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Fatta l’Italia. E gli Italiani?

ponte-festa-unità-italia1Quando l’Italia era già unita, gli italiani non avevano ancora un’unica lingua. È vero: s’era fatta l’Italia, ma non si erano fatti gli italiani. Queste parole, scritte da Massimo D’Azeglio, uomo politico italiano, poco dopo il 1861, mostrano che l’Italia era sì unita, ma non tutti gli italiani erano uniti, non tutti si sentivano italiani. La parola italiani per indicare le persone che vivevano in Italia esisteva già da molto tempo: pensate che uno dei primi ad usarla è stato Giovanni Boccaccio nel suo Decameron. Ma appunto, gli italiani erano quelli che vivevano in Italia, non ancora i cittadini d’Italia. Per sentirsi italiani mancava ancora qualcosa: intanto, mancava la lingua.

Nel 1861, su venticinque milioni di abitanti, le persone che sapevano usare l’italiano erano al massimo due milioni e mezzo (ossia il 10% della popolazione), e più del 75% degli italiani non sapeva né leggere né scrivere. Fra il 1861 e il 1914 (l’anno dell’inizio della prima guerra mondiale) le cose sono cambiate, anche se molto lentamente. Si è diffusa la scuola, e con la scuola si è diffuso anche l’insegnamento della lingua nazionale; migliaia di ragazzi si sono spostati dal nord al sud e dal sud al nord per fare il servizio militare: per comunicare con gli altri soldati non potevano usare il dialetto della loro zona, dovevano usare l’italiano. Inoltre, nello stesso periodo, molti italiani del sud si sono trasferiti nelle città del nord, più ricche e industrializzate. Gli immigrati e gli abitanti delle città del nord non parlavano lo stesso dialetto, e anche questo ha favorito un po’ la diffusione dell’italiano. Ma la strada per trasformare l’italiano nella lingua di tutti era ancora lunga.

Che oggi si possa parlare di unione (linguistica e non), è questione discutibile.

In una situazione contraddistinta dalla varietà e dal vigore dei dialetti, la progressiva affermazione della lingua comune di base toscana ha riguardato pressoché esclusivamente l’uso scritto di una ristretta fascia di persone colte; mentre l’endemica piaga dell’analfabetismo ha impedito a larghi strati della popolazione di apprendere l’italiano. Il dialetto era del resto il mezzo espressivo di cui si avvalevano anche cittadini eminenti in circostanze ufficiali: lo stesso Vittorio Emanuele II, il primo re della nuova Italia, ricorreva al piemontese praticamente in ogni occasione. Soltanto dopo l’unificazione politica del Paese la nostra lingua è diventata gradualmente patrimonio effettivo della maggioranza degli italiani.

1861: due milioni di italofoni, forse

Tullio De Mauro ha stimato che al momento dell’Unità la percentuale della popolazione in grado di affrancarsi dall’uso del dialetto fosse pari al 2,5% (meno dell’1%!). A questa ricostruzione alquanto pessimistica si è opposto Arrigo Castellani,  che rifacendo i conteggi su queste nuove basi  ha calcolato che negli anni dell’unificazione gli italofoni fossero circa il 10% della popolazione, ovvero più di 2 milioni di parlanti.

Un Paese di analfabeti

Alle correzioni quantitative di Castellani si è aggiunta poi la messa a punto metodologica di Francesco Bruni, condivisa da altri storici della lingua italiana, secondo cui l’intera questione va riesaminata tenendo presente che la lingua comune e gli idiomi locali sono i poli di un sistema più articolato, nel quale si possono distinguere varie soluzioni di compromesso, riferibili a un italiano regionale o a un dialetto incivilito. Gli scambi linguistici delle persone umili con il medico o l’avvocato, per esempio, dovevano avvenire non tanto in dialetto, quanto piuttosto in uno dei registri intermedi fra l’idioma locale e la lingua italiana. Al 10% di italofoni della stima di Castellani occorre quindi aggiungere un numero difficilmente precisabile di dialettofoni in possesso di una competenza della lingua italiana di tipo incerto e lacunoso, tale comunque da metterli in grado, all’occorrenza, di capire e farsi capire.

Questi rilievi valgono ad attenuare ma non certo a smentire la gravità del catastrofico quadro delineato da De Mauro: al momento dell’Unità non sapeva né leggere né scrivere circa il 75-80% degli italiani adulti. In alcune zone del Mezzogiorno d’Italia la moltitudine degli analfabeti superava il 90% della popolazione, e sfiorava il 100% nel caso della componente femminile.

 

Successi nell’istruzione pubblica

L’unificazione politica e la conseguente centralizzazione amministrativa, la leva militare obbligatoria su base nazionale, i rivolgimenti demografici prodotti dalle migrazioni verso le città o verso l’estero, l’azione sempre più estesa e incisiva dei mezzi di comunicazione di massa, lo sviluppo dell’economia e della cultura favoriscono la diffusione dell’italiano come attrezzo dell’uso oltre che come congegno letterario, determinando nel contempo una progressiva riduzione della distanza tra lo scritto e il parlato. Va sottolineato che già nel cinquantennio successivo all’Unità, pur tra grandi difficoltà e con forti squilibri, il giovane Stato riesce a conseguire risultati significativi nel campo dell’istruzione pubblica, tanto che nel 1911 la percentuale nazionale di analfabeti risulta quasi dimezzata rispetto al 1861, scendendo fino al 40%. Per la prima volta nella storia, dunque, la componente alfabetizzata del popolo italiano diviene maggioritaria all’interno del Paese, grazie anche a opportuni interventi di politica scolastica. La legge Coppino del 15 luglio 1877, in particolare, rende effettivo l’obbligo della frequenza scolastica per i bambini e le bambine di sei anni, introducendo sanzioni e ammende a carico dei genitori inadempienti, che invece non erano previste affatto nella precedente legge Casati.

