Commedia non è raro imbattersi in parole popolari e realistiche, talvolta perfino oscene, è perché Dante, nel suo capolavoro, adotta la lingua fiorentina in tutte le sue varietà, anche le più basse. Proprio a queste scelte lessicali di Dante si deve il giudizio parzialmente negativo su di lui formulato nel Cinquecento da Pietro Bembo. Egli deplorava quelle discese dantesche verso il basso che noi moderni possiamo apprezzare.

Ma andiamo un po’ più indietro.

Da Omero in poi i grandi della letteratura non hanno disdegnato il ricorso all’epiteto forte. Anzi, sembrerebbe che alcuni si siano proprio divertiti a condire qua e là le loro opere con trivialità, sconcezze e un po’ di dissacrazione linguistica. Persino i greci amavano ironizzare sulla società del tempo e sui vizi dei potenti con un linguaggio colorito. Si prendano Archiloco, Eschilo o Sofocle. O il grande Aristofane, che nella commedia Gli Acarnesi fra molti passaggi coloriti ci dice: «Tu che al culo focoso il pelo radi, tanta barba, o scimmiotto, al mento avendo, cammuffato da eunuco, ti presenti?».

I Romani non erano certo da meno. Persino Cicerone non è estraneo a certe espressioni forti. Ma più di tutti il poeta e retore Giovenale, che intorno al 100 d.C. ci ha regalato con le sue Satire veri esempi di politicamente scorretto: «O ancora quando t’impone di farti in là gente che si guadagna i testamenti ogni notte, gente che la via più sicura oggi a far fortuna, la vulva d’una vecchia danarosa, porta alle stelle». E anche: «Non fidarti dell’apparenza: le strade sono piene di viziosi in cattedra. Condanni l’immoralità tu, proprio tu, che degli efebi di Socrate sei il buco più noto? Il corpo rozzo e le braccia irte di setole prometterebbero un animo fiero, ma dal tuo culo depilato, con un ghigno, il medico taglia escrescenze grosse come fichi». E così via.

Intorno al 1300 Dante è seguito poi da Boccaccio: «Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con la penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie» (Decameron).

Ma torniamo a Dante, il “sommo”, il poeta per eccellenza che si studia nelle scuole. Prendiamo la sua Divina commedia. Il canto XVII dell’Inferno, dove di parla della «sozza e scapigliata» Taide, «puttana… che là si graffia con le unghie merdose», e del suo vicino Alessio Inteminei: «E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco». Sempre nell’Inferno, il famoso verso: «Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta». Qualche libro dopo: «Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’ io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ’l tristo sacco che  merda fa di quel che si trangugia».
Del resto, il “mangiare merda” è un simbolo ricorrente di ingordigia e avidità presente in Aristofane, PlautoRabelais, Swift, Sterne, fino all’ossessione “escrementizia” del buon Carlo Emilio Gadda. Il tema è sempre piaciuto assai, tanto che nel Seicento il letterato Tommaso Stigliani scrive Merdeide, un poema antispagnolo che recava come sottotitolo: Stanze in lode delli stronzi della Real Villa di Madrid. Piuttosto esplicito, sin dall’incipit: «D’una Villa Real i sporchi umori / Gran desio di catar m’ingombra il petto, / E come in vece di purgati odori / V’han li stronzi, e la merda albergo e letto». E finisce con altrettanta chiarezza: «E tu Villa real, fregio, e decoro / De l’Ibero terren, Donna del Mondo, / Già che rinchiudi in te si bel tesoro, / Tù non cadrai nel cieco oblio nel fondo / Muta nome per Dio, che più sonoro / Sarà il tuo vanto fetido & immondo, / E dì, pe i stronzi si famosi, e belli / Merdid ogn’un, no più Madrid, m’appelli» (citiamo dall’edizione canonica che comprende anche, fra altri, lo scritto Mentre Fillide vien baciata da Filleno, questa per dolcezze si lasciò scappare una Correggia).

Che dire di Pietro Aretino? A leggerlo vi è un profluvio di “cazzo” e “fica”. Anche Dante aveva usato quest’ultimo termine (sempre nell’Inferno: «Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”), ma la sua forma più diffusa la dobbiamo all’Aretino, che la usa per la prima volta nella commedia Il Marescalco del 1533. A lui piaceva molto l’oggetto stesso ed è stato l’antesignano del Benigni d’antan: da Ampolla a Bersaglio, Faccenda e Fantasia, Buca e Scodellino, Grattugia e Vergigno, si contano quasi una trentina di metafore per indicare l’organo sessuale femminile. Poi sdoganato, insieme al corrispettivo maschile, nei Sonetti lussuriosi: «Fottiamci, anima mia, fottiamci presto / perché tutti per fotter nati siamo; / e se tu il cazzo adori, io la potta amo, / e saria il mondo un cazzo senza questo». Ancora: «Mettimi un dito in cul, caro vecchione / e spinge il cazzo dentro a poco a poco; / alza ben questa gamba a far buon gioco, / poi mena senza far reputazione». E non abbiam scelto nemmeno i passi peggiori.

