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Le Origini di Ciao

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Dal veneto: s’ciavo, schiavo, a sua volta dal latino sclavus, col medesimo significato con cui venivano indicate le persone di etnia slava (etimo identico), dato che il maggior numero di schiavi del mediterraneo era di questa etnia.

Salutare dicendo “schiavo” può sembrare strano. Ma così come altre espressioni di saluto -ad esempio “servo suo”-, è il retaggio di un rispetto, sincero o di convenienza che fosse, che si rinnovava ad ogni incontro, mettendosi simbolicamente a disposizione dell’altro come, appunto, uno schiavo.
Ciao è un saluto originariamente italiano ormai di portata internazionale. Qui una lista delle lingue che lo hanno adottato (e adattato):

FONTI

http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao

http://unaparolaalgiorno.it/significato/C/ciao

 

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Perché si dice OK?

BeFunky_ok.jpgVi sono stati diversi tentativi di spiegare l’origine di questa espressione, che sarebbe entrata a far parte del parlato popolare degli Stati Uniti durante la metà del 19° secolo. Molte delle supposizioni a riguardo non sembrerebbero altro che semplici speculazioni.

Non risulta affatto probabile, stando alle testimonianze storico-linguistiche, che il termine possa derivare dall’espressione scozzese ‘och aye’, dal greco ‘ola kala’ (‘è buono’), dall’indiano choctaw ‘oke’ o ‘okeh’ (‘è così’), dal francese ‘aux Cayes’ (‘da Cayes’, un porto ad Haiti noto per il rum di buona qualità), o ‘au quai’, (‘al molo’, presumibilmente utilizzato dagli scaricatori di porto francofoni), o dalle iniziali di un addetto alle spedizioni ferroviarie chiamato Obediah Kelly, di cui si dice firmasse tutti i documenti con la famosa sigla.

Una spiegazione più plausibile è quella secondo cui il termine troverebbe la sua origine nell’abbreviazione di ‘orl korrekt’, uno scherzoso errore di ortografia di ‘all correct’ (‘tutto giusto’), che veniva utilizzato correntemente negli Stati Uniti negli anni ’30 dell”800.

Le prime testimonianze scritte della sigla a risalgono al 1840, quando, durante le Elezioni Presidenziali degli Stati Uniti d’America, venne utilizzata come slogan del partito democratico. Al loro candidato, il Presidente Martin Van Buren,venne affibbiato il soprannome ‘Old Kinderhook’ (‘Vecchio Kinderhook’, dal suo paese natio, nello stato di New York), ed i suoi sostenitori formarono l”OK Club’. Ciò senz’altro contribuì a rendere popolare il termine, sebbene non servì a fare rieleggere il presidente Van Buren.

 

 

Traduzione di Teti Musmeci

Leggi l’articolo originale in lingua inglese:

http://www.oxforddictionaries.com/words/what-is-the-origin-of-the-word-ok

Ambaradàn

È un sostantivo maschile invariabile, senza plurale, che ha assunto il significato di “grande confusione”, “gran pasticcio”. A Roma, a Genova, a Mestre e a Padova ci sono strade che portano quel nome, e in Piemonte persino una casa editrice ha scelto di chiamarsi in quel modo. Anche un’antica filastrocca di origine latina, ambarabà ciccì coccò, diventa, talvolta, nella bocca dei bambini, ambaraban o ambaradan ciccì coccò. Insomma, si tratta di un termine giocoso, un po’ infantile, un po’ esotico e un po’ formula magica.

Ma per capire l’origine dell’espressione, spesso usata senza voluti riferimenti storici, occorre andare indietro di qualche anno, e recarci ad Amba Aradam, imponente bastione montano, alto circa 2750 metri, lungo 8 chilometri in direzione est-ovest e largo 3 chilometri in direzione nord-sud, che nel 1936, costituiva, nel bel mezzo della guerra Italo Etiopica, il centro e il perno della difesa nemica.

All’inizio degli anni ’30, l’espansione coloniale era uno dei temi fissi nell’agenda del governo italiano. Dopo la Libia e la Somalia, non restava molto da conquistare. Le Nazioni occidentali avevano già portato a compimento un programma coloniale arrivato a toccare l’85% delle terre emerse. In pratica, il mondo intero. All’inizio del XX secolo, in tutta l’Africa, erano indipendenti solo Etiopia e Liberia. Tra le due, l’Etiopia sembrava essere quella meno difesa e quella più alla portata dei nostri appetiti e apparati militari. Permetteva, inoltre, di unire Eritrea e Somalia, già in mano italiana.

