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Euro-English

L’inglese è ovunque. Una lingua diventa globale grazie al potere delle persone che la parlano. Non ha niente a che vedere con la struttura, con la grammatica o con la pronuncia, è tutto dettato dal potere. Ma il potere, nel tempo, assume diversi significati: l’inglese inizialmente è diventato internazionale per il potere politico, il potere militare, il potere dell’impero britannico. Ma non è solo la politica che guida una lingua nel mondo. Un centinaio di anni più tardi, c’è stato il potere della scienza e della tecnologia, la rivoluzione industriale.

L’inglese è la lingua della scienza: 2/3 delle persone che hanno inventato tutte le cose che rendono la nostra società moderna quella che è, lo hanno fatto attraverso il mezzo della lingua inglese. E poi, nel XIX secolo, il potere economico: anche allora la lingua parlata era l’inglese, dato che l’America e la Gran Bretagna gestivano il grosso dei mercati mondiali. Poi, nel XX secolo: il potere culturale.

Si potrebbe dire che, gli ultimi 400 anni, l’inglese si sia trovato al posto giusto nel momento giusto.

L’inglese però non è una singola varietà. Si tratta, infatti, di un conglomerato di diverse varietà: c’è l’inglese britannico, l’inglese americano, l’inglese australiano, e via dicendo. Queste varietà di inglese sono diverse nel senso che si riscontra un vocabolario diverso, una grammatica diversa, una pronuncia diversa. Per questo, negli ultimi anni, si è iniziato a parlare più correttamente di inglesi, piuttosto che di inglese.

Sono questi i concetti alla base della ricerca sul cosiddetto Euro-English, una nuova (possibile) varietà di inglese che si sta attualmente sviluppando in ambito squisitamente europeo.

Una volta era tutto Mitico, oggi è Geniale

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di Luca Bottura

«I complimenti costano poco e certe volte non valgono di più».
In quella verità da canzonetta del giovane Jovanotti si annidavano i batteri di una pandemia che avrebbe devastato e inaridito il lessico negli anni a venire, per colpa quasi esclusiva del combinato disposto tra l’italica pigrizia e l’effetto rullo compressore prima della tv e poi dei social network. Ma se ai tempi dell’omonimo brano di De Gregori (2001), l’aggettivo mitico era appannaggio della brutta tv, del cattivo giornalismo, delle pessime recensioni; l’era di Twitter e di Facebook l’ha dapprima elevato al ruolo di a.e.u. (attributo entusiastico unico), e poi, più recentemente, a quello di q.a.e. (qualità abborracciata equivalente). Perché già s’avanza il «mitico 2.0», e quel che era mitico sempre più spesso in rete diventa «geniale». E chi l’ha scritto un genio. E a volte addirittura un gegno .
A una prima analisi le due carezze verbali parrebbero equipollenti, ma le differenze sono profonde. «Mitico» eterna. Ha una pretesa di immortalità spicciola. Si applica alla storia e alla storiella: per contrappasso, Jovanotti, o De Gregori, sono essi stessi miti(ci), lo sono le loro citazioni, come quelle di Ennio Flaiano, di Oscar Wilde, di Madre Teresa di Calcutta e di Bukowski, di Martin Luther King e Mario Borghezio, di Panariello, Fiorello, Martufello, Quagliariello.