Le varietà regionali di italiano

I dialetti cominciano a intraprendere con maggiore decisione un processo di avvicinamento alla lingua. Questo cammino passa attraverso la nascita di sistemi linguistici fortemente innovativi, le varietà regionali di italiano, che fioriscono allorché gruppi sempre più numerosi di parlanti abituati al monolinguismo dialettale si sforzano, con vario risultato, di usare la lingua comune.

Dialetti: prematuro il de profundis

Nel corso del Novecento la formazione di varietà regionali di italiano si estende progressivamente in tutte le aree del Paese, divenendo la modalità principale dell’emancipazione dalla dialettofonia e contribuendo in misura notevole all’evoluzione del repertorio linguistico nazionale. Sembra peraltro prematuro il de profundis che viene spesso intonato in memoria delle parlate locali. La «prepotente italianizzazione» dei dialetti che De Mauro registrava nel 1963 ha anzi smussato i suoi artigli: secondo i dati Istat del 2006, infatti, circa un italiano su due continua tranquillamente a utilizzarli, per lo più in alternanza con la lingua nazionale, quando si rivolge a familiari e amici, e uno su quattro non smette di servirsene anche negli scambi con estranei.

 

 

LA STORIA DEL TRICOLORE:

http://www.corriere.it/unita-italia-150/11_gennaio_05/tricolore_02181948-18ad-11e0-963c-00144f02aabc.shtml

FONTI:

http://www.italiano.rai.it/articoli/1861-fatta-litalia-bisogna-fare-litaliano/20295/default.aspx

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/italiano_dialetti/Trifone.

Le Origini di Ciao

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Dal veneto: s’ciavo, schiavo, a sua volta dal latino sclavus, col medesimo significato con cui venivano indicate le persone di etnia slava (etimo identico), dato che il maggior numero di schiavi del mediterraneo era di questa etnia.

Salutare dicendo “schiavo” può sembrare strano. Ma così come altre espressioni di saluto -ad esempio “servo suo”-, è il retaggio di un rispetto, sincero o di convenienza che fosse, che si rinnovava ad ogni incontro, mettendosi simbolicamente a disposizione dell’altro come, appunto, uno schiavo.
Ciao è un saluto originariamente italiano ormai di portata internazionale. Qui una lista delle lingue che lo hanno adottato (e adattato):

FONTI

http://it.wikipedia.org/wiki/Ciao

http://unaparolaalgiorno.it/significato/C/ciao

 

Il Corsivo Inventato a Bologna

Il ‘corsivo’ fu inventato a Bologna: parte ‘Griffo, la grande Festa delle Lettere’4600.0.663943103-kk5D--180x140@Corrieredibologna
“Il carattere corsivo ha cambiato la storia dell’editoria e ha dato vita a quelle che all’epoca erano le edizioni economiche, rendendo le opere classiche accessibili anche a coloro che non potevano permettersi corsivi in-folio”. Parola di Umberto Eco, a capo del comitato scientifico dell’Associazione Francesco Griffo, che, insieme al Comune di Bologna e ad altre istituzioni cittadine darà vita a “Griffo, la grande Festa delle Lettere”, un evento lungo quattro anni.

Francesco, nacque a Bologna da Cesare, di professione orefice a metà del quindicesimo secolo. Praticamente sconosciuto fino all’800, anche Antonio Panizzi, bibliotecario (e patriota) di Brescello volle investigare su di lui. (Panizzi guidò anche la biblioteca del British Museum, una delle più grandi al mondo).

imagesDi Griffo si sa oggi che intraprese la carriera di incisore e che inventò e incise, secondo gli studiosi, ben sei tipi di carattere “tondo”, quelli che oggi chiamiamo “corsivo” o italico. Arrivò molto in alto: prestò infatti la sua opera per diversi editori italiani e anche per Aldo Manunzio, umanista ed editore veneto, che vantava anche una stretta amicizia con il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam.

Griffo morì a Bologna nel 1518 e fu probabilmente giustiziato per l’omicidio del genero che egli aveva colpito a morte con una spranga dopo un alterco insorto entro le mura domestiche dell’abitazione che condividevano nella parrocchia di S. Giuliano (fonte: Treccani)

Per celebrare il cinquecentenario della sua morte, un programma di eventi presentato ieri in una conferenza stampa a Palazzo D’Accursio: “Sarà occasione di scambio e di confronto interdisciplinare e vedrà la realizzazione di tante attività che spazieranno dalla didattica, all’editoria, alla digitalizzazione delle opere fino a workshop, laboratori per l’infanzia ed eventi espositivi – ha scritto l’assessore alla promozione della città Matteo Lepore.

DSC_9568Un progetto “aperto” a contributi e idee. Ad oggi hanno già aderito a Bologna, oltre al Comune, la Bottega di Narrazione delle Finzioni, l’Istituzione Biblioteche – Biblioteca Archiginnasio, Genus Bononiae, il MAMbo, il Museo della Musica e il Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Unibo; ma anche altre realtà italiane hanno già deciso di partecipare all’iniziativa: il Museo Carlo Zauli di Faenza, la Tipoteca Italiana Fondazione, l’AIAP – Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva, l’ADCI – Art Directors Club Italiano e l’ADI – Associazione per il Disegno Industriale.