Quasi al pari del poeta Giorgio Baffo, che scandalizzò la Venezia del Settecento con una continua ode alla “mona”, che tanto bene fa: «Notte e zorno ti fa miracoloni, / che l’acqua, che trà su la to fontana, / dà vita al cazzo, e spirito ai cogioni». Degno antesignano del miglior Belli, con La madre de le sante: «Chi vò chiede la monna a Caterina, Pe ffasse intenne da la gente dotta Je toccherebbe a dì: vurva, vaccina, E dà giù co la cunna e co la potta. Ma noantri fijacci de miggnotta Dimo cella, patacca, passerina, Fessa, spacco, fissura, bucia, grotta, Fregna, fica, ciavatta, chitarrina…».

Si potrebbe continuare con Shakespeare, de Sade, Hugo e Baudelaire fino a Céline, Artaud e Prévert (senza considerare i nostri italiani novecenteschi). Forse aveva ragione nell’Ottocento Carlo Porta, che diceva che qualsiasi linguaggio può esser bello o brutto a seconda di chi lo usa. Insomma, volgari non sono mai le parole stesse. Possono esserlo, ma dipende dalla maestria, l’intelligenza e la cultura di chi le usa.

Aveva proprio ragione Cesare Pavese quando scriveva che «nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo volgarità secondo che parliamo o pensiamo».

 

 

Elogio del turpiloquio. Letteratura, politica e parolacce
a cura di Romolo Giovanni Capuano
Nuovi Equlibri, 2010

Editore: Nuovi Equilibri (17 febbraio 2010)

Collana: Fiabesca

Lingua: Italiano

 

LE PAROLACCE NELLA DIVINA COMMEDIA:
https://www.yumpu.com/it/document/view/16263270/le-parolacce-nella-divina-commedia-dante-for-life

FONTI:

http://ladante.arte.it/guida-arte/ladante/approfondimenti/le-parolacce-della-commedia-e-la-bocciatura-di-bembo-4