La genialità invece fa rima con contemporaneità: è geniale la battuta buona, e anche quella scarsa, ma scritta da un amico, o da una fanciulla con cui desideri giacere. Geniale è il fotomontaggio comico rubato chissà dove. Geniali sono le boutade di Roberta a «Radio Maria» e quelle di Sgarbi a Radio Belva . Geniale è il tizio che riprende una tabella prelevata da un sito che l’aveva composta fotocopiando il motto di spirito di un deputato grillino che l’aveva letto su Spinoza.it che al mercato mio padre comprò. Fate girare.
Geniale, in assoluto, è lo spirito non richiesto che inonda le bacheche e ci spinge a complimentarci con gli umori altrui, nella speranza che qualcuno prima o poi si complimenti con noi. Un fiume di consenso senza valore che conferma l’incapacità tutta tricolore di scindere contenitore e contenuto: siamo, noi, il popolo che confonde il demenziale con la demenza e la satira coi satireggiati. Quando Matt Groening  dotò Homer Simpson di un unico aggettivo — «Mitico!» — valido per le Duff ghiacciate, i quadri di Kandinskij, l’incontro con Cristiano Ronaldo stava sfottendo, tra gli altri, il linguaggio della middle class americana. Ci è piaciuto. L’abbiamo adottato. Abbiamo unito mezzo e messaggio, come tanti McLuhan postmoderni mandati a sbattere contro McDonald’s. Ma non ci bastava ancora: l’abbiamo reso geniale.
So bene che il problema dell’appiattimento linguistico non rientra tra le prime cinquecentomila emergenze italiane e si colloca qualche posizione dopo, diciamo tra il battesimo del figlio di Carmen Russo e la rubrica di Carlo Rossella sul «Foglio» , però è pure vero, anche senza ricorrere al Moretti di Palombella rossa (mitico), che chi parla male pensa male. Clicca male. Condivide male, all’impronta, senza leggere, senza sapere. Forma, sui social, una specie di coscienza collettiva carlona che mira a rafforzare i propri pregiudizi attraverso un plebiscito incidentale e virtuale.
Così «geniale» è oggi una sorta di «carino» anabolizzato. Si porta con tutto, e con niente. È la banalità del bene, anzi del benino, come «mitico» era la banalità del benone. In un solo giorno di tweet, quello in cui queste righe sono state compitate, la mitica Barbara D’Urso si vantava di ospitare il mitico Bobby Solo, decine di mitici appassionati festeggiavano il mitico sequel di Scemo e più scemo, le mitiche fan di Nek ne rilevavano il mito per aver citato un mitico proverbio cinese («Se cadi sette volte, rialzati otto»), il mitico doppiatore Luca Ward pronunciava la frase «Se abbaia è radio Canaja», il mitico Pupo, di passaggio a Erevan, si complimentava col mitico monte Ererat (scritto proprio così), e risultavano altresì mitici Bruno Barbieri di MasterChef, la Polaroid SX70, Mara Maionchi, Rossella Brescia, Red Ronnie, la caponata, Frank Poncherello dei Chips, Massimo Boldi, Rudy Zerbi, la Bauhaus, Tabacci, il Legnano calcio, Giampiero Galeazzi, il taccuino di Pippo Civati, i Loacker (segue).
Contemporaneamente, Nicola Zingaretti della Provincia di Roma ci teneva a definire geniale il nuovo singolo di Vasco, Giuseppe Cruciani sosteneva per interposto tweet la genialità del «Fatto Quotidiano», Caterina Balivo riscontrava il genio in una ricetta di patate dolci e paprika, e geniali risultavano pure Peppa Pig, Massimo Boldi secondo estratto, le cotolette vegan, la battuta di Andrea Agnelli sullo scudetto di Jakartone, Cronosisma di Vonnegut e una lista sterminata di amichetti nostri. Specie su Facebook, laddove, però, per fortuna, si affaccia anche l’unico antidoto possibile a questo letargo collettivo dello spirito critico: lo spostamento di senso.
È una crepa, l’aggettivo «geniale» utilizzato sarcasticamente, ma si allarga: i geniali titoli della «Domenica Sportiva» su Roma Capoccia, i geniali 14 euro al mese che dovrebbero rivitalizzare l’Italia, la geniale iniziativa di un libro per analfabeti, la geniale Rosy Bindi che assicura impegno per combattere l’antimafia , la geniale professoressa che invece di far lezione sta un’ora al telefono per un’offerta della Tre. Anche se, in questo caso, già scivoliamo nel campo del «grande». Ma questo è un altro aggettivo e quindi è il caso di parlarne magari un’altra volta. Può uscirne un articolo geniale.