In Africa venne schierato un imponente esercito, composto forse addirittura da 500.000 uomini. In meno di sette mesi venne completata l’occupazione del Paese. Il 9 maggio 1936 venne finalmente proclamato l’Impero italiano. Come è recentemente avvenuto in Iraq, la guerra in Etiopia continuò ancora per anni.

Ecco i fatti: un gruppo di ribelli, o “partigiani” (a seconda dei punti di vista) venne intercettato dall’aviazione italiana. Non era un vero e proprio contingente militare, ma un convoglio di vettovaglie, vecchi, donne e bambini; si trattava dei familiari dei combattenti. Alla vista degli aerei, molti di loro si rifugiarono nelle grotte. Il luogo era impervio, difficile da conquistare. Gli Italiani decisero allora di usare l’irpite, un agente chimico messo al bando dalla Convenzione di Ginevra del 1925, dopo che erano emersi gli effetti devastanti verificatisi nel corso della I^ Guerra Mondiale. Chimicamente, si tratta di tioetere del cloroetano, un liquido di colore bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape, il quale, vaporizzato nell’aria, penetra sotto la cute anche attraverso tessuti impermeabili all’acqua.  L’Amba Aradam divenne così un’enorme bara.

 

FONTI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-etiopica_(Enciclopedia_Italiana)/

http://dizionaripiu.zanichelli.it/parola-del-giorno/2008/03/31/la_parola_del_giorno__ambaradan/

http://www.socialnews.it/articoli/ambaradan-la-memoria-corta-delloccidente/

La Cuccagna

Cuccagna s. f. [dal lat. mediev. Cocania «paese dell’abbondanza», nome prob. foggiato con una voce germ. indicante dolciumi (cfr. ted. Kuchen «dolce, torta») e la terminazione –ania di nomi di regione]. –

Luogo favoloso ricco d’ogni cosa piacevole e di facile godimento, secondo una fantasia d’origine non sicura, che domina, in forma burlesca, nella letteratura del medioevo e agli inizi dell’età moderna. Per estens., luogo pieno d’ogni ben di Dio, grande abbondanza d’ogni cosa, vita piacevole e allegra: hanno trovato la c.!; è finita la c.!; godersi la c.; era già da cinque mesi che durava questa bella c. di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola (Collodi).

Nelle varie lingue, il paese assume vari nomi: in Francia si chiama “Cocagne”; in Gran Bretagna “Cockaigne”, in Spagna “Cucaña”.

Esempio di un simile paese, anche se non indicato con questo nome, lo si trova già nella commedia greca i “Minatori” dove Ferecrate, commediografo del V secolo a.C., nel descrivere la vita felice dei morti, accenna ad un paese che si trova negli inferi dove ci sono “fiumi pieni di polenta e di brodo nero”.

L’eterna fame del povero, dello sfruttato, è il motore immobile che spinge sulle vie della leggenda: il regno del Prete Gianni, l’India Pastinaca, l’Arabia della Fenice, la Crociata degli Straccioni così simile al Paradiso Terrestre. E poi, naturalmente, Bengodi e tutte le sue variazioni, su su fino alla “Merica” otto-novecentesca e al Paese dei Balocchi, versione infantile dell’estremo bisogno che ha l’uomo di ritrovarsi cittadino irresponsabile, e proprio per questo felice, dell’Età dell’Oro.

Cuccagna insomma, una sorta di Eden gastronomico e del dolce far niente. Mito diffusissimo nelle letterature popolari di tutto il Nord-ovest d’Europa più Russia, Slovenia, Africa, America Latina e Medio Oriente, la capitale di ogni leccornia gratuita a portata di mano è un non-luogo chiaramente situato nell’io collettivo al di là del tempo e dello spazio, un mito ghiottone che dura nel tempo e che ogni tanto salta fuori come un fiume carsico di delizie.

Cuccagna, nell’omonima fiaba francese duecentesca si affaccia per la prima volta al mondo sotto il nome di Coquaigne. L’autore affermava d’essere andato per penitenza dal papa e di essere stato da questo inviato al Paese di Cuccagna nel quale “le case son fatte di pesci, di salsicce e d’altre cose ghiotte, i campi son recintati con pezzi di carne arrosto e spalle di maiale, le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda a cui ognuno può assidersi liberamente e mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso e mezzo di vino bianco. In questa terra il mese è di sei settimane e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni”.

Con il passare del tempo, il mitico Paese di Cuccagna si arricchisce sempre di più di meraviglie e delizie. A Cuccagna – di volta in volta citata anche come Bengodi – è sempre primavera, vi scorrono fiumi di latte e miele, gli alberi hanno appese vesti al posto dei frutti, gli asini sono legati con le salsicce e, come nelle favole, l’oca fa le uova d’oro e il pentolino magico sommerge un intero paese di farinata dolce.