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/

Quando l’Inglese Interferisce

di Licia Corbolante*

Il dibattito sulla presenza degli anglicismi in italiano è molto vivace. C’è chi ritiene sia in un corso una progressiva sostituzione di elementi lessicali italiani già in uso con parole inglesi (imposta sui servizi > service tax, giornata elettorale >election day, ecc.) per rendere volutamente più oscura la comunicazione, ma in realtà si tratta di «una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche [che] viene avvertita come preoccupante invasione perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa» (Antonelli). Gli anglicismi si fanno notare perché entrano in italiano come prestiti integrali (non adattati) e sono immediatamente riconoscibili come tali dal parlante comune, caratteristica che li rende particolarmente adatti a identificare senza ambiguità concetti specifici nei linguaggi tecnico-scientifici e settoriali, in molti casi facilitando la comunicazione.
Interferenza
I prestiti integrali sono sicuramente il più noto tra gli aspetti dell’interferenza, che si riferisce all’azione di un sistema linguistico su un altro e agli effetti provocati dal contatto tra lingue, e che a livello lessicale e semantico si manifesta con il passaggio di parole da una lingua all’altra (Palermo). Altre caratteristiche dell’interferenza meriterebbero altrettanta attenzione perché possono influenzare la comunicazione in maniera meno esplicita.
Calchi
calchi sono particolari tipi di prestiti che fanno uso di elementi lessicali già esistenti nella lingua, quindi sono potenzialmente più ambigui. Solitamente si distingue tra calchi strutturali, che riproducono struttura e significato dell’altra lingua, ad esempio grattacielo da skyscraper, e calchi semantici, che sulla base di tratti semantici in comune conferiscono nuove accezioni, usi metaforici o particolari specializzazioni a parole esistenti, ad esempio finestra e icona da window e icon (Bombi).
Falsi amici
Un fenomeno di interferenza ancora più sfuggente e distorsivo è quello dei falsi amici, le coppie di parole di due lingue diverse che sono uguali o molto simili nella forma ma che non hanno lo stesso significato, come ingenuity  (‘ingegnosità’) e ingenuità. Nei media si riscontrano spesso in articoli tradotti frettolosamente per un consumo immediato online e a volte anche in corrispondenze dall’estero di un certo rilievo e in testi redatti in contesti interamente italiani. Spesso si tratta di errori grossolani, evitabili consultando qualsiasi dizionario bilingue, in altri casi invece non vengono colte differenze più sfumate, non solo di significato ma anche pragmatiche o connotate culturalmente. Si notano infine esempi di nuovi concetti per i quali non esiste ancora un termine italiano corrispondente e che probabilmente vengono proposti “ad orecchio” usando la parola italiana più simile, ma senza segnalare che si tratta di una nuova accezione. L’evoluzione dei falsi amici è spesso imprevedibile, influenzata dai mezzi e dai modi di diffusione, da contaminazioni tra media, da avvenimenti specifici e da altri fattori extralinguistici: alcuni rimangono errori occasionali mentre altri si trasformano in prestiti, non sempre registrati nei dizionari. In tutti i casi ne risulta una comunicazione distorta o perlomeno con forti ambiguità, difficili da risolvere se non si è in grado di ipotizzare il contenuto del testo originale. Alcuni esempi dai media italiani:
Errori di traduzione – Sono interferenze sporadiche ma non abbastanza frequenti da segnalare una possibile nuova accezione, e risultano così particolarmente insidiosi perché trasmettono informazioni inesatte o un’immagine alterata di una notizia o di una persona. Descrivere un presidente americano come populista, ad esempio,non è molto lusinghiero se l’aggettivo inglese è populist, ossia ‘non elitario’, ‘che fa gli interessi della gente’. Conidiosyncrasies si intendono le peculiarità o i comportamenti insoliti o inaspettati di un individuo, che nulla hanno a che vedere con avversioni e ripugnanze (idiosincrasie). Un’azione definita impressionante non è motivo di particolare vanto: in inglese impressive non segnala ammirato stupore ma un semplice apprezzamento, e se si legge che qualcuno ha celebrato una notizia non si deve pensare a solenni cerimonie ma a una conferma di gradimento fatta in pubblico. Curioso anche l’esempio di una frase attribuita a Steve Jobs, Stay hungry. Stay foolish. che è entrata ormai nell’immaginario collettivo in una traduzione errata, “Siate affamati, siate folli”, anche se non si trattava di un’esortazione alla pazzia ma di un invito a mantenersi sognatori e non condizionati.
Potenziali prestiti  –Esistono falsi amici più diffusi, frequenti in occasione di particolari avvenimenti, che coesistono con soluzioni lessicali alternative, quindi è difficile prevedere se potranno effettivamente affermarsi e sostituirle. Un aggettivo che si ritrova spesso nelle notizie governative dagli Stati Uniti è fiscal con il significato di ‘finanziario’ o ‘economico’, tradotto letteralmente con fiscalefiscal cuts però non sono riduzioni fiscali ma tagli alla spesa. Da qualche anno in inglese in ambito giornalistico è molto usata anche la parola narrative per descrivere una forma di comunicazione con un’esposizione argomentata che riflette al meglio la propria visione, i propri valori e i propri obiettivi. È un nuovo concetto adottato in italiano con il neologismo semantico narrazione, ignorato però da parecchi media che invece ricorrono al falso amico narrativa, suggerendo così insolite produzioni letterarie come la narrativa elettorale di Obama o la narrativa apocalittica di Ahmadinejad. Arriva dall’inglese anche la parola focus, una persona o situazione a cui si presta particolare attenzione (equivale a ‘punto focale’), già presente in italiano nella forma latina come termine medico, ‘focolaio di infezione’, e per questo ancora fonte di parecchie perplessità nei lettori italiani. Influenzato probabilmente dal doppiaggio è l’uso di chimica [tra due persone], mentre in italiano il concetto inglese di chemistry è reso da ‘alchimia’, ‘affinità’ o anche ‘feeling’.
Prestiti camuffati – Il termine prestito camuffato (Bombi) viene usato per descrivere i falsi amici accolti definitivamente nel lessico, un fenomeno di interferenza dove l’unico rapporto tra il materiale lessicale delle due lingue è di tipo formale, ossia un’integrazione “ad orecchio” senza una comune base semantica. Esempi tipici sono il termine informatico libreria che in inglese è una metafora di “biblioteca” (library) e non di negozio o di scaffale per i libri, amministrazione per il governo statunitense (administration) e paradiso fiscale, dovuto alla confusione tra(tax) haven, ‘porto sicuro, rifugio’, e heaven, ‘paradiso’. Tra i prestiti camuffati più recenti si può includere visionario, ‘che ha le idee chiare sul futuro’ o ‘che è originale o creativo’, un’accezione entrata definitivamente in italiano con la scomparsa di Steve Jobs, a cui l’aggettivo è stato associato ormai centinaia di migliaia di volte; difficile prevedere se renderà obsoleta l’accezione ‘che ha una comprensione distorta della realtà’ o se coesisterà creando forse un esempio di enantiosemia e scontate ambiguità. Anche liriche per ‘testo di una canzone’ si è ormai trasformato in un prestito camuffato.
Interferenze sui prestiti – Un esempio particolare di interferenza è rappresentato dall’anglicismo che viene usato con un’accezione tipica dell’inglese ma mai recepita in italiano (raramente i prestiti trasferiscono tutti i significati della lingua originale); bungalow, ad esempio, in inglese è una casa a un piano, anche di parecchie stanze, con eventuale piano mansardato, ma il lettore italiano che legga di una persona che ha passato la vita in un bungalow immaginerà una vita disagiata in uno spazio angusto, sicuramente priva di qualsiasi prodotto sexy, che in inglese è qualcosa di attraente o ambito ma non implica alcuna connotazione sensuale o conturbante come invece sexy in italiano.
L’interferenza dell’inglese ha quindi molte sfaccettature, non tutte visibili, che se non sono riconosciute possono rendere poco chiara la comunicazione o far trarre conclusioni errate da un testo. Paradossalmente, la comunicazione potrebbe risultare meno distorta in presenza di anglicismi non noti perché sono comunque subito riconosciuti e sono più facilmente verificabili.
*Licia Corbolante è una terminologa che opera in ambiti informatici e tecnici, occupandosi in particolare di formazione e comunicazione interculturale. Ha studiato traduzione alla SSLMIT di Trieste e linguistica applicata, marketing e linguistica computazionale a Salford (GB) e Dublino. Scrive regolarmente sul blog Terminologia etc.con annotazioni su lingua, terminologia e traduzione.
FONTE:

Chi Parla male Pensa male

Si dice che l’uomo vale per quello che sa; ma vale anche in gran parte per come sa dire quello che sa. (…) Non è soltanto un ornamento intellettuale: è arma nella lotta per la vita, è forza e libertà dello spirito, è chiave dei cuori e delle coscienze altrui, è strumento di lavoro e di fortuna. (…) Molti non riescono a farsi strada nel mondo per mancanza di facoltà comunicativa. Quante volte nella vita dipende un grave danno o un grande vantaggio nostro da un nostro pensiero o sentimento espresso in un modo infelice, e quindi frainteso, o non inteso per nulla!(…)

“Che cosa importa?”. Che cosa importano le parole? Questa è grossa, mi perdoni! È come dire: “Che cosa importa parlare e scrivere con chiarezza e con efficacia? Che cosa importa l’usare, invece d’una parola o d’una frase propria, un’altra parola o un’altra frase che, non esprimendo per l’appunto il nostro pensiero, può farlo fraintendere e costringerci perciò ad esprimerlo un’altra volta in un’altra maniera, che può essere peggiore della prima? Che cosa importa, parlando e scrivendo, inciampare ogni momento in una difficoltà, essere arrestati a ogni passo da un dubbio, lasciare a mezzo una frase per cercare un vocabolo, doversi spiegare coi gesti? Che cosa importano le parole? Ma infiniti malintesi, risentimenti, diverbi dolorosi nascono di continuo fra gli uomini da una parola usata a sproposito, per pura ignoranza o mancanza di finezza nel sentimento della lingua. Come si può dire: “Cosa importano le parole?”. (…)

Lo studio della lingua è infinitamente vario, e i suoi confini s’allontanano dinanzi a chi vi procede. (…) E non si tratta di uno studio puramente letterario. Nel campo di qualsiasi scienza, il possesso della lingua, la facoltà di esprimersi con chiarezza e con proprietà è parte della scienza stessa. (…)

IL SIGNOR COSO
Tra le sue qualità più notevoli vi era un profondo disprezzo per l’arte della parola. Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l’uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l’espressione dell’idea ch’egli aveva abbozzata. Con un come si dice? si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma, tu capisci; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli: “Sai, questa mattina ho visto coso, laggiù… Dice che per quell’affare…tu sai… niente”. Fu lui che annunziò agli amici l’elezione del nuovo Papa: “Eletto” disse. E gli amici: “Chi hanno eletto?”, “Coso” rispose. (…). E con quale gioia si era impadronito del verbo cosare; “Cosami quel fiasco”, “Bada, che ti cosi l’abito”.

Poiché pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall’esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare. Ecco cosa era successo al signor Coso: egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall’inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa. (…) Ma quanti sono quelli che, per infingardaggine intellettuale, parlano presso a poco al modo di Coso? Il mondo ne è pieno. Ma se l’uomo si può definire ‘l’animale parlante’, codesti non sono uomini… sono cosi.(…)

Bada sempre, nel parlare, al viso di chi ti ascolta, che è un critico muto utilissimo, perché d’ogni parola stonata, d’ogni oscurità, d’ogni lungaggine, ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un’espressione di stupore o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente. (…). Certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire. (…)

Così, bada a non parlare una lingua approssimativa, se non intendi porre limiti ai tuoi pensieri.