FONTE:

http://lucabottura.net/

ASCOLTA LA PUNTATA DE LA LINGUA BATTE IN PODCAST:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-45a7c9b9-fa4b-497d-a174-acb7ce16c6b6.html

Quando l’Inglese Interferisce

di Licia Corbolante*

Il dibattito sulla presenza degli anglicismi in italiano è molto vivace. C’è chi ritiene sia in un corso una progressiva sostituzione di elementi lessicali italiani già in uso con parole inglesi (imposta sui servizi > service tax, giornata elettorale >election day, ecc.) per rendere volutamente più oscura la comunicazione, ma in realtà si tratta di «una presenza obiettiva contenuta in percentuali fisiologiche [che] viene avvertita come preoccupante invasione perché amplificata dai mezzi di comunicazione di massa» (Antonelli). Gli anglicismi si fanno notare perché entrano in italiano come prestiti integrali (non adattati) e sono immediatamente riconoscibili come tali dal parlante comune, caratteristica che li rende particolarmente adatti a identificare senza ambiguità concetti specifici nei linguaggi tecnico-scientifici e settoriali, in molti casi facilitando la comunicazione.
Interferenza
I prestiti integrali sono sicuramente il più noto tra gli aspetti dell’interferenza, che si riferisce all’azione di un sistema linguistico su un altro e agli effetti provocati dal contatto tra lingue, e che a livello lessicale e semantico si manifesta con il passaggio di parole da una lingua all’altra (Palermo). Altre caratteristiche dell’interferenza meriterebbero altrettanta attenzione perché possono influenzare la comunicazione in maniera meno esplicita.
Calchi
calchi sono particolari tipi di prestiti che fanno uso di elementi lessicali già esistenti nella lingua, quindi sono potenzialmente più ambigui. Solitamente si distingue tra calchi strutturali, che riproducono struttura e significato dell’altra lingua, ad esempio grattacielo da skyscraper, e calchi semantici, che sulla base di tratti semantici in comune conferiscono nuove accezioni, usi metaforici o particolari specializzazioni a parole esistenti, ad esempio finestra e icona da window e icon (Bombi).
Falsi amici
Un fenomeno di interferenza ancora più sfuggente e distorsivo è quello dei falsi amici, le coppie di parole di due lingue diverse che sono uguali o molto simili nella forma ma che non hanno lo stesso significato, come ingenuity  (‘ingegnosità’) e ingenuità. Nei media si riscontrano spesso in articoli tradotti frettolosamente per un consumo immediato online e a volte anche in corrispondenze dall’estero di un certo rilievo e in testi redatti in contesti interamente italiani. Spesso si tratta di errori grossolani, evitabili consultando qualsiasi dizionario bilingue, in altri casi invece non vengono colte differenze più sfumate, non solo di significato ma anche pragmatiche o connotate culturalmente. Si notano infine esempi di nuovi concetti per i quali non esiste ancora un termine italiano corrispondente e che probabilmente vengono proposti “ad orecchio” usando la parola italiana più simile, ma senza segnalare che si tratta di una nuova accezione. L’evoluzione dei falsi amici è spesso imprevedibile, influenzata dai mezzi e dai modi di diffusione, da contaminazioni tra media, da avvenimenti specifici e da altri fattori extralinguistici: alcuni rimangono errori occasionali mentre altri si trasformano in prestiti, non sempre registrati nei dizionari. In tutti i casi ne risulta una comunicazione distorta o perlomeno con forti ambiguità, difficili da risolvere se non si è in grado di ipotizzare il contenuto del testo originale. Alcuni esempi dai media italiani:
Errori di traduzione – Sono interferenze sporadiche ma non abbastanza frequenti da segnalare una possibile nuova accezione, e risultano così particolarmente insidiosi perché trasmettono informazioni inesatte o un’immagine alterata di una notizia o di una persona. Descrivere un presidente americano come populista, ad esempio,non è molto lusinghiero se l’aggettivo inglese è populist, ossia ‘non elitario’, ‘che fa gli interessi della gente’. Conidiosyncrasies si intendono le peculiarità o i comportamenti insoliti o inaspettati di un individuo, che nulla hanno a che vedere con avversioni e ripugnanze (idiosincrasie). Un’azione definita impressionante non è motivo di particolare vanto: in inglese impressive non segnala ammirato stupore ma un semplice apprezzamento, e se si legge che qualcuno ha celebrato una notizia non si deve pensare a solenni cerimonie ma a una conferma di gradimento fatta in pubblico. Curioso anche l’esempio di una frase attribuita a Steve Jobs, Stay hungry. Stay foolish. che è entrata ormai nell’immaginario collettivo in una traduzione errata, “Siate affamati, siate folli”, anche se non si trattava di un’esortazione alla pazzia ma di un invito a mantenersi sognatori e non condizionati.
