La Dolce Lingua

Home » Traduzione

Category Archives: Traduzione

Messaggiare fa Male alla Lingua?

David Crystal, accademico e scrittore inglese, fautore, tra le altre cose, di un nuovo campo di studi, “Internet Linguistics”, in un’interessante e divertente intervista su YouTube, è determinato a sfatare alcuni miti sulla tecnologia, la quale, secondo molti, starebbe irrimediabilmente danneggiando la lingua.

‘Ecco i miti. Primo: ‘sono soltanto i giovani a scrivere i messaggi’. Secondo: ‘i giovani riempiano i messaggi di abbreviazioni, scrivano messaggi interamente abbreviati’. Terzo:  ‘le abbreviazioni sono state inventate dai giovani, sono una cosa moderna’. Quarto: ‘i ragazzi omettono delle lettere quando scrivono, quindi non sanno scrivere.’ Quinto: ‘dato che non sanno scrivere,  mettono tutte queste cose nei temi e negli esami, quindi stiamo tirando su una generazione totalmente analfabeta’.

Ognuna di queste affermazioni è un’accozzaglia di stupidaggini.

Il primo punto: ‘solo i giovani scrivono i messaggi’. Non proprio. Oggi ci sono circa 3 miliardi di cellulari al mondo. Oggi, metà della popolazione mondiale ha un cellulare. 2/3 di coloro che hanno un cellulare manda messaggi, e l’80% è adulto, non giovane.

Ora, per quanto riguarda il punto ‘i giovani non sanno scrivere’. Bene, raccogliendo numerosi campioni di testo e contando tutte le abbreviazioni presenti, si riscontra che solo il 10% delle parole è abbreviato. Questo sta a significare che la maggior parte delle parole è scritta in lingua standard, e che i giovani, la maggior parte delle volte, non commettono errori di scrittura.

Secondo: andando indietro di centinaia di anni, si trovano abbreviazioni come COS, per Consul. La regina Vittoria le usava, Luigi Carlo di Borbone le usava.

Terzo: ‘I giovani non sanno scrivere perché omettono alcune lettere’. Perché omettono delle lettere? Perché è alla moda omettere le lettere. Ma innanzitutto si deve sapere che una lettera c’è, per poterla omettere!

In generale, tutti sono d’accordo con l’idea che saper leggere e scrivere sia importante. E credo anche che in molti siano d’accordo con l’idea che il miglior mezzo per imparare a leggere e scrivere sia la pratica. Più leggi e scrivi, più impari. E qui entra in gioco la tecnologia, che fornisce sorprendenti opportunità di fare pratica: è vero che avviene tutto tramite telefono, è vero che ci sono solo 150 caratteri, ma si tratta pur sempre di praticare la lettura e la scrittura. E non è una sorpresa che tutte le più recenti ricerche svolte negli ultimi anni dimostrano che più si scrivono messaggi, più migliorano le capacità di leggere e scrivere. E prima si inizia ad utilizzare il cellulare, prima si impara a leggere e scrivere.

Certamente può capitare che a volte i giovani commettano errori di scrittura nei loro messaggi, ma questo accade anche in altri contesti.

Vado a fare visita alle scuole piuttosto spesso, parlo con i ragazzi e chiedo loro: “Useresti le abbreviazioni in altre circostanze, oltre quella degli SMS?”. Mi guardano come se fossi completamente pazzo, mi dicono: “Ma certo che no, saremmo stupidi a farlo, prenderemmo dei voti bassi”. Che ci crediate o no, i ragazzi sono intelligenti!

La messaggistica potrebbe sicuramente influenzare il nostro comportamento, da un punto di vista sociale. Ecco: che influenzi la nostra socialità è una questione, ma dubito fortemente che stia causando il deterioramento della lingua.

 

Traduzione dell’intervista ‘David Crystal on Texting, It’s Only a Theory’

Intervista al professore Edoardo Lombardi Vallauri

Bab.la: un portale linguistico

Il web in soccorso ai traduttori

Vocabolario delle parole desuete

Tante volte si dice che per imparare bene una lingua occorre vivere in quel paese, perché è l’occasione per capire meglio i vocaboli che si utilizzano, approfondire la cultura e sviluppare quei meccanismi logici che ci permettono di esprimerci senza errori. Tante persone, infatti, mosse da quest’idea partono e vanno in qualche paese straniero, soggiornando almeno per qualche mese, per sviluppare o per perfezionare le proprie conoscenze linguistiche.