 

FONTE:

L’idioma gentile, Edmondo DeAmicis, 1905

Italiano: Quarta Lingua più Studiata al Mondo

Al primo posto c’è l’inglese, al secondo il francese, al terzo lo spagnolo. E, sorpresa, al quarto c’è l’italiano. Sì, proprio l’idioma di Dante, che supera cinese, giapponese, tedesco. Un trionfo, insomma. Inaspettato, per i non addetti ai lavori, una conferma per linguisti e cultori dell’italianistica.

Il cibo aiuta

Un evento organizzato da Icon, il consorzio di 19 università italiane con sede a Pisa, che ha organizzato la prima laurea in italianistica su Internet dedicata agli stranieri riscuotendo adesioni e consensi al di là di ogni aspettativa. «Analizzeremo la nostra lingua come fattore di sviluppo, anche economico, per l’intero Paese – spiega il professor Mirko Tavosanis, direttore di Icon -. E cercheremo di portare un contributo di idee gli Stati generali della lingua italiana nel mondo, lanciati dal ministero degli Affari esteri e in calendario in ottobre a Firenze». L’inizio è incoraggiante. Il rating è stato realizzando confrontando più fonti (quasi tutte universitarie) dei paesi stranieri e nella giornata di studio saranno presentati cifre e curiosità. Il professor Tavosanis: «Il successo dell’italiano?Anche il cibo ha fatto da traino, magari solo per saper leggere le ricette» Il motivo del successo dell’italiano?

«Credo la popolarità e la diffusione della nostra lingua, maggiore a volte degli idiomi di importanti potenze economiche, sia dovuto a più fattori – spiega Tavosanis -. Il primo è certamente la cultura italiana. Non solo Dante, però, anche i gli scrittori contemporanei. Piacciono in ugual modo narrativa, poetica, saggistica. Poi influisce molto la musicalità del parlare italiano e ovviamente la lirica nella quale trionfa. Anche il cibo, soprattutto negli ultimi anni, ha spinto tanti stranieri a studiare i nostri vocaboli, magari solo per leggere divine ricette».

Rinnovamento culturale

Secondo Tavosanis, l’amore per l’italiano deve essere una spinta per un notevole rinnovamento culturale. «Tutti i soggetti che operano per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero – spiega il professore – sentono l’esigenza di un profondo rinnovamento dell’intero sistema. Dobbiamo individuare le idee per una politica che tenga conto delle nuove condizioni del mercato delle lingue e della competizione.

Avere studenti stranieri che studiano in Italia usando l’italiano è una garanzia di futuri rapporti con le classi dirigenti di molti paesi in rapido sviluppo economico e culturale nel mondo globalizzato. Questa politica permetterà di valorizzare le potenzialità del patrimonio italiano e attivare connessioni fra promozione della lingua e cultura e promozione dell’economia. Per esempio, avere studenti stranieri che studiano in Italia usando l’italiano è una garanzia di futuri rapporti con le classi dirigenti di molti paesi in rapido sviluppo economico». Il Consorzio Icon (Italian Culture on the Net) associa 19 atenei italiani per promuovere e diffondere, per via telematica, la lingua, la cultura e l’immagine dell’Italia nel mondo. Attraverso il sito www.italicon.it studenti stranieri e italiani residenti all’estero possono scegliere all’interno di un’offerta didattica che comprende un corso di laurea triennale in Lingua e cultura italiana, quattro Master e un’ampia serie di corsi di lingua italiana.

INTERVISTA A LUCA SERIANNI:

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/mondo/serianni.html

FONTE:

http://italiavoltapagina.corriere.it/14_giugno_17/italiano-sorpresa-quarta-lingua-piu-studiata-mondo-e84e0460-f601-11e3-9bf3-84ef22f2d84d.shtml

Parlare Senza Dire: il Grammelot

Il grammelot è un espediente espressivo dell’attore di teatro che consiste nel pronunciare un discorso in una lingua inventata, le cui parole non significano niente ma imitano nel suono e nella cadenza una certa lingua o un certo dialetto. Il grammelot è un parlare turbinante, e il significato che trasmette – ciò che racconta – è tutto rimesso all’espressività della mimica dell’attore.

Il termine è di etimologia incerta. Generalmente è considerato un prestito dal francese o uno pseudofrancesismo: secondo Sabatini e Coletti, è parola composta da gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo»; più probabilmente deriva dal verbo grommeler, nell’accezione di «prononcer quelque chose à voix basse, de manière indistincte, généralement sur un ton bougon ou plaintif», insomma «bofonchiare, borbottare».