Potenziali prestiti  –Esistono falsi amici più diffusi, frequenti in occasione di particolari avvenimenti, che coesistono con soluzioni lessicali alternative, quindi è difficile prevedere se potranno effettivamente affermarsi e sostituirle. Un aggettivo che si ritrova spesso nelle notizie governative dagli Stati Uniti è fiscal con il significato di ‘finanziario’ o ‘economico’, tradotto letteralmente con fiscalefiscal cuts però non sono riduzioni fiscali ma tagli alla spesa. Da qualche anno in inglese in ambito giornalistico è molto usata anche la parola narrative per descrivere una forma di comunicazione con un’esposizione argomentata che riflette al meglio la propria visione, i propri valori e i propri obiettivi. È un nuovo concetto adottato in italiano con il neologismo semantico narrazione, ignorato però da parecchi media che invece ricorrono al falso amico narrativa, suggerendo così insolite produzioni letterarie come la narrativa elettorale di Obama o la narrativa apocalittica di Ahmadinejad. Arriva dall’inglese anche la parola focus, una persona o situazione a cui si presta particolare attenzione (equivale a ‘punto focale’), già presente in italiano nella forma latina come termine medico, ‘focolaio di infezione’, e per questo ancora fonte di parecchie perplessità nei lettori italiani. Influenzato probabilmente dal doppiaggio è l’uso di chimica [tra due persone], mentre in italiano il concetto inglese di chemistry è reso da ‘alchimia’, ‘affinità’ o anche ‘feeling’.
Prestiti camuffati – Il termine prestito camuffato (Bombi) viene usato per descrivere i falsi amici accolti definitivamente nel lessico, un fenomeno di interferenza dove l’unico rapporto tra il materiale lessicale delle due lingue è di tipo formale, ossia un’integrazione “ad orecchio” senza una comune base semantica. Esempi tipici sono il termine informatico libreria che in inglese è una metafora di “biblioteca” (library) e non di negozio o di scaffale per i libri, amministrazione per il governo statunitense (administration) e paradiso fiscale, dovuto alla confusione tra(tax) haven, ‘porto sicuro, rifugio’, e heaven, ‘paradiso’. Tra i prestiti camuffati più recenti si può includere visionario, ‘che ha le idee chiare sul futuro’ o ‘che è originale o creativo’, un’accezione entrata definitivamente in italiano con la scomparsa di Steve Jobs, a cui l’aggettivo è stato associato ormai centinaia di migliaia di volte; difficile prevedere se renderà obsoleta l’accezione ‘che ha una comprensione distorta della realtà’ o se coesisterà creando forse un esempio di enantiosemia e scontate ambiguità. Anche liriche per ‘testo di una canzone’ si è ormai trasformato in un prestito camuffato.
Interferenze sui prestiti – Un esempio particolare di interferenza è rappresentato dall’anglicismo che viene usato con un’accezione tipica dell’inglese ma mai recepita in italiano (raramente i prestiti trasferiscono tutti i significati della lingua originale); bungalow, ad esempio, in inglese è una casa a un piano, anche di parecchie stanze, con eventuale piano mansardato, ma il lettore italiano che legga di una persona che ha passato la vita in un bungalow immaginerà una vita disagiata in uno spazio angusto, sicuramente priva di qualsiasi prodotto sexy, che in inglese è qualcosa di attraente o ambito ma non implica alcuna connotazione sensuale o conturbante come invece sexy in italiano.
L’interferenza dell’inglese ha quindi molte sfaccettature, non tutte visibili, che se non sono riconosciute possono rendere poco chiara la comunicazione o far trarre conclusioni errate da un testo. Paradossalmente, la comunicazione potrebbe risultare meno distorta in presenza di anglicismi non noti perché sono comunque subito riconosciuti e sono più facilmente verificabili.
*Licia Corbolante è una terminologa che opera in ambiti informatici e tecnici, occupandosi in particolare di formazione e comunicazione interculturale. Ha studiato traduzione alla SSLMIT di Trieste e linguistica applicata, marketing e linguistica computazionale a Salford (GB) e Dublino. Scrive regolarmente sul blog Terminologia etc.con annotazioni su lingua, terminologia e traduzione.
FONTE:

Parlare Senza Dire: il Grammelot

Il grammelot è un espediente espressivo dell’attore di teatro che consiste nel pronunciare un discorso in una lingua inventata, le cui parole non significano niente ma imitano nel suono e nella cadenza una certa lingua o un certo dialetto. Il grammelot è un parlare turbinante, e il significato che trasmette – ciò che racconta – è tutto rimesso all’espressività della mimica dell’attore.

Il termine è di etimologia incerta. Generalmente è considerato un prestito dal francese o uno pseudofrancesismo: secondo Sabatini e Coletti, è parola composta da gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo»; più probabilmente deriva dal verbo grommeler, nell’accezione di «prononcer quelque chose à voix basse, de manière indistincte, généralement sur un ton bougon ou plaintif», insomma «bofonchiare, borbottare».

Il vocabolo è comunque presente nei principali dizionari dell’italiano contemporaneo anche se le sue prime attestazioni sono recenti e si collocano nella seconda metà del Novecento; probabilmente è stato proprio grazie a Fo che questa parola è entrata e si è diffusa nell’italiano:

«Grammelot» significa […] gioco onomatopeico di un discorso, articolato arbitrariamente, ma che è in grado di trasmettere, con l’apporto di gesti, ritmi e sonorità particolari, un intero discorso compiuto. In questa chiave è possibile improvvisare – meglio, articolare – grammelot di tutti i tipi riferiti a strutture lessicali le più diverse. La prima forma di grammelot la eseguono senz’altro i bambini con la loro incredibile fantasia quando fingono di fare discorsi chiarissimi con farfugliamenti straordinari (che fra di loro intendono perfettamente) (Fo 1997: 81).

Anche in passato sono esistiti casi di invenzioni verbali destinate alle rappresentazioni teatrali. Agli inizi del Settecento, il processo di normalizzazione anche linguistica imposto dalla Comédie Française costrinse i forains, gli attori di strada che si esibivano a Parigi durante le principali fiere, a censurare la lingua delle loro rappresentazioni e a sostituirla con i gesti, la musica e il jargon («gergo»), sorta di linguaggio inarticolato che alludeva alla recitazione canonica degli attori veri e propri. Sebbene il grammelot abbia in Italia antecedenti illustri nel pluridialettalismo della commedia rinascimentale e in quello della Commedia dell’Arte, la sua creazione è opera di Dario Fo.