Anche i più grandi prima o poi finiscono con l’intrigarvisi. Giovanni Boccaccio, nella terza novella della ottava giornata del Decameron, quella celeberrima di Calandrino e l’elitròpia “giù per lo Mugnone”: Maso rispose che [le pietre di elitròpia, che rendevano invisibili] si trovavano in Berlinzone, terra de’ Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua, – un passo dove, sia detto per inciso, la menzione di un parmigiano non ancora sottoposto a marchi e irregimentato in consorzi è la prima in assoluto della storia.

Sempre più ridotto nel tempo a un semplice fatto gastronomico (un chiaro segno delle difficoltà alimentari venutosi a creare dopo il XVI secolo), il mito di Cuccagna-Bengodi comincia a scolorire nell’inconscio collettivo e si riduce pian piano a una semplice leggenda tuttalpiù da rispolverare ogni tanto.

Eppure la sua importanza resta grande. Nella sua rappresentazione dettagliata di un prosaico e dilettevole Paradiso Terrestre, Bengodi-Cuccagna ricalca il desiderio di rivincita delle masse affamate di ottenere almeno qualche volta durante lo spazio della vita tutto e in abbondanza. Assimilato pian piano nel Carnevale – in cui finisce per identificarsi – vi trova il suo principale veicolo di diffusione e di realizzazione temporanea in armonia con le funzioni di rifondazione del tempo e dei cicli produttivi assieme alla grande via di sfogo tradizionalmente rappresentata da questa festa.

Tra le descrizioni più complete del Paese di Cuccagna fatte da autori italiani si ricorda la “Historia nuova della città di Cuccagna”, scritta alla fine del’400 da Alessandro da Siena, dove con grande efficacia vengono descritti tutte le raffinatezze di un paese ricco di meraviglie del palato e anche di piaceri differenti.

In “Piazza universale di tutte le professioni e i mestieri”, Tommaso Garzoni, sempre nel ‘500, ci presenta il Paese di Cuccagna come una storia inventata che i viaggiatori raccontano ai creduloni per rendere più avvincenti i loro racconti di viaggio.

A partire dal XVI secolo, in varie stampe e incisioni, comincia a comparire l’albero di Cuccagna fornito di ogni ben di Dio, situato presso la porta del Paradiso e talvolta come elemento centrale della scena. Il popolo vi balla intorno, tra i rami i beni della Fortuna, dalle corone reali agli strumenti musicali alle specialità gastronomiche, pendono come il frutto non più proibito di un Eden finalmente riconquistato. E così via, su su fino alle piazze e ai sagrati di provincia, con il palo ingrassato e preso d’assalto da scalatori attirati da prosciutti, dolci e leccornie alla sommità.

Nella seconda metà del Seicento Ippolito Neri, nel suo poema eroicomico intitolato “La presa di Sanmiato”, in mezzo a tanti eventi pseudostorici e fiabeschi, lascia uno spazio al Paese di Cuccagna che, come da tradizione, appare sede di delizia sia per il palato che per il ventre.

Un altro romanzo che presenta la citazione del paese di cuccagna è “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

“Ma dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedistallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamone! non era luogo da pani quello. «Vediamo un po’ che affare è questo» disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. «è pane davvero!» disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?»…..

Sempre nell’800 anche i fratelli Grimm nelle loro fiabe descrivono con grande efficacia lo stile di vita che regna nel paese della Cuccagna:

«Vidi un tiglio bello e grande su cui crescevano le focacce calde. Vidi una vecchia capra rosicchiata, che si portava addosso cento cani di strutto, centosessanta con il sale e il tutto. Ebbene ho visto un campo tutto arato senza buoi nè cavalli … Poi ho sentito i pesci fare un gran chiasso che rimbombava in cielo, e un dolce miele colava con acqua da una profonda valle su per un alto monte… E c’erano due cornacchie che falciavano un prato… e, fuor dal pantano due rane che insieme battevano il grano».

Nel 1890 Matilde Serao pubblica un romanzo intitolato “Il paese di Cuccagna” nel quale descrive con grande precisione la vita dei napoletani che cerca di cogliere nelle loro passioni e abitudini soprattutto mettendo in risalto l’atmosfera caotica e allegra della città, simile al paese di cuccagna esaltato dalla tradizione.

 

FONTI:

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/comunicazione/bengodi-paese-della-cuccagna.html

http://www.treccani.it/vocabolario/cuccagna/

L’Arabo nell’Italiano


a cura di Alessandro Gori
Che la lingua araba, dal Medio Evo fino ai giorni nostri, abbia svolto un rilevante influsso sull’italiano così come su molte altre lingue neolatine (in particolare spagnolo e portoghese), è fatto ben noto. Il risultato concreto, evidente a tutti, di questa influenza lunga di secoli si ha nei cosiddetti prestiti arabi in italiano, cioè in quelle parole entrate a fare parte integrante del vocabolario dell’italiano, ma per le quali gli studiosi hanno rintracciato un’origine araba.