Il vocabolo è comunque presente nei principali dizionari dell’italiano contemporaneo anche se le sue prime attestazioni sono recenti e si collocano nella seconda metà del Novecento; probabilmente è stato proprio grazie a Fo che questa parola è entrata e si è diffusa nell’italiano:

«Grammelot» significa […] gioco onomatopeico di un discorso, articolato arbitrariamente, ma che è in grado di trasmettere, con l’apporto di gesti, ritmi e sonorità particolari, un intero discorso compiuto. In questa chiave è possibile improvvisare – meglio, articolare – grammelot di tutti i tipi riferiti a strutture lessicali le più diverse. La prima forma di grammelot la eseguono senz’altro i bambini con la loro incredibile fantasia quando fingono di fare discorsi chiarissimi con farfugliamenti straordinari (che fra di loro intendono perfettamente) (Fo 1997: 81).

Anche in passato sono esistiti casi di invenzioni verbali destinate alle rappresentazioni teatrali. Agli inizi del Settecento, il processo di normalizzazione anche linguistica imposto dalla Comédie Française costrinse i forains, gli attori di strada che si esibivano a Parigi durante le principali fiere, a censurare la lingua delle loro rappresentazioni e a sostituirla con i gesti, la musica e il jargon («gergo»), sorta di linguaggio inarticolato che alludeva alla recitazione canonica degli attori veri e propri. Sebbene il grammelot abbia in Italia antecedenti illustri nel pluridialettalismo della commedia rinascimentale e in quello della Commedia dell’Arte, la sua creazione è opera di Dario Fo.

È del 1969 Mistero buffo, uno spettacolo recitato in una lingua mescidata che contamina e fonde diversi dialetti lombardo-veneto-friulani con la memoria della lingua dei giullari medievali, e che evoca le narrazioni dei fabulatori contadini udite dall’autore nell’infanzia; si tratta di una scelta linguistica nettamente orientata in senso ideologico, per il recupero di una cultura popolare in via di estinzione. Ma è nella parte intitolata La fame dello Zanni che Fo oltrepassa la mescidanza dialettale per raccontare in una lingua inventata, e soltanto risonante delle cadenze dialettali, la fame onnivora di un contadino inurbato nella Venezia del Cinquecento. Successivamente, Fo ha applicato la tecnica inventiva del grammelot ad alcune lingue straniere, come all’inglese nel Grammelot dell’avvocato inglese o al francese nel Grammelot detto ‘di Scapino’, ma anche a varietà linguistiche specifiche.

Dunque, il grammelot si configura come un discorso completamente agrammaticale e asemantico; eppure, risulta fortemente comunicativo nella sua realizzazione scenica grazie alle doti mimiche e vocali dell’attore.

 

FONTI
http://unaparolaalgiorno.it/significato/G/grammelot

http://www.treccani.it/enciclopedia/grammelot_(Enciclopedia-dell'Italiano)/

Lingue Artificiali: Esperanto & Co.

Nel 2007, il Corriere della Sera parlava di circa 1900 lingue nate sul web. Se è vero che da anni assistiamo ad un fenomeno accelerato di estinzione di massa delle lingue su scala mondiale, è altrettanto vero che, contemporaneamente, sono nate e si sono evolute altre lingue, cosiddette artificiali, create dall’uomo ad hoc.

“Ale li pona”. Ovvero: tutto ok. Così si dice in Toki Pona, la lingua creata dal nulla dalla studentessa canadese Sonja Elen Kisa nel 2001 e diventata improvvisamente moda in Rete. Una lingua molto semplice, composta solo da 14 fonemi e da 118 parole che vuole però avere un carattere universale. Sarà forse per tali caratteristiche che questa lingua artificiale ha cominciato a diffondersi e, oggi, sono un discreto numero le persone che parlano, cantano canzoni, scrivono poesie ma, soprattutto, chattano in Toki Pona. La creazione di nuovi linguaggi, in realtà, non è un fenomeno del tutto nuovo. Basti pensare a Tolkien, autore del “Signore degli Anelli“, che amava inventare parole e passò ore e ore della sua vita a modificare parole dal latino, dal tedesco, dal finlandese e dal gallese.

 

ORIGINI

Originariamente, l’idea di una lingua costruita fu collegata soprattutto alla conoscenza filosofica, o addirittura religiosa e mistica. I metodi obiettivi di analisi della linguistica moderna si sono sviluppati solo in tempi molto recenti, e nei secoli passati le lingue erano considerate in modo “ingenuo” come riflessi della verità. Una lingua speciale, creata e studiata in contesti insoliti, era quindi automaticamente vista come qualcosa di magico e di straordinario, che doveva riflettere qualcosa di altrettanto straordinario, qualche verità superiore.