È del 1969 Mistero buffo, uno spettacolo recitato in una lingua mescidata che contamina e fonde diversi dialetti lombardo-veneto-friulani con la memoria della lingua dei giullari medievali, e che evoca le narrazioni dei fabulatori contadini udite dall’autore nell’infanzia; si tratta di una scelta linguistica nettamente orientata in senso ideologico, per il recupero di una cultura popolare in via di estinzione. Ma è nella parte intitolata La fame dello Zanni che Fo oltrepassa la mescidanza dialettale per raccontare in una lingua inventata, e soltanto risonante delle cadenze dialettali, la fame onnivora di un contadino inurbato nella Venezia del Cinquecento. Successivamente, Fo ha applicato la tecnica inventiva del grammelot ad alcune lingue straniere, come all’inglese nel Grammelot dell’avvocato inglese o al francese nel Grammelot detto ‘di Scapino’, ma anche a varietà linguistiche specifiche.

Dunque, il grammelot si configura come un discorso completamente agrammaticale e asemantico; eppure, risulta fortemente comunicativo nella sua realizzazione scenica grazie alle doti mimiche e vocali dell’attore.

 

FONTI
http://unaparolaalgiorno.it/significato/G/grammelot

http://www.treccani.it/enciclopedia/grammelot_(Enciclopedia-dell'Italiano)/

Collezionare Parole Orrende

Quasi nessuna parola è orrenda di per sé, lo diventa quando se ne fa un uso eccessivo.” Come con il rumore della goccia che batte contro il lavello, non proviamo fastidio se lo sentiamo una volta sola, è piuttosto la ripetizione che lo rende insopportabile. “Non ce ne accorgiamo, ma ciascuno di noi, spesso inconsapevolmente, cade nella trappola delle parole orrende”.Vincenzo Ostuni, editor di professione, è ormai per tutti il ‘collezionista di parole orrende’, una missione-gioco che ha coinvolto amici su Facebook e Twitter. Attraverso l’hastag  #paroleorrende, Ostuni ha fin qui raccolto oltre 1500 casi.

“Tutto è nato casualmente una sera chiacchierando con due amiche a cena. La prima ‘parola orrenda’ è stata insalatona, in giro per l’Italia c’è un’inflazione di insalatone”. Ed è proprio l’aspetto inflazionistico una caratteristica dominante delle ‘parole orrende’. L’ambito gastronomico ne è pieno:  apericenainsalatonaassagginicaffettinodu’ spaghi, per citarne alcune.

 

  • PAROLE ORRENDE DI DERIVAZIONE MANAGERIALE 

“Di moda soprattutto nei primi anni del 2000, il linguaggio manageriale miete ancora numerosi proseliti” spiega Ostuni. “Qualche esempio: attenzionare, briffare. ‘Ti devo briffare, ne vedrai di ogni!‘, diceva la Minetti nel corso delle intercettazioni sul caso Ruby.

  • PAROLE ORRENDAMENTE BURLONE

“A volte il desiderio è apparire simpaticamente goffi e brillanti coniando nuovi termini come ad esempio denghiù che sostituisce l’inglese thank you, oppure anche no il cui utilizzo si deve a Walter Veltroni e alla riproposizione satirica di Corrado Guzzanti.

  • PAROLE “VORREI, MA NON POSSO”

“Ci sono poi espressioni che fanno radical chic come ‘peraltro‘ o ‘quant’altro‘ piazzate ovunque e utilizzate in maniera eccessiva in mezzo alla frase o come chiusura. Questi vocaboli, che sembrerebbero ricercati, non lo sono affatto perché ormai li usano tutti. Diventano, quindi, espressioni insopportabili”.

  • PAROLE ORRENDAMENTE VUOTE

“Sarà perché sono state svuotate di significato dalla politica, sarà perché sono in sé fumose  -conclude Ostuni – ma, personalmente, trovo orrende espressioni usate in maniera del tutto ideologica, a fini di persuasione, come:  ‘modernizzazione‘, ‘competitività‘, ‘riforme‘;  termini ambigui e vaghi, stendardi per legittimare pratiche e progetti politici tutt’altro che moderni e riformatori”.