Se cerchiamo di definire brevemente, guardando ad una dimensione storica più ampia, i motivi che hanno portato alla penetrazione di parole arabe in italiano standard e nei vari dialetti, possiamo delimitare almeno quattro diverse cause, distinte ma collegate tra loro.

Il primo e più evidente, ma non necessariamente più importante, motore dell’afflusso di arabismi in italiano deve essere individuato nel fatto che, dall’ottavo alla fine del quindicesimo secolo, delle compagini statuali arabo-islamiche (e berbero-islamiche) governarono, con un’estensione territoriale mutevole, la penisola iberica e, per il periodo dall’827 al 1091, anche la Sicilia. Ovviamente, in quei territori di lingua romanza che si erano trovati sotto il governo diretto degli arabi, l’influenza della lingua araba dovette essere di necessità molto profonda.

In secondo luogo, però, bisogna ricordare che, al di là dello spazio geografico e del lasso cronologico in cui esercitarono un loro dominio effettivo in regioni a prevalente cultura latina, i differenti stati arabi hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nell’intreccio delle reti commerciali che hanno legato le sponde del Mediterraneo durante il medioevo e fino all’era moderna. Perciò, anche i contatti tra i mercanti arabi ed italiani hanno favorito la diffusione nella nostra lingua di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo.

Accanto ai rapporti espressamente mercantili, anche le varie Crociate, la cui organizzazione e realizzazione fu, come tutti ben sanno, il risultato di un complesso di fattori tra i quali, oltre a quelli militari e religiosi, non mancavano quelli economici e commerciali, hanno probabilmente contribuito in maniera non secondaria all’arrivo di termini arabi in Occidente.

Infine, oltre a queste tre vie di trasmissione dei prestiti che possiamo considerare dirette, è necessario menzionare il fatto che un buon numero di parole di origine araba è penetrato in italiano in maniera per così dire indiretta e mediata, attraverso le traduzioni in latino, o, meno spesso, in un qualche volgare italiano, di un gran numero testi filosofici, astronomici, matematici e tecnico-scientifici redatti originariamente in arabo.

Sulla base di questo schizzo storico molto generale possiamo individuare tre vie principali di penetrazione degli arabismi in Italia:

  • i territori che sono stati sotto il governo diretto degli arabi (Sicilia, penisola iberica);
  • le rotte commerciali marittime e terrestri, in particolare quelle che avevano come termine le città marinare;
  • le Università ed i centri di cultura dove si elaboravano i testi e si divulgavano le conoscenze nelle materie tecnico-scientifiche e filosofico-umanistiche.

Parlando più direttamente ed in modo conciso della penisola italiana, si può affermare che la Sicilia, per il suo essere stata sotto il governo diretto di diverse dinastie arabe e berbere, offre un gran numero di arabismi nei dialetti locali, ma non sembra essere stata un veicolo particolarmente importante di prestiti arabi nella lingua nazionale standard.

Pensando proprio all’italiano e non ai dialetti, il ruolo delle città marinare, e soprattutto di Pisa, Genova e Venezia, fu in realtà molto più rilevante di quello svolto dalla Sicilia. Nella maggioranza dei casi è infatti possibile accertare che gli arabismi dell’italiano sono entrati nella nostra lingua standard passando per una o più di queste città, che avevano degli scambi commerciali intensi e continuati con il mondo arabo.

Talvolta, però, non è facile individuare per quale via sia entrato in italiano un termine di origine araba. Così tramite Venezia è giunto forse all’italiano corrente la parola facchino e via Pisa invece è probabilmente arrivato ragazzo. Esiste inoltre un caso in cui la stessa identica parola araba è penetrata in italiano assumendo due forme e significati differenti, perché passata contemporaneamente da due vie di ingresso diverse: così darsena entrata via Genova e Pisa e arsenale arrivata a Venezia derivano in realtà dalla stessa parola araba, dar al-sina‘.

Volendo fornire una classificazione semantica generale dei prestiti arabi, si può dire che essi hanno per lo più un senso concreto, dato che si tratta in massima parte di parole della marineria, della mercanzia, di prodotti oggetto di scambio commerciale, di piante, frutti e di elementi del lessico tecnico, scientifico e matematico. Molto pochi sono invece i nomi astratti, gli aggettivi ed i verbi.