A partire dal XVI secolo si cominciò a pensare seriamente alla possibilità di inventare un’unica lingua artificiale per tutti gli uomini, in modo da eliminare almeno uno dei motivi di incomprensione tra le nazioni. Diverse tradizioni religiose, come ad esempio la cabala ebraica, fin da tempi antichi attribuivano valori profondi alle parole o alle singole lettere, elaborando complesse “grammatiche” di significati a partire dalle parole delle lingue naturali. Secondo BAUSANI (1970 [1974]), la prima lingua artificiale vera e propria potrebbe essere considerata il balaibalan, un idioma sacro sviluppato nell’ambito della setta hurufi attorno al XVI secolo: se ne sa molto poco, ma è stato tramandato un testo religioso in balaibalan dal quale emerge un vocabolario originale, innestato su una sintassi analoga all’arabo (DE SACY, 1813).

Anche diversi filosofi europei pensarono a delle lingue artificiali. Thomas Moore (Tommaso Moro) riporta nella sua Utopia del 1516 qualche frase in una “lingua utopica“, probabilmente opera di P. Gilles.
Un vero pioniere dell’idea moderna di lingua artificiale, anche se solo sul piano teorico, è il grande filosofo francese René Descartes (Cartesio). Egli, in una lettera indirizzata al padre Mersenne del 1629, ipotizza una lingua universale fondata su principi di semplicità, con coniugazioni e declinazioni regolari e priva di eccezioni.

Un altro teorizzatore di una lingua artificiale fu il ceco Jan Amos Komenský (Comenio), morto nel 1670. I suoi scopi erano diversi da quelli di Cartesio: per Comenio l’apprendimento di una lingua artificiale, che unificasse e perfezionasse le caratteristiche delle molte lingue naturali, rappresentava un’elevazione dello spirito umano, che l’avrebbe salvato in tempo dal caos del mondo contemporaneo, in vista dell’avvicinarsi della fine del mondo.

Il concetto di lingua filosofica venne poi realizzato in modo compiuto da diversi autori nel corso del Seicento. Il primo di loro fu lo scozzese George Dalgarno, che nella Ars signorum pubblicata nel 1661 espose un sistema “logico” per la formazione delle parole a partire dai significati primitivi che le costituiscono.
Ogni lettera, nella lingua filosofica di Dalgarno, corrisponde ad una classe di concetti: al livello più alto, A indica gli esseri, H (eta) le sostanze, E gli accidenti, I gli esseri concreti, O i corpi, K gli accidenti politici eccetera; ciascuna classe si divide poi in sottoclassi indicate da una seconda lettera, queste a loro volta in sottoclassi indicate da una terza lettera, e così via, procedendo con sempre maggiori specificazioni.

Simile a quella di Dalgarno, ma maggiormente perfezionata, è la lingua filosofica di John Wilkins, uno dei fondatori della Royal Society, vescovo di Chester e autore anche di un trattato di crittografia.

Nella lingua di Wilkins, i concetti del vocabolario sono classificati in 40 generi, indicati dalle prime due lettere di ogni parola; questi si dividono in differenze, indicate da una consonante in terza posizione, e le differenze si dividono a loro volta in specie, indicate da una vocale in quarta posizione.

La lingua di Wilkins, così come le osservazioni di Descartes, furono considerate con grande interesse dal filosofo Gottfried Wilhelm Leibniz. Partendo dal sistema di Wilkins, Leibniz immaginò una “lingua adamica” nella quale ogni parola fosse definita dai concetti semplici che la costituiscono. Ogni concetto semplice sarebbe stato indicato da un numero, e i concetti complessi si sarebbero potuti formare combinando quelli semplici attraverso un vero e proprio calcolo matematico; i numeri così ottenuti si sarebbero poi potuti tradurre in sillabe pronunciabili. Questo progetto è accennato da Leibniz nel De arte combinatoria del 1666, e trattato anche in alcuni frammenti inediti.

Il fascino filosofico esercitato dalle lingue di Dalgarno, Wilkins, Leibniz e da altri progetti simili, con la loro promessa di favorire la conoscenza attraverso la corretta combinazione delle idee, si accompagna in realtà a dei limiti intrinseci. È evidente infatti che le “classificazioni delle idee” elaborate da Dalgarno e da Wilkins riflettono le conoscenze e le concezioni del mondo caratteristiche della loro epoca: in questo senso la loro “logica” non è così assoluta ed universale, poiché se fosse stato elaborato in un contesto culturale differente il sistema avrebbe potuto risultare diverso.