Ne vogliamo parlare? Tutta la vita…che te lo dico a fare!

 

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ALTRI TORMENTONI:

DA LEGGERE:

Non se ne può più

Non se ne può più, il libro dei tomentoni, Stefano Batterzaghi.

Dal “cioè” degli anni Settanta all’attimino degli Ottanta sino ai più recenti piuttosto che e quant’altro; dalle frasi che si leggono sulle magliette ai più logori stereotipi della chiacchiera politica, la scienza tormentologica che qui viene evocata, se non fondata, non intende esorcizzare, censurare o addirittura cancellare i tormentoni, ma solo convincerci della necessità di non lasciarci ipnotizzare dalla loro seduzione. Se in passato è stato possibile dire che l’autore di questo libro ama studiare “l’allegria delle parole”, oggi occorre aggiungere che solo una sfumatura separa l’allegria dall’allergia.

 

 

FONTI:

Ministra o Ministro Femmina?

Il ministro, la ministra, o la ministro?

Risponde Giovanni Nencioni:

«La proposta di mantenere il titolo al maschile anche quando la carica sia affidata a una donna continua l’uso antico di usare il genere maschile come comprensivo del femminile quando ci si riferiva a proprietà comuni a tutto il genere umano». Del resto ‘guardia’, ‘sentinella’, ‘guida’ sono stati sempre «riferiti, finora quasi esclusivamente, a nomi propri maschili senza scandalo dei grammatici». «Da respingere con decisione», però, «è l’ircocervo “la ministro” esaltata da alcuni come una ‘combinazione salva tutto’».

La Presidente dell’Accademia della CruscaNicoletta Maraschiotiene a ribadire l’opportunità di usare il genere grammaticale femminile per indicare ruoli istituzionali (la ministra, la presidentel’assessora, la senatrice, la deputata ecc.) e professioni alle quali l’accesso è normale per le donne solo da qualche decennio (chirurga,avvocata o avvocatessaarchitettamagistrata ecc.) così come del resto è avvenuto per mestieri e professioni tradizionali (infermiera, maestra, operaia, attrice ecc.).

La posizione dell’Accademia è documentata da iniziative diverse: il Progetto genere e linguaggio svolto in collaborazione col Comune di Firenze; la Guida agli atti amministrativi, pubblicata dalla Crusca e dall’Istituto di Teoria e Tecnica dell’Informazione Giuridica del Consiglio Nazionale delle Ricerche ITTIG-CNR (http://www.ittig.cnr.it/Ricerca/Testi/GuidaAttiAmministrativi.pdf); il Tema del mese a cura di Cecilia Robustelli, pubblicato nel marzo 2013 sul sito dell’Accademia e varie interviste rilasciate da accademici.

IL DIBATTITO

Bisogna risalire a un momento importante del dibattito sulla cosiddetta “lingua sessuata”, che ha impegnato, specialmente dagli anni Settanta del Novecento in poi, studiosi, intellettuali, soprattutto sotto la spinta delle elaborazioni teoriche delle donne, in particolare di parte femminista. Il momento coincide con la formulazione delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (1987) della studiosa Alma Sabatini. Nel saggio, Sabatini trasformava in suggerimenti linguistici le riflessioni frutto del più ampio studio Il sessismo nella lingua italiana (di cui le Raccomandazioni costituiscono il terzo capitolo), elaborato per la Presidenza del Consiglio dei ministri e per la Commissione per la Parità e le Pari opportunità tra uomo e donna. «Lo scopo di queste raccomandazioni – scriveva la Sabatini – è di suggerire alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, almeno quelle più suscettibili di cambiamento. Il fine minimo che ci si propone è di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile».