Lungo il percorso seguito dalle singole parole arabe per arrivare fino alla nostra lingua nazionale, hanno ovviamente avuto luogo vari e spesso complessi fenomeni di modificazione fonetica, che hanno cambiato, molto spesso radicalmente, la forma che il vocabolo possedeva originariamente in arabo. Soprattutto sono stati esposti ad una naturale evoluzione fonetica nel passaggio dall’arabo all’italiano i fonemi faringali e faringalizzati, uvulari e laringali della lingua araba: essi sono andati sempre del tutto perduti, data la loro difficoltà di adattamento al sistema fonetico italiano.

Anche semanticamente i prestiti arabi hanno subito molto spesso un’evoluzione, per cui il senso originario della parola araba è stato più o meno fortemente mutato da processi di degradazione semantica o di semplice spostamento di significato.

Si fornisce qui di seguito un elenco delle più comuni parole italiane di origine araba, ordinate per ambiti semantici.

 

LESSICO MILITARE, MARINARESCO E COMMERCIALE

Aguzzino. Dall’arabo al-wazīr, originariamente significante ministro, con degradazione semantica.

Alfiere. Sia nel senso di “portabandiera” che nel senso, da esso derivato di “pezzo del gioco degli scacchi movibile in senso diagonale lungo le caselle di uno stesso colore”. L’etimo è nello spagnolo alférez, che a sua volta viene, in ultima analisi, dal vocabolo arabo al-fīl “elefante” (entrati in arabo dal persiano pīl).

Ammiraglio. La voce ammiraglio trae origine dall’arabo amª°r (comandante, principe, governatore) passato attraverso il grecoamerâs (già in Eginardo, Vita Caroli); sulla specializzazione marinaresca della parola, già Michele Amari affermò che sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni (di qui passata alle altre marine europee).

Ascaro. Soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia direttamente dall’arabo ‘askarī “soldato”, su cui è stato ricostruito il singolare maschile italiano ascaro.

Assassino. Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come “il Veglio della Montagna”. Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.

Cassero. Il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.

Dogana. Dall’arabo diwan(a), libro dove si segnavano le merci in transito.

Facchino. La voce è stata a lungo ritenuta di origine francese. Più persuasiva la soluzione proposta da Pellegrini che fa risalire il termine alla parola araba faqª°h, in origine giureconsulto, teologo, passata poi ad indicare il legale chiamato a dirimere questioni relative alla dogana (accezione questa chiaramente attestata nello Zibaldone da Canal: “tuti quelli che porta ollio in Tonisto [= Tunisi] si lo convien desvasselar e farllo metere in çare e non se può far se lli fachini del fontego de l’oio non è susso per vederllo inçarar”). La degradazione semantica da ufficiale di dogana a portatore di pesi sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe (e effettivamente in un testo latino medievale del Cadore del XVI secolo e in un documento latino medievale di Venezia del 1458 la parola fachinus sembra indicare un mercante), che essi stessi trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle.

Fondaco. Dall’arabo funduq, alloggiamento per mercanti, a sua volta derivato dal sostantivo gr. pandochêion, locanda.

Magazzino. Dalla parola araba di forma plurale makhāzin, depositi.

Ragazzo. E’ una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqa¯sò. Raqqa¯sò, nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana). Da notare che alcune testimonianze latine ( ragaceni, 1408, a Cividale; ragazzini, 1492 a Faenza) non rappresentano un diminutivo, ma il regolare plurale arabo di raqqa¯sò, cioè raqqa¯sòª°n.

Sensale. Dall’arabo simsa¯r, mediatore, derivato a sua volta dal persiano sapsa¯r.

 

INDUMENTI E LESSICO DEL VESTIARIO

Caffet(t)ano. Termine derivato direttamente dall’arabo quftān.

Cremisi. Nelle sue vare accezioni ha la sua origine nell’aggettivo arabo qirmizī “del colore della cocciniglia”, derivato dal vocabolo qirmiz “specie di cocciniglia” (a sua volta dal persiano kirm “verme”),

Gabbana. Parola derivata dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Giubba. Voce che ha la sua origine direttamente nella parola araba ğubba “sottoveste di cotone” di vasta diffusione romanza, ma soprattutto italiana.

Ricamare. Dall’arabo raqama, raqqama “ricamare, tessere una stoffa”, al quale restano fedeli molte varianti antiche e dialettali con rac- iniziale. Le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia, che deve considerarsi il centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille.

Scarlatto. Voce di origine persiano-araba saqirlat “abito tinto di rosso con cocciniglia”, a sua volta formato sul greco dal bizantino sigillátos, ricalcato sul latino (textum) sigillatum.

SUPPELLETTILI

Baldacchino. Dall’arabo bagdādī, aggettivo con il senso di “di Bagdad”, che già in Levante significava tanto una “stoffa preziosa di Bagdad” quanto “ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa”.