“La nostra volontà è raccogliere altre adesioni, dall’intero territorio nazionale e, perchè no, dall’estero (le richieste di adesione possono essere inviate a info@griffoanniversary.com e ulteriori informazioni sono disponibili al sito) – continua Lepore – saranno poi le singole realtà a proporre le attività che vogliono sviluppare. Per la gestione e la selezione è  in corso di creazione un Comitato Scientifico, che sarà presieduto da Umberto Eco”.

La Cuccagna

Cuccagna s. f. [dal lat. mediev. Cocania «paese dell’abbondanza», nome prob. foggiato con una voce germ. indicante dolciumi (cfr. ted. Kuchen «dolce, torta») e la terminazione –ania di nomi di regione]. –

Luogo favoloso ricco d’ogni cosa piacevole e di facile godimento, secondo una fantasia d’origine non sicura, che domina, in forma burlesca, nella letteratura del medioevo e agli inizi dell’età moderna. Per estens., luogo pieno d’ogni ben di Dio, grande abbondanza d’ogni cosa, vita piacevole e allegra: hanno trovato la c.!; è finita la c.!; godersi la c.; era già da cinque mesi che durava questa bella c. di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola (Collodi).

Nelle varie lingue, il paese assume vari nomi: in Francia si chiama “Cocagne”; in Gran Bretagna “Cockaigne”, in Spagna “Cucaña”.

Esempio di un simile paese, anche se non indicato con questo nome, lo si trova già nella commedia greca i “Minatori” dove Ferecrate, commediografo del V secolo a.C., nel descrivere la vita felice dei morti, accenna ad un paese che si trova negli inferi dove ci sono “fiumi pieni di polenta e di brodo nero”.

L’eterna fame del povero, dello sfruttato, è il motore immobile che spinge sulle vie della leggenda: il regno del Prete Gianni, l’India Pastinaca, l’Arabia della Fenice, la Crociata degli Straccioni così simile al Paradiso Terrestre. E poi, naturalmente, Bengodi e tutte le sue variazioni, su su fino alla “Merica” otto-novecentesca e al Paese dei Balocchi, versione infantile dell’estremo bisogno che ha l’uomo di ritrovarsi cittadino irresponsabile, e proprio per questo felice, dell’Età dell’Oro.

Cuccagna insomma, una sorta di Eden gastronomico e del dolce far niente. Mito diffusissimo nelle letterature popolari di tutto il Nord-ovest d’Europa più Russia, Slovenia, Africa, America Latina e Medio Oriente, la capitale di ogni leccornia gratuita a portata di mano è un non-luogo chiaramente situato nell’io collettivo al di là del tempo e dello spazio, un mito ghiottone che dura nel tempo e che ogni tanto salta fuori come un fiume carsico di delizie.

Cuccagna, nell’omonima fiaba francese duecentesca si affaccia per la prima volta al mondo sotto il nome di Coquaigne. L’autore affermava d’essere andato per penitenza dal papa e di essere stato da questo inviato al Paese di Cuccagna nel quale “le case son fatte di pesci, di salsicce e d’altre cose ghiotte, i campi son recintati con pezzi di carne arrosto e spalle di maiale, le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda a cui ognuno può assidersi liberamente e mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso e mezzo di vino bianco. In questa terra il mese è di sei settimane e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni”.

Con il passare del tempo, il mitico Paese di Cuccagna si arricchisce sempre di più di meraviglie e delizie. A Cuccagna – di volta in volta citata anche come Bengodi – è sempre primavera, vi scorrono fiumi di latte e miele, gli alberi hanno appese vesti al posto dei frutti, gli asini sono legati con le salsicce e, come nelle favole, l’oca fa le uova d’oro e il pentolino magico sommerge un intero paese di farinata dolce.

Anche i più grandi prima o poi finiscono con l’intrigarvisi. Giovanni Boccaccio, nella terza novella della ottava giornata del Decameron, quella celeberrima di Calandrino e l’elitròpia “giù per lo Mugnone”: Maso rispose che [le pietre di elitròpia, che rendevano invisibili] si trovavano in Berlinzone, terra de’ Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua, – un passo dove, sia detto per inciso, la menzione di un parmigiano non ancora sottoposto a marchi e irregimentato in consorzi è la prima in assoluto della storia.

Sempre più ridotto nel tempo a un semplice fatto gastronomico (un chiaro segno delle difficoltà alimentari venutosi a creare dopo il XVI secolo), il mito di Cuccagna-Bengodi comincia a scolorire nell’inconscio collettivo e si riduce pian piano a una semplice leggenda tuttalpiù da rispolverare ogni tanto.

Eppure la sua importanza resta grande. Nella sua rappresentazione dettagliata di un prosaico e dilettevole Paradiso Terrestre, Bengodi-Cuccagna ricalca il desiderio di rivincita delle masse affamate di ottenere almeno qualche volta durante lo spazio della vita tutto e in abbondanza. Assimilato pian piano nel Carnevale – in cui finisce per identificarsi – vi trova il suo principale veicolo di diffusione e di realizzazione temporanea in armonia con le funzioni di rifondazione del tempo e dei cicli produttivi assieme alla grande via di sfogo tradizionalmente rappresentata da questa festa.

Tra le descrizioni più complete del Paese di Cuccagna fatte da autori italiani si ricorda la “Historia nuova della città di Cuccagna”, scritta alla fine del’400 da Alessandro da Siena, dove con grande efficacia vengono descritti tutte le raffinatezze di un paese ricco di meraviglie del palato e anche di piaceri differenti.

In “Piazza universale di tutte le professioni e i mestieri”, Tommaso Garzoni, sempre nel ‘500, ci presenta il Paese di Cuccagna come una storia inventata che i viaggiatori raccontano ai creduloni per rendere più avvincenti i loro racconti di viaggio.