Vivo è anche l’interesse di interpreti, traduttori, e di tutti coloro che operano in contesti internazionali (la Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale, www.reterei.eu, ha dedicato la sua X giornata al tema “Politicamente o linguisticamente corretto?”, la Confederazione Svizzera ha pubblicato nel 2012 la Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione), a riprova che lo sforzo di evitare gli usi linguistici sessisti, condiviso da altre lingue europee, è ormai diventato un fattore di mutamento linguistico transnazionale.

 

FONTI:

MAGGIORI INFORMAZIONI:

Mafia, Mafioso…Mafiologo

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Parole del giorno:

  1. Mafiosità s. f. [der. di mafioso]. – L’esser mafioso, cioè affiliato alla mafia; rapporto di omertà esistente fra i mafiosi: spirito di m.; atteggiamento, comportamento mafioso.
  2. Mafiòlogo s. m. (f. –a) [comp. di mafia e –logo] (pl. m. –gi, raro –ghi). – Studioso del fenomeno della mafia, esperto di mafiologia, spec. dal punto di vista sociologico e criminologico.
  3. Mafiologico agg. Che analizza e studia i fenomeni di tipo mafioso. ◆ Sembrerebbe pensata per l’Italia la sentenza che il tribunale amministrativo di Versailles ha emesso lunedì scorso. Sembra la sentenza di un tribunale che ha letto [Leonardo]Sciascia, ma sembra pure una sentenza-satira di tutte le commissioni e le sociologie mafiologiche italiane, di tutte le leggi contro il racket, avanzatissime e specialissime, che il Parlamento italiano fa e disfa, rimedita e blocca senza troppo costrutto. (Francesco Merlo, Corriere della sera, 22 dicembre 1998, p. 1, Prima pagina) • Il linguaggio didascalico [di Leone Zingales, Storia cronologica della mafia, Caltanissetta 2005], semplice ed asciutto consente ai lettori, anche a quelli che soltanto adesso si interessano della problematica «mafiologica», di comprendere compiutamente i temi relativi alle organizzazioni mafiose e alla storia della mafia con riferimenti sporadici anche alle cosche italo-americane. (Sicilia, 29 marzo 2006, p. 23, Spettacoli) • Sappiamo l’avversione del maestro [Andrea] Camilleri per la «letteratura mafiologica» che, seppure trattata con tutte le attenzioni e contromisure del caso, finisce sempre per consentire una certa beatificazione dei Padrini. E, d’altra parte, sembrerebbe dargli ragione il successo mai sopito – presso gli uomini d’onore di diverse generazioni – della storia di don Vito Corleone magistralmente scritta da Mario Puzo. (Francesco La Licata, Stampa, 5 ottobre 2007, p. 33, Società e Cultura). Composto dal s. f. mafia con l’aggiunta del confisso -(o)logico. Già attestato nella Repubblica del 15 gennaio 1988, p. 1, Prima pagina (PinoArlacchi).

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Le parole vengono coniate in base alla realtà. O meglio, vengono coniate per colmare una lacuna verbale relativa alla realtà. A volte capita che queste facciano sorridere, a volte, invece, le parole nuove ricordano con immediata irruenza una dato di fatto spiacevole e tangibile, in questo caso, squisitamente italiano.

Esempi dell’utilizzo del termine possono anche trovarsi su testate giornalistiche ragguardevoli come La Stampa, che riporta:

  • Giovanni Tizian, il Saviano del nord, (…) ha dialogato tra gli altri con Federico Varese, il mafiologo di Oxford collaboratore de La Stampa, anche diversi approfondimenti sul giornalismo dei dati. Ovviamente grande spazio è stato dedicato al web (vedi La Stampa – Giovani e news, il giornalismo riscalda Perugia).

Licenza giornalistica? Non più. Perché si tratta di un neologismo necessario, che era destinato, prima o poi, a rientrare nei nostri vocabolari.

 

FONTI:

http://www.treccani.it/

Dizionario della Lingua Italiana Devoto-Oli (2000-2001)

www.lastampa.it/