Caraffa. Dall’arabo magrebino garrafa “vaso cilindrico di terra cotta con una o due orecchie”: forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, “bottiglia di vetro a grosso ventre”.

Giara. Parola forse entrata in italiano tramite lo spagnolo jarra o, meglio considerata la cronologia, direttamente dalla sua origine, l’arabo ğarra.

materasso. Dall’arabo matrah dalla rad. taraha “gettare”, cioè “luogo dove si getta qualcosa”, ad esempio un “tappeto sul quale coricarsi”. La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia.

Tazza. Dalla parola araba tāsa, giunta in tutto l’occidente verosimilment dai porti del Levante.

Zerbino. G. B. Pellegrini ha per primo riconosciuto l’origine ultima della parola nella voce araba zirbiyy “tappeto, cuscino”, trasmessa all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure.

LESSICO DELL’ARTE

Lacca. Nel senso di “sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale di vari oggetti”, è parola probabilmente derivata dall’arabo lakk, parola entrata in arabo tramite il persiano, e che trova la sua origine nell’indiano laksa.

Ottone. Una delle etimologie proposte ma soggetta a discussione lo riconnete con l’arabo latūn, a sua volta derivato dal turco altun/altın “oro”.

Tarsia. Il termine che indica una “tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore commettendoli secondo un disegno prestabilito” e l’opera ottenuta con tale tecnica”, deriva direttamente dalla voce araba tarsī‘, forma infinitiva del verbo rass‘a “ornare”.

 

ALBERI DA FRUTTO, ORTAGGI, SPEZIE

Albicocco. Dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqu¯q), che significa prugne, susine.

Arancio. Dall’arabo na¯rangÍ, vocabolo di origine persiana. In italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta parte dell’art. (*un narancio > un arancio; la forma narancio è attestata nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad es. a Venezia troviamo naranza).

Carciofo. Dal vocabolo arabo di senso collettivo hursÍu¯f .

Limone. Dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate.

Marzapane. Contemporaneamente ed indipendentemente due studiosi, R. Cardona e G.B. Pellegrini, hanno esattamente individuato nel nome della città indiana di Martaban il punto di partenza della dibattuta storia del termine: l’arabo martaban designò, dapprima, un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente da quella città (cfr. massapanus nel latino medievale della Curia romana, 1337, e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490: Lingua Nostra XV, 1954, 72, poi la confettura di zucchero e spezie, che quello solitamente conteneva (martabana in una lettera da Aleppo, scritta nel 1574 da un mercante veneziano e citata da G.B. Pellegrini).

Zafferano. Voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, forse con un tramite veneziano.

Zagara. Dall’arabo zahra “fiore” e, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale, “fiore d’arancio”.

Zibibbo. Voce diffusasi dall’arabo zabª°b, forse dalla variante fonetica egiziana zibª°b.

LESSICO DELL’ASTRONOMIA E DELLA MATEMATICA

Algebra. E’ voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci col celebre Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo ‘ilm al-gÍabr wa al-muqa¯bala, scienza delle riduzioni e comparazione (opposizione).
Algoritmo. Il termine, che come nome comune indica un procedimento di calcolo, deriva dal nome proprio del matematico al-Khwarizmi, che a sua volta significa nativo del Kwarizm, regione dell’Asia centrale.

Almagesto. Il vocabolo italiano, che significa libro di astronomia, rappresenta la forma araba al-Magisti del titolo dato all’opera astronomica di Tolomeo Megiste Syntaxis Mathematikes.

Almanacco. L’etimo è dall’arabo al-mana¯hŠ, clima, calendario.

Azimut. Termine del lessico astronomico che indica l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione. Deriva dallo spagnolo acimut, a sua volta dall’arabo al-sumut, forma di plurale fratto del singolare samt, strada, erroneamente sentito come parola al singolare.

Come si nota da queste cinque parole, molto spesso, ma meno frequentemente che in spagnolo, la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, cioè con la concrezione dell’articolo determinativo arabo al-.

Cifra. Come per la parola zero l’origine è da ritrovare nell’arabo sòifr, propriamente aggettivo col significato di vuoto (cioè assenza di unità). Anche cifra, infatti, indicava originariamente lo zero e ancora nel 1740 il matematico Guido Grandi oppone cifra (cioè zero) a unità.

Nadir. Dall’arabo nazir, (punto) opposto (allo zenit)

X, segno per indicare l’incognita. In ultima analisi deriva dalla parola araba sÍay’, cosa, la cui lettera iniziale(da pronunciarsi sh, fricativa palatale sorda) era usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra. In spagnolo antico (come ancor oggi in portoghese) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la dell’incognita divenne x. L. Fibonacci nel suoLiber Abbaci seguì questo uso grafico e lo diffuse definitivamente.