A partire dal XVI secolo, in varie stampe e incisioni, comincia a comparire l’albero di Cuccagna fornito di ogni ben di Dio, situato presso la porta del Paradiso e talvolta come elemento centrale della scena. Il popolo vi balla intorno, tra i rami i beni della Fortuna, dalle corone reali agli strumenti musicali alle specialità gastronomiche, pendono come il frutto non più proibito di un Eden finalmente riconquistato. E così via, su su fino alle piazze e ai sagrati di provincia, con il palo ingrassato e preso d’assalto da scalatori attirati da prosciutti, dolci e leccornie alla sommità.

Nella seconda metà del Seicento Ippolito Neri, nel suo poema eroicomico intitolato “La presa di Sanmiato”, in mezzo a tanti eventi pseudostorici e fiabeschi, lascia uno spazio al Paese di Cuccagna che, come da tradizione, appare sede di delizia sia per il palato che per il ventre.

Un altro romanzo che presenta la citazione del paese di cuccagna è “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

“Ma dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedistallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamone! non era luogo da pani quello. «Vediamo un po’ che affare è questo» disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. «è pane davvero!» disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?»…..

Sempre nell’800 anche i fratelli Grimm nelle loro fiabe descrivono con grande efficacia lo stile di vita che regna nel paese della Cuccagna:

«Vidi un tiglio bello e grande su cui crescevano le focacce calde. Vidi una vecchia capra rosicchiata, che si portava addosso cento cani di strutto, centosessanta con il sale e il tutto. Ebbene ho visto un campo tutto arato senza buoi nè cavalli … Poi ho sentito i pesci fare un gran chiasso che rimbombava in cielo, e un dolce miele colava con acqua da una profonda valle su per un alto monte… E c’erano due cornacchie che falciavano un prato… e, fuor dal pantano due rane che insieme battevano il grano».

Nel 1890 Matilde Serao pubblica un romanzo intitolato “Il paese di Cuccagna” nel quale descrive con grande precisione la vita dei napoletani che cerca di cogliere nelle loro passioni e abitudini soprattutto mettendo in risalto l’atmosfera caotica e allegra della città, simile al paese di cuccagna esaltato dalla tradizione.

 

FONTI:

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/comunicazione/bengodi-paese-della-cuccagna.html

http://www.treccani.it/vocabolario/cuccagna/

L’Arabo nell’Italiano


a cura di Alessandro Gori
Che la lingua araba, dal Medio Evo fino ai giorni nostri, abbia svolto un rilevante influsso sull’italiano così come su molte altre lingue neolatine (in particolare spagnolo e portoghese), è fatto ben noto. Il risultato concreto, evidente a tutti, di questa influenza lunga di secoli si ha nei cosiddetti prestiti arabi in italiano, cioè in quelle parole entrate a fare parte integrante del vocabolario dell’italiano, ma per le quali gli studiosi hanno rintracciato un’origine araba.

Se cerchiamo di definire brevemente, guardando ad una dimensione storica più ampia, i motivi che hanno portato alla penetrazione di parole arabe in italiano standard e nei vari dialetti, possiamo delimitare almeno quattro diverse cause, distinte ma collegate tra loro.

Il primo e più evidente, ma non necessariamente più importante, motore dell’afflusso di arabismi in italiano deve essere individuato nel fatto che, dall’ottavo alla fine del quindicesimo secolo, delle compagini statuali arabo-islamiche (e berbero-islamiche) governarono, con un’estensione territoriale mutevole, la penisola iberica e, per il periodo dall’827 al 1091, anche la Sicilia. Ovviamente, in quei territori di lingua romanza che si erano trovati sotto il governo diretto degli arabi, l’influenza della lingua araba dovette essere di necessità molto profonda.

In secondo luogo, però, bisogna ricordare che, al di là dello spazio geografico e del lasso cronologico in cui esercitarono un loro dominio effettivo in regioni a prevalente cultura latina, i differenti stati arabi hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nell’intreccio delle reti commerciali che hanno legato le sponde del Mediterraneo durante il medioevo e fino all’era moderna. Perciò, anche i contatti tra i mercanti arabi ed italiani hanno favorito la diffusione nella nostra lingua di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo.

Accanto ai rapporti espressamente mercantili, anche le varie Crociate, la cui organizzazione e realizzazione fu, come tutti ben sanno, il risultato di un complesso di fattori tra i quali, oltre a quelli militari e religiosi, non mancavano quelli economici e commerciali, hanno probabilmente contribuito in maniera non secondaria all’arrivo di termini arabi in Occidente.

Infine, oltre a queste tre vie di trasmissione dei prestiti che possiamo considerare dirette, è necessario menzionare il fatto che un buon numero di parole di origine araba è penetrato in italiano in maniera per così dire indiretta e mediata, attraverso le traduzioni in latino, o, meno spesso, in un qualche volgare italiano, di un gran numero testi filosofici, astronomici, matematici e tecnico-scientifici redatti originariamente in arabo.

Sulla base di questo schizzo storico molto generale possiamo individuare tre vie principali di penetrazione degli arabismi in Italia:

  • i territori che sono stati sotto il governo diretto degli arabi (Sicilia, penisola iberica);
  • le rotte commerciali marittime e terrestri, in particolare quelle che avevano come termine le città marinare;
  • le Università ed i centri di cultura dove si elaboravano i testi e si divulgavano le conoscenze nelle materie tecnico-scientifiche e filosofico-umanistiche.