Bab.la non vuole soltanto essere una sorta di Bab.laalternativa a chi non può trasferirsi all’estero per qualche periodo, è qualcosa di più. Non è propriamente un vocabolario, né solo un corso di lingua. È un portale linguistico rivolto a chi ama le lingue, sviluppato da Andreas Schroeter e Patrick Uecker. C’è il dizionario online (in 24 lingue) però il progetto è quello di superare la traduzione letterale delle parole: in sostanza si vuole cercare di offrire la migliore traduzione per comunicare correttamente…

View original post 180 altre parole

Just Human

 

Human race feels, loves, hates.What human race does is

to ignore the power of life.

We, capable of great things, too often

insult our souls

in tears and fears.

How silly we are, lost in the desert

of the unknown, worrying

about the future, busy in creating theories

about God, Pain, Memory, and Fault.

Yet admiring the shade

of a daisy

under the frown of an old weeping pillow

you feel far from being adult

and shadows vanish from your chest

relieving your thoughts, taking you back home.

Bombs and hatred

and prejudice; one side to the human’s masterpiece.

Variety of passions in a reality of chaos

where we all feel lonesome and lost.

How can we waste it all?

Metropolis distances the people

locked in their own little dreary world

forgetting the comforting treasure

of being all

on the same boat.

 

La razza umana sente, ama, odia.La razza umana ignora

il potere della vita.

Capaci di grandi cose, troppo spesso

insultiamo le nostre anime

con lacrime e paure.

Com’è sciocco vagare smarriti nel deserto

dell’ignoto, tessere con angoscia

il futuro, generare teorie

su Dio, Sofferenza, Colpa.

Eppure, ammirando l’ombra

d’un trifoglio

sotto la nostalgica chioma d’un salice

sentirsi molto lontani dall’essere adulti.

Le ombre svaniscono dal petto

i pensieri più dolci riportano a casa.

Bombe e odio

e pregiudizi; capolavoro umano

prisma di passioni in realtà labili

ove ciascuno è solo e perduto

e poi come una bestia, sbrindella tutto.

La metropoli distanzia le persone.

Racchiusi in mondi desolati

dimentichiamo la confortante certezza

del trovarci tutti

sulla stessa barca.

 

Teti Musmeci

This is an original work of authorship, please mention the source

 

Lingua e Realtà

Il pensiero e il linguaggio sono in stretta connessione, e si influenzano moltissimo a vicenda. Come scrisse Wilhelm von Humbdolt[1], il linguaggio è la vera condizione di tutte le attività intellettuali,  è «l’organo formativo del pensiero»[2].

La lingua innerva[3] la nostra vita, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali. È force de intercorse[4], condizione che ci permette di aprirci alla conoscenza di nuove lingue e di nuove genti e modi di intendere la realtà.

Studiando la lingua di un popolo,  non solo è possibile indagare il modo di pensare e la cultura di una limitata porzione di persone, bensì è possibile comprendere la natura del genere umano nella sua interezza, esplorandone gli aspetti meno manifesti.

Comprendere l’uomo è comprendere il linguaggio, e viceversa. Ogni lingua, infatti, organizza il mondo in una certa misura a modo suo, ponendosi come mediatrice fra la realtà e l’idea che noi ci facciamo di essa.[5]

La neve, ad esempio, non è uguale per tutti. O almeno, non è univoco il significato, il valore, l’immagine che noi attribuiamo alla parola neve. Franz Boas[6], uno dei fondatori dell’antropologia americana, facendo ricerche sugli abitanti delle estreme latitudini settentrionali,  notò che in Inuktitut[7], la lingua parlata dagli esquimesi,  la neve  che si trova sul terreno è aput quella che sta cadendo si chiama qana, quella portata dal vento piqsirpoq, quella che scende sotto forma di valanga quimuqsuq.

[8] Questo significa che se una popolazione  vive a latitudini polari, circondata quasi solo da ghiacci e nevi perenni, percepirà come molto importanti le distinzioni tra certe entità che per altre popolazioni non sono altro che diversi tipi di una sola cosa: la neve. Dunque, in termini relativistici, il linguaggio è il riflesso della percezione di una data realtà e, inversamente,  il linguaggio stesso  influenza il modo in cui conosciamo il mondo[9].