Zenit. Il termine deriva dall’arabo samt al-ru’us, direzione delle teste. La parola indica il punto in cui la verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste.

Zero. L’etimologia è dall’arabo sòifr, vuoto, calco sull’aggettivo sanscrito s¢u¯nyá, vuoto, che i matematici indiani, e sul loro esempio poi gli Arabi che trasmisero la parola, col nuovo significato, in Occidente, usavano per indicare lo zero. Leonardo Fibonacci latinizzò tale voce in zephirum, che poi, nelle fonti italiane, diventò zefiro, zefro e quindi zero (documentato dal 1491). Un adattamento della parola araba più vicino all’originale è quello dello spagnolo cifra, italiano cifra (francese chiffre, tedesco Ziffer) col valore di segno numerico.

 

LESSICO DELLA CHIMICA

Alambicco. Dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.

Alcali. In chimica indica i sali di potassio e di sodio. La parola deriva dall’arabo al-qaly, soda.

Alchimia. Attraverso il basso latino chimia, alchimia (forma con l’articolo arabo), scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo al-kimiya¯’, pietra filosofale (a sua volta tratto da una voce copta chama, nero, oppure dal greco chyméia , mescolanza di liquidi).
Alcol. Il vocabolo deriva dall’arabo di Spagna kuhòul, polvere finissima per tingere le sopracciglia, ed aveva originariamente due significati: il primo, più conforme all’etimo arabo, è quello di polvere finissima di solfuro d’antimonio o di solfuro di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia. Poi, gli alchimisti avevano generalizzato il senso della parola in quello di polvere impalpabile. Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato, portando il vocabolo a significare elemento essenziale, nobilissimo; per lui alcohol vini è dunque lo spirito di vino. È molto probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese, ove è attestata dal XVI secolo.

Elisir. In italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti. L’etimo è dall’arabo al-iksir, pietra filosofale efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca. L’origine ultima è infatti il greco xerós, secco.

PAROLE VARIE

Bizzeffe. Nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di “in grande quantità, a iosa”; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf, “molto, in abbondanza” .

Garbo. L’ipotesi più accreditata, anche se non l’unica, è di una derivazione dall’arabo qalib ‘modello’, che spiegherebbe tanto le accez. più ant. (‘forma (dei pezzi di costruzione) di una nave’, attestata tardivamente – 1602, B. Crescenzio – nei testi it., ma molto prima in quelli dial. – come il gen. ga(r)ibu nel sec. XIII: E. G. Parodi in AGI XVI, 1902-05, 141 –, tenuti dal Diz. mar. stranamente separati con doppia e diversa etim.), quanto le forme dial., come il calabr. gálipu (C. Salvioni in SR VI, 1909, 19).

Meschino. Direttamente dall’arabo miskīn (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica) “povero, misero”, documentato in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo.

Scacco. Con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre “arabe”: come quest’ultime anch’esso è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli arabi di Spagna. La parola araba per scacchi è, infatti, di chiara origine indiana (shatranğ o shitranğ, proveniente etimologicamente dal sanscrito čaturanga “formato da quattro membra”, cioè i quattro pezzi del gioco). Essa è testimoniata ancora nelle lingue iberiche: l’antico portoghese acedrenche e il moderno xadrez, lo spagnolo ajedrez. Nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula mista arabo-persiana che segna la conclusione del gioco: shāh māt, cioè “il re è morto, scacco matto”.

Zecca. Direttamente dall’arabo sikka “moneta, conio” e dār al-sikka “zecca”, lett. “casa della moneta”. Zecchino ne è l’aggettivo “(ducato nuovo) di zecca”, e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale.

 

Bibliografia essenziale

  1. Battisti/G. Alessio, Dizionario etimologico italiano (DEI). Firenze, Barbèra, 1950-57
  2. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI). Bologna, Zanichelli, 1979-88 (e successive ristampe)
  3. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Firenze, Le Monnier, 1967
  4. Migliorini, Storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1960
  5. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia. Brescia, Paideia, 1972
  6. B. Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia. Palermo, Centro Studi filologici e linguistici siciliani, 1989
  7. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Bologna, Patron, 1982
  8. Zolli, Le parole straniere. Bologna, Zanichelli, 19912

FONTE:
http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml

APPROFONDISCI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/arabismi_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

…a tutto spiano?

Scommettiamo Che Non Sai Che...

Il significato: Con abbondanza, senza limiti.