Parlando più direttamente ed in modo conciso della penisola italiana, si può affermare che la Sicilia, per il suo essere stata sotto il governo diretto di diverse dinastie arabe e berbere, offre un gran numero di arabismi nei dialetti locali, ma non sembra essere stata un veicolo particolarmente importante di prestiti arabi nella lingua nazionale standard.

Pensando proprio all’italiano e non ai dialetti, il ruolo delle città marinare, e soprattutto di Pisa, Genova e Venezia, fu in realtà molto più rilevante di quello svolto dalla Sicilia. Nella maggioranza dei casi è infatti possibile accertare che gli arabismi dell’italiano sono entrati nella nostra lingua standard passando per una o più di queste città, che avevano degli scambi commerciali intensi e continuati con il mondo arabo.

Talvolta, però, non è facile individuare per quale via sia entrato in italiano un termine di origine araba. Così tramite Venezia è giunto forse all’italiano corrente la parola facchino e via Pisa invece è probabilmente arrivato ragazzo. Esiste inoltre un caso in cui la stessa identica parola araba è penetrata in italiano assumendo due forme e significati differenti, perché passata contemporaneamente da due vie di ingresso diverse: così darsena entrata via Genova e Pisa e arsenale arrivata a Venezia derivano in realtà dalla stessa parola araba, dar al-sina‘.

Volendo fornire una classificazione semantica generale dei prestiti arabi, si può dire che essi hanno per lo più un senso concreto, dato che si tratta in massima parte di parole della marineria, della mercanzia, di prodotti oggetto di scambio commerciale, di piante, frutti e di elementi del lessico tecnico, scientifico e matematico. Molto pochi sono invece i nomi astratti, gli aggettivi ed i verbi.

Lungo il percorso seguito dalle singole parole arabe per arrivare fino alla nostra lingua nazionale, hanno ovviamente avuto luogo vari e spesso complessi fenomeni di modificazione fonetica, che hanno cambiato, molto spesso radicalmente, la forma che il vocabolo possedeva originariamente in arabo. Soprattutto sono stati esposti ad una naturale evoluzione fonetica nel passaggio dall’arabo all’italiano i fonemi faringali e faringalizzati, uvulari e laringali della lingua araba: essi sono andati sempre del tutto perduti, data la loro difficoltà di adattamento al sistema fonetico italiano.

Anche semanticamente i prestiti arabi hanno subito molto spesso un’evoluzione, per cui il senso originario della parola araba è stato più o meno fortemente mutato da processi di degradazione semantica o di semplice spostamento di significato.

Si fornisce qui di seguito un elenco delle più comuni parole italiane di origine araba, ordinate per ambiti semantici.

 

LESSICO MILITARE, MARINARESCO E COMMERCIALE

Aguzzino. Dall’arabo al-wazīr, originariamente significante ministro, con degradazione semantica.

Alfiere. Sia nel senso di “portabandiera” che nel senso, da esso derivato di “pezzo del gioco degli scacchi movibile in senso diagonale lungo le caselle di uno stesso colore”. L’etimo è nello spagnolo alférez, che a sua volta viene, in ultima analisi, dal vocabolo arabo al-fīl “elefante” (entrati in arabo dal persiano pīl).

Ammiraglio. La voce ammiraglio trae origine dall’arabo amª°r (comandante, principe, governatore) passato attraverso il grecoamerâs (già in Eginardo, Vita Caroli); sulla specializzazione marinaresca della parola, già Michele Amari affermò che sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni (di qui passata alle altre marine europee).

Ascaro. Soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia direttamente dall’arabo ‘askarī “soldato”, su cui è stato ricostruito il singolare maschile italiano ascaro.

Assassino. Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come “il Veglio della Montagna”. Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.

Cassero. Il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.

Dogana. Dall’arabo diwan(a), libro dove si segnavano le merci in transito.

Facchino. La voce è stata a lungo ritenuta di origine francese. Più persuasiva la soluzione proposta da Pellegrini che fa risalire il termine alla parola araba faqª°h, in origine giureconsulto, teologo, passata poi ad indicare il legale chiamato a dirimere questioni relative alla dogana (accezione questa chiaramente attestata nello Zibaldone da Canal: “tuti quelli che porta ollio in Tonisto [= Tunisi] si lo convien desvasselar e farllo metere in çare e non se può far se lli fachini del fontego de l’oio non è susso per vederllo inçarar”). La degradazione semantica da ufficiale di dogana a portatore di pesi sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe (e effettivamente in un testo latino medievale del Cadore del XVI secolo e in un documento latino medievale di Venezia del 1458 la parola fachinus sembra indicare un mercante), che essi stessi trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle.

Fondaco. Dall’arabo funduq, alloggiamento per mercanti, a sua volta derivato dal sostantivo gr. pandochêion, locanda.

Magazzino. Dalla parola araba di forma plurale makhāzin, depositi.

Ragazzo. E’ una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqa¯sò. Raqqa¯sò, nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana). Da notare che alcune testimonianze latine ( ragaceni, 1408, a Cividale; ragazzini, 1492 a Faenza) non rappresentano un diminutivo, ma il regolare plurale arabo di raqqa¯sò, cioè raqqa¯sòª°n.

Sensale. Dall’arabo simsa¯r, mediatore, derivato a sua volta dal persiano sapsa¯r.

 

INDUMENTI E LESSICO DEL VESTIARIO

Caffet(t)ano. Termine derivato direttamente dall’arabo quftān.

Cremisi. Nelle sue vare accezioni ha la sua origine nell’aggettivo arabo qirmizī “del colore della cocciniglia”, derivato dal vocabolo qirmiz “specie di cocciniglia” (a sua volta dal persiano kirm “verme”),

Gabbana. Parola derivata dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Giubba. Voce che ha la sua origine direttamente nella parola araba ğubba “sottoveste di cotone” di vasta diffusione romanza, ma soprattutto italiana.