 

UN TENTATIVO FAMOSO E VITALE: L’ESPERANTO

A inventare l’esperanto fu un ragazzo polacco di quindici anni, Ludwig Lazarus Zamenhof. L’idea di una lingua artificiale parlata da tutti venne a Ludwig perché l’ambiente in cui viveva era molto ricco linguisticamente. In casa parlava il russo, fuori casa incontrava l’yiddish (la lingua parlata dagli ebrei dell’Europa centrale e orientale), il polacco e l’ebraico. A scuola studiava il francese e il tedesco come lingue moderne, il greco e il latino come lingue antiche. Coltivando con costanza la sua passione, Zamenhof arrivò a pubblicare la prima grammatica della sua lingua nel 1887. Firmò col nome Doktoro Esperanto («Dottore speranzoso») e da allora la sua invenzione circolò col nome di esperanto.

L’esperanto di Zamenhof ha una pronuncia molto semplice, una grammatica snella e chiara e un vocabolario limitato a circa 8.000 parole che si possono combinare tra loro. Per esempio: l’articolo è uno solo, la, e vale per tutti i generi e numeri. Tutti i sostantivi escono in o, tutti i femminili si formano col suffisso in, tutti i plurali si formano aggiungendo j. Succede così, per esempio, che per dire «il fratello» si dica la frato. Per dire «i fratelli» si dica la fratoj. E lo stesso vale per «le sorelle»: «la sorella» si dice la fratino, «le sorelle» si dice la fratinoj. Insomma, un gioco linguistico ricco di mille sorprese.

La sua iniziativa ebbe subito un certo successo e oggi è l’unica proposta di lingua artificiale sopravvissuta. È infatti tuttora coltivata in varie nazioni, conta molti appassionati e praticanti in grado di scrivere in esperanto anche opere letterarie ed è stata addirittura promossa come materia di studio universitario.

 

IL CINEMA DELLE LINGUE FANTASTICHE

In tempi più recenti, gli idiomi inventati si sono moltiplicati su Internet e hanno iniziato a diventare di pubblico dominio. Il sito Langmaker.com lista oltre 1000 inventori di lingue e 1902 nuovi linguaggi, dall’Ayvarith (un mix di araboerbaicoaramaico) allo Zyem (un linguaggio di pura fantasia).  Ovviamente non poteva mancare una parola che descrivesse questa nuova attività creativa. La pratica si chiama dunque “conlang”, che è l’abbreviazione di “constructed languages“, ovvero, linguaggi costruiti. Tra i “conlangers” c’è anche un italiano, Carmelo Cutuli che, nel lontano 1999, creò il “Diziobolo”, un vocabolario nato per rivoluzionare il linguaggio del Web.
La notorietà delle lingue inventate è anche parzialmente legata alla cinematografia. Si pensi, ad esempio, al Klingon, la lingua di Star Trek (Klingon Language Institute ), o al Ku, la lingua africana artificiale parlata da Nicole Kidman nel film “The Interpeter”.

 

LINGUA E CULTURA

Certo, una lingua non può esistere senza riferimenti culturali. La semplice creazione della parola “libro” non è cosa tanto difficile, piuttosto lo è immaginare che vi siano le basi, per quella determinata comunità, per possedere il concetto di libro, e quindi di scrittura, lettura e trasmissione delle informazioni. Nulla di scontato, quindi, quando una “semplice” parola inventata trascina con sé aspetti reconditi della cultura del suo creatore. (*)

 

VEDI ANCHE:

http://www.ling.ohio-state.edu/~plummer/repo/elliott-newton-language.pdf

Giacomo Francesco Sertoriol, Il problema della lingua universale. Porto Maurizio, Berio, 1888.

Alessandro BausaniLe lingue inventate. Roma, Ubaldini, 1974.

Umberto EcoLa ricerca della lingua perfetta nella cultura europea. Bari, Laterza, 1993.

Paolo Albani e Berlinghiero BuonarrotiAga Magéra Difúra – Dizionario delle Lingue immaginarie. Bologna, Zanichelli, 1994.

Caterina Marrone, Le lingue utopiche. Viterbo, Nuovi Equilibri, 2004 [1995].

(EN) Alan Libert, A priori artificial languages. Munich, Lincom Europa, 2000.

Paolo ValoreMateriali per lo studio dei linguaggi artificiali nel Novecento, Milano, Cuem 2006.

Federico Gobbo, Fondamenti di Interlinguistica ed Esperantologia, Milano, Libreria Cortina Milano 2009.

UN ELENCO DELLE LINGUE ARTIFICIALI:

http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_lingue_artificiali

FONTI:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/08_Agosto/24/lingue_cyberspazio.shtml

http://www.oocities.org/gataspus/ling-art.htm

(*) http://torredibabel.com/2014/04/07/alla-scoperta-del-dorthraki-e-delle-lingue-artificiali/

http://www.treccani.it/enciclopedia/lingue-artificiali_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

file:///C:/Users/user/Downloads/Lingue%20artificiali%20ultima%20moda%20di%20Internet.pdf