L’origine: Nella Firenze del Medioevo, Spiano era la quantità di grano che il Magistrato dell’Abbondanza assegnava di volta in volta a ogni fornaio per la panificazione. Se non si era in periodo di carestia o scarsità di cereali, la quantità era quella a “tutto spiano” , mentre in caso contrario si aveva la misura “a mezzo spiano”o, addirittura, quella ridotta di un terzo.

farine

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Origine di ‘Ndrangheta

Il termine ndrangheta ha avuto la sua registrazione lessicale grazie a Ernesto Ferrero (I gerghi della malavita dal ’500 a oggi, Milano, Oscar Mondadori, 1972) nella forma ’ndranghete, adattamento del dialettale ’ndranghiti. La proposta etimologica che ha riscosso più consensi è stata formulata da Paolo Martino nel saggio Per la storia della ’ndranghita (Roma, Università “La Sapienza”, 1988), dove si sostiene la provenienza dal greco andragathía ‘virtù propria dell’uomo’ e per superare le difficoltà di ordine fonetico poste dalla derivazione diretta di ’ndranghita da andragathía, prima fra tutte lo spostamento dell’accento, si presuppone il tramite del verbo ’ndranghitiari, ‘atteggiarsi a uomo d’onore’, da cui per retroderivazione sarebbero discesi sia ’ndranghita ‘onorata società’ che ’ndranghitu ‘uomo d’onore’.

La sopravvivenza della voce classica andragathía, priva di testimonianze nei dialetti calabresi e siciliani, sarebbe garantita da un documento singolare: in una carta dell’Italia meridionale del geografo olandese Abrahamus Ortelius, pubblicata ad Anversa nel 1596, con la dicitura Andragathia regio, posta sotto l’etnico Lucani, viene indicata un’area corrispondente al Cilento, mentre nel Thesaurus Geographicus, che ebbe più edizioni a partire dal 1587, l’andragathia è collocata “in Brutiis”, cioè nell’attuale Calabria.
La carta di Ortelius, oltre ad essere un testimone unico, presenta altre peculiarità degne di nota: la Calabria è indicata nella sua parte centro-settentrionale mediante l’etnico Brutii<embrutii< em=””>, mentre Calabria <emcalabria< em=””>indica la Puglia salentina e la dicitura Andragathia regio copre un’area bianca, priva di indicatori geografici. Tutto questo prova che le fonti del cartografo sono i geografi classici e che alle sue fonti manca una descrizione del Cilento, area priva di vie di comunicazione e quindi sconosciuta nei particolari, per la quale non trova di meglio che la denominazione di Andragathia regio, associata all’etnico Lucani e motivata dalla fama di combattenti fieri e valorosi che i Lucani godevano nell’antichità. Dunque si tratta di una reminiscenza classica del dotto geografo olandese, oltretutto non riferita alla Locride, epicentro delle società mafiose, e non (forse*) della testimonianza della sopravvivenza medievale di un grecismo riaffiorato ai giorni nostri.

Scartata l’ipotesi del grecismo, non resta che indagare fra i materiali dialettali di origine neolatina e, mancando una tradizione lessicografica accurata ed esauriente per i dialetti della Calabria e in particolare della Locride, si può ricorrere alla contigua Sicilia e in particolare alle province di Messina e di Catania, la cui continuità dialettale colla Calabria meridionale è cosa nota. Nel II Volume del Vocabolario siciliano curato da Giovanni Tropea (Catania-Palermo, 1985) la voce ’ndrànghiti ‘associazione mafiosa’ è registrata colle varianti ’ntràgniti e ’ntrànchiti, che ricorre nella locuzione ra ’ntrànchiti ‘(essere) della malavita’; quest’ultima variante coincide coll’omonimo ’ntrànchiti ‘interiora di capretto o di pecora’, che a sua volta presenta le varianti ’ntragni’ntràgnisi’ntrànghisi ‘interiora, frattaglie’ e discende dal lat. interanĕa ‘interiora’, come l’antico francese entraignes, il catalano entranyes, lo spagnolo entrañas, il portoghese entranhas. La coincidenza delle varianti di ’ndrànghiti ‘associazione mafiosa’ con quelle di ’ntragni ‘interiora’ non può essere fortuita e quindi si prospetta un rapporto di derivazione, che va inevitabilmente dalla ricca famiglia lessicale discendente dal lat. interanĕa (resta solo il sospetto che le voci siciliane siano state introdotte dal catalano o dallo spagnolo) verso l’isolato ’ndrànghiti.

Sul piano semantico il significato di ‘interiora, intestini’ ha assunto quello metaforico di ‘membri uniti da un legame interno, profondo, esclusivo e riservato’ e quindi ‘uomini d’onore’, da cui la locuzione società dei ’ndranghiti e per ellissi semplicemente ’ndranghiti.

SAPERNE DI PIÙ:

 

FONTI:

*Articolo modificato e ridotto, per leggere l’articolo originale clicca su ‘NDRANGHETA