Ricamare. Dall’arabo raqama, raqqama “ricamare, tessere una stoffa”, al quale restano fedeli molte varianti antiche e dialettali con rac- iniziale. Le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia, che deve considerarsi il centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille.

Scarlatto. Voce di origine persiano-araba saqirlat “abito tinto di rosso con cocciniglia”, a sua volta formato sul greco dal bizantino sigillátos, ricalcato sul latino (textum) sigillatum.

SUPPELLETTILI

Baldacchino. Dall’arabo bagdādī, aggettivo con il senso di “di Bagdad”, che già in Levante significava tanto una “stoffa preziosa di Bagdad” quanto “ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa”.

Caraffa. Dall’arabo magrebino garrafa “vaso cilindrico di terra cotta con una o due orecchie”: forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, “bottiglia di vetro a grosso ventre”.

Giara. Parola forse entrata in italiano tramite lo spagnolo jarra o, meglio considerata la cronologia, direttamente dalla sua origine, l’arabo ğarra.

materasso. Dall’arabo matrah dalla rad. taraha “gettare”, cioè “luogo dove si getta qualcosa”, ad esempio un “tappeto sul quale coricarsi”. La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia.

Tazza. Dalla parola araba tāsa, giunta in tutto l’occidente verosimilment dai porti del Levante.

Zerbino. G. B. Pellegrini ha per primo riconosciuto l’origine ultima della parola nella voce araba zirbiyy “tappeto, cuscino”, trasmessa all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure.

LESSICO DELL’ARTE

Lacca. Nel senso di “sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale di vari oggetti”, è parola probabilmente derivata dall’arabo lakk, parola entrata in arabo tramite il persiano, e che trova la sua origine nell’indiano laksa.

Ottone. Una delle etimologie proposte ma soggetta a discussione lo riconnete con l’arabo latūn, a sua volta derivato dal turco altun/altın “oro”.

Tarsia. Il termine che indica una “tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore commettendoli secondo un disegno prestabilito” e l’opera ottenuta con tale tecnica”, deriva direttamente dalla voce araba tarsī‘, forma infinitiva del verbo rass‘a “ornare”.

 

ALBERI DA FRUTTO, ORTAGGI, SPEZIE

Albicocco. Dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqu¯q), che significa prugne, susine.

Arancio. Dall’arabo na¯rangÍ, vocabolo di origine persiana. In italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta parte dell’art. (*un narancio > un arancio; la forma narancio è attestata nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad es. a Venezia troviamo naranza).

Carciofo. Dal vocabolo arabo di senso collettivo hursÍu¯f .

Limone. Dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate.

Marzapane. Contemporaneamente ed indipendentemente due studiosi, R. Cardona e G.B. Pellegrini, hanno esattamente individuato nel nome della città indiana di Martaban il punto di partenza della dibattuta storia del termine: l’arabo martaban designò, dapprima, un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente da quella città (cfr. massapanus nel latino medievale della Curia romana, 1337, e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490: Lingua Nostra XV, 1954, 72, poi la confettura di zucchero e spezie, che quello solitamente conteneva (martabana in una lettera da Aleppo, scritta nel 1574 da un mercante veneziano e citata da G.B. Pellegrini).

Zafferano. Voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, forse con un tramite veneziano.

Zagara. Dall’arabo zahra “fiore” e, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale, “fiore d’arancio”.

Zibibbo. Voce diffusasi dall’arabo zabª°b, forse dalla variante fonetica egiziana zibª°b.

LESSICO DELL’ASTRONOMIA E DELLA MATEMATICA

Algebra. E’ voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci col celebre Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo ‘ilm al-gÍabr wa al-muqa¯bala, scienza delle riduzioni e comparazione (opposizione).
Algoritmo. Il termine, che come nome comune indica un procedimento di calcolo, deriva dal nome proprio del matematico al-Khwarizmi, che a sua volta significa nativo del Kwarizm, regione dell’Asia centrale.

Almagesto. Il vocabolo italiano, che significa libro di astronomia, rappresenta la forma araba al-Magisti del titolo dato all’opera astronomica di Tolomeo Megiste Syntaxis Mathematikes.

Almanacco. L’etimo è dall’arabo al-mana¯hŠ, clima, calendario.

Azimut. Termine del lessico astronomico che indica l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione. Deriva dallo spagnolo acimut, a sua volta dall’arabo al-sumut, forma di plurale fratto del singolare samt, strada, erroneamente sentito come parola al singolare.

Come si nota da queste cinque parole, molto spesso, ma meno frequentemente che in spagnolo, la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, cioè con la concrezione dell’articolo determinativo arabo al-.

Cifra. Come per la parola zero l’origine è da ritrovare nell’arabo sòifr, propriamente aggettivo col significato di vuoto (cioè assenza di unità). Anche cifra, infatti, indicava originariamente lo zero e ancora nel 1740 il matematico Guido Grandi oppone cifra (cioè zero) a unità.

Nadir. Dall’arabo nazir, (punto) opposto (allo zenit)

X, segno per indicare l’incognita. In ultima analisi deriva dalla parola araba sÍay’, cosa, la cui lettera iniziale(da pronunciarsi sh, fricativa palatale sorda) era usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra. In spagnolo antico (come ancor oggi in portoghese) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la dell’incognita divenne x. L. Fibonacci nel suoLiber Abbaci seguì questo uso grafico e lo diffuse definitivamente.

Zenit. Il termine deriva dall’arabo samt al-ru’us, direzione delle teste. La parola indica il punto in cui la verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste.

Zero. L’etimologia è dall’arabo sòifr, vuoto, calco sull’aggettivo sanscrito s¢u¯nyá, vuoto, che i matematici indiani, e sul loro esempio poi gli Arabi che trasmisero la parola, col nuovo significato, in Occidente, usavano per indicare lo zero. Leonardo Fibonacci latinizzò tale voce in zephirum, che poi, nelle fonti italiane, diventò zefiro, zefro e quindi zero (documentato dal 1491). Un adattamento della parola araba più vicino all’originale è quello dello spagnolo cifra, italiano cifra (francese chiffre, tedesco Ziffer) col valore di segno numerico.

 

LESSICO DELLA CHIMICA

Alambicco. Dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.

Alcali. In chimica indica i sali di potassio e di sodio. La parola deriva dall’arabo al-qaly, soda.

Alchimia. Attraverso il basso latino chimia, alchimia (forma con l’articolo arabo), scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo al-kimiya¯’, pietra filosofale (a sua volta tratto da una voce copta chama, nero, oppure dal greco chyméia , mescolanza di liquidi).
Alcol. Il vocabolo deriva dall’arabo di Spagna kuhòul, polvere finissima per tingere le sopracciglia, ed aveva originariamente due significati: il primo, più conforme all’etimo arabo, è quello di polvere finissima di solfuro d’antimonio o di solfuro di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia. Poi, gli alchimisti avevano generalizzato il senso della parola in quello di polvere impalpabile. Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato, portando il vocabolo a significare elemento essenziale, nobilissimo; per lui alcohol vini è dunque lo spirito di vino. È molto probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese, ove è attestata dal XVI secolo.

Elisir. In italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti. L’etimo è dall’arabo al-iksir, pietra filosofale efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca. L’origine ultima è infatti il greco xerós, secco.

PAROLE VARIE

Bizzeffe. Nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di “in grande quantità, a iosa”; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf, “molto, in abbondanza” .

Garbo. L’ipotesi più accreditata, anche se non l’unica, è di una derivazione dall’arabo qalib ‘modello’, che spiegherebbe tanto le accez. più ant. (‘forma (dei pezzi di costruzione) di una nave’, attestata tardivamente – 1602, B. Crescenzio – nei testi it., ma molto prima in quelli dial. – come il gen. ga(r)ibu nel sec. XIII: E. G. Parodi in AGI XVI, 1902-05, 141 –, tenuti dal Diz. mar. stranamente separati con doppia e diversa etim.), quanto le forme dial., come il calabr. gálipu (C. Salvioni in SR VI, 1909, 19).

Meschino. Direttamente dall’arabo miskīn (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica) “povero, misero”, documentato in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo.

Scacco. Con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre “arabe”: come quest’ultime anch’esso è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli arabi di Spagna. La parola araba per scacchi è, infatti, di chiara origine indiana (shatranğ o shitranğ, proveniente etimologicamente dal sanscrito čaturanga “formato da quattro membra”, cioè i quattro pezzi del gioco). Essa è testimoniata ancora nelle lingue iberiche: l’antico portoghese acedrenche e il moderno xadrez, lo spagnolo ajedrez. Nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula mista arabo-persiana che segna la conclusione del gioco: shāh māt, cioè “il re è morto, scacco matto”.

Zecca. Direttamente dall’arabo sikka “moneta, conio” e dār al-sikka “zecca”, lett. “casa della moneta”. Zecchino ne è l’aggettivo “(ducato nuovo) di zecca”, e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale.

 

Bibliografia essenziale

  1. Battisti/G. Alessio, Dizionario etimologico italiano (DEI). Firenze, Barbèra, 1950-57
  2. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI). Bologna, Zanichelli, 1979-88 (e successive ristampe)
  3. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Firenze, Le Monnier, 1967
  4. Migliorini, Storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1960
  5. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia. Brescia, Paideia, 1972
  6. B. Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia. Palermo, Centro Studi filologici e linguistici siciliani, 1989
  7. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Bologna, Patron, 1982
  8. Zolli, Le parole straniere. Bologna, Zanichelli, 19912

FONTE:
http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml

APPROFONDISCI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/arabismi_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

Perché si dice ‘Cuor di Leone’?

Quali sono le radici di questa diffusa figura retorica? Acqua cheta; ambasciator non porta pena; avere in odio […] come il diavolo l’acqua santa; carità […] pelosa; dar un colpo al cerchio e uno alla botte; del senno di poi (ne) son piene le fosse; fare uno sproposito; il diavolo non è brutto quanto si dipinge; indovinala grillo; madonnina infilzata; mettere gli occhi addosso a qualcuno; politiconi; quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello; raddrizzare le gambe ai cani; il sugo della storia; vedere la mala parata. Queste, assieme a cuor di leone, per descrivere Don Abbondio, sono solo alcune delle espressioni utilizzate da Manzoni, ed entrate ormai nell’uso comune.

Per quanto riguarda ‘cuor di leone’, il riferimento è storico. Riccardo Cuor di Leone è stato re d’Inghilterra dal 1189 al 1199, ed è stato descritto come un personaggio crudele e violento, un figlio sleale, un pessimo sovrano, un crociato fallimentare, un vizioso e un temerario, che andò a morire scioccamente in un assedio senza importanza. Ma Riccardo Cuor di Leone è stato descritto anche -e nel nostro immaginario è questa la formula che sostanzialmente prevale- come un principe splendido e valoroso, un grande stratega, un modello e uno specchio di cavalleria, una leggenda.

Il punto sta proprio qui: Riccardo è stato descritto. Moltissimo.

Di conseguenza, occuparsi della sua figura storica significa prima di tutto ascoltare un coro di voci narranti che giudicano, spiegano, inventano e spettegolano a proposito del sovrano e della sua bizzarra, affascinante famiglia, introducendo nel quadro personaggi quali Eleonora d’Aquitania e Saladino, Guglielmo il Maresciallo e re Artú.

Per saperne di più, Jean Flori, nel suo Riccardo Cuor di Leone, ci accompagna in questo avventuroso viaggio che non si esaurisce nella ricerca di una concreta personalità, che sarebbe velleitario pretendere di trovare a distanza di così tanti secoli, ma mira piuttosto a enucleare le motivazioni e il vero e proprio calcolo che contribuirono a promuovere quell’immagine di re cavaliere che è giunta fino a noi.
Un’immagine che Riccardo aiutò in prima persona a costruire, curando con attenzione la regia delle proprie gesta e proponendosi come una sorta di portabandiera della trasformazione sociale e culturale che coinvolse l’Occidente sullo scorcio del secolo XII, il secolo che «inventò» l’amor cortese e che, tra il fragore delle continue battaglie e il canto dei trovatori, propagandò l’etica e gli ideali dell’ordine cavalleresco.

Ancora una volta, la lingua è motivo di riflessione storico-culturale.

 

FONTI:
Riccardo Cuor di Leone. Il re cavaliere, Flori Jean, Einaudi

http://www.einaudi.it/libri/libro/jean-flori/riccardo-cuor-di-leone/978880615513

http://www.treccani.it/enciclopedia/manzonismi_(Enciclopedia_dell'Italiano)/

GUARDA LA PUNTATA SU RAI STORIA:

http://www.raistoria.rai.it/articoli/riccardo-cuor-di-leone/24702/default.aspx 

ALTRO:

http://www.treccani.it/enciclopedia/riccardo-cuor-di-leone_(Enciclopedia_dei_ragazzi)/

From North to South. How Many Italies?

150 years have passed since Italy’s unification, but the positive image of the unity is certainly not without its darker corners. The country faces several challenges and opportunities. Moreover, many of these challenges and opportunities are both framed and manifested geographically. From the persistence of ‘la questione Meridionale‘ to a politics ‘dopo Berlusconi’ (after Berlusconi), geography figures prominently in the past, present and future of Italy. Through a tour of Italy’s social, economic and political geographies, the realities and myths behind Italian “unification” are explored and framed as ongoing, if not necessary, tensions between local, regional, national and global interests and processes. Whether or not and how such forces are unique to Italy is open to debate, as is the notion of a truly unified Italy, or any other country for that matter. What is clear is that the ways in which Italy and Italians respond to and mediate contemporary social, economic and political forces will serve to reshape and re-unify the country in new and important ways that are quite distinct from the past.

What does it mean?

  • Terroni

“The word ‘terrone’ is an offensive term used by people in northern Italy in order to describe those from southern Italy… etymologically it is tied to the term ‘terra (dirt, land)…[thus] it is often associated with that type of person who is ignorant, uneducated, lazy, unwilling to work, rude, and of poor hygiene… [indeed] an Italian court judged that it is a derogatory an offensive term [which carries legal consequences when used to insult a person]” 

  • Polentoni

“Polentone’ is an offensive term used by people in southern Italy in order to describe those from northern Italy. With an etymology tied to the term ‘polenta (cornmeal). Not dissimilar to terrone, polentone is often associate with that type of person who is ignorant, uneducated, and of poor hygiene usually suffering of pellagra, a vitamin B3 deficiency.”

 

Pino Aprile, Terroni. All That Has Been Done To Ensure That The Italians of The South Became “Southerners”*

This book  is a well-documented, courageous description of what the Italians did to themselves and why 150 years after the Unification of Italy the differences between the North and the South are even more accentuated. This inequality has left an indelible mark. Those of us who believe that this was due to a purely geographical factor must now reconsider this notion, along with those who hold the incorrect belief that the South of Italy is the poorer and more backward part of our country. What were the real factors that created this diversity? With what awareness did they perpetrate their own ideals in order to gain more profit? Who rendered a part of our society so submissive and often fearful?

This is a work that analyzes the sociopolitical changes of a nation, and that is not afraid to unveil all of those uncomfortable truths that even the history books have so often refused to print.

Lorenzo Del Boca, Polentoni. How And Why The North Was Betrayed

“Italy today is paying the price for the accepted terms of payment in the hasty construction of the unified state. The result was a nation put together hurriedly and with an imposed institutional framework that it borrowed from France, which had to its credit however, centuries worth of historical background as a unified state.”

Lorenzo Del Boca makes his contribution to the copious amount of literature which flood the shelves of our book stores on the occasion of the 150th anniversary of the Unity of Italy.

After Indietro Savoia! and Maledetti Savoia, which are the foundation of his personal historical reconstruction of the Risorgimento, the journalist has released Polentoni in which he concentrates his research on that part of Italy that – according to him – benefited the least from the Unification: the North.

*The book Terroni. All That Has Been Done To Ensure That The Italians of The South Became “Southerners” has recently been translated into English thanks to funding provided by ILICA.

 

From North to South, with Beauty

 

MORE:

http://www.economist.com/node/14214871

http://www.italymagazine.com/italy/north-south-gap-getting-worse-italy

TAKE IT EASY:

http://rickzullo.com/regional-differences-in-italy/

SOURCES:

http://www.ilicait.org/

http://www.itanes.org/

http://www.i-italy.org/