Ogni lingua è una concezione del mondo integrale, e non solo un vestito che faccia indifferentemente la forma ad ogni contenuto, scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni[1], dove appunto attribuiva al linguaggio una funzione conoscitiva in quanto «prodotto sociale», espressione culturale di un popolo.[2]

Per un italiano, il legno, inteso come materiale, è diverso dalla legna, ed entrambi sono diversi dal bosco. Ma per un francese, le tre cose sono manifestazioni diverse di una stessa «essenza»: bois.

All’inverso, per un italiano, la propria materia muscolare e quella che si trova sotto forma di gelatina nelle scatolette della Simmenthal, sono la stessa cosa: carne; mentre per un francese o per un inglese si tratta di cose nettamente diverse: la carne da mangiare, in francese, è viande, e in inglese meat; mentre quella viva e umana è rispettivamente chair e flesh. Sarebbe strano, nonché  macabro, se un inglese affermasse di avere voglia di una scatoletta di flesh piuttosto che di meat, dato che in questo modo farebbe riferimento alla carne, sì, ma quella umana.

Gli antichi romani, curiosamente, pur vivendo in un mondo la cui varietà cromatica somigliava molto alla nostra, avevano suddiviso alcuni colori in modo diverso. Infatti, il latino, per designare il nero, aveva due nomi diversi: uno per il nero scuro e brillante (niger), l’altro per il nero scuro e poco lucente (ater). Lo stesso avveniva per il bianco brillante (candidus) e quello opaco (albus). La lingua, da allora, si è permessa di cambiare, anche se la realtà è rimasta la stessa.[3]

Inversamente, se per noi bambino e ragazzo sono due concetti diversi, è perché abbiano due parole per designarli. I latini usavano per lo più una sola parola: puer; così, in qualche modo, si uniformavano concettualmente le due fasi giovanili, che per noi sono invece nettamente distinte.

Oltre a ripartire e definire la realtà, le lingue creano anche concetti ex novo. Libertà, nostalgia, angoscia, fede: tutti concetti che non preesistono al linguaggio.

 

 

NOTE E FONTI:

[1] Quaderno 11, 1932-1933 in Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975, p. 1967)

[2] Historia Magistra, Antonella Afostino

[3] Edoardo Lombardi Vallauri, La linguistica. In pratica.

[4] Edward Sapir. La posizione della linguistica come scienza, in Cultura, linguaggio e personalità, Torino, Einaudi, 1988, p.58

[1] Uomo di stato, filosofo, linguista e letterato (Potsdam 1767 – Tegel, Berlino, 1835).

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/wilhelm-von-humboldt_(Dizionario-di-filosofia)/

[3] Tullio De Mauro

http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/09691e17-83a1-4946-a912-d99f544b8d3d/ANNALI05062006.pdf

[4] Forza di interscambio, Ferdinand de Saussure

[5] Edoardo Lombardi Vallauri, La linguistica. In pratica.

[6] Antropologo e etnologo tedesco-americano, nato a Minden (Vestfalia) nel 1858.

[7] http://www.omniglot.com/writing/inuktitut.htm

La pace sconfitta dalla grammatica…

Quando la Grammatica è cruciale

Lo sapevi che?

La “Risoluzione 242” fu votata il 22 novembre 1967 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Proposta dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, un conflitto che vide Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, questa risoluzione fu creata con l’obbiettivo di portare un lungo periodo di pace in Medio Oriente. Per permettere che ciò avvenisse, Israele fu costretto ad abbandonare ogni territorio occupato durante il conflitto ed i Paesi arabi a cessare ogni attività terroristica contro lo stato di Israele. Con tale Risoluzione, la comunità internazionale credeva di aver gettato le basi per l’inizio di un rapporto più pacifico tra Israele ed i Paesi arabi, ma non fu così. Infatti, di lì a poco, i contendenti ricominciarono ad armarsi con conseguenze che ancora oggi perdurano.

Uno dei motivi del fallimento della Risoluzione 242 è una differenza linguistica tra la versione inglese e quella…

View original post 215 altre parole

La Religione degli Spiriti Deboli

Non sono superstizioso. Nessun uomo intelligente è superstizioso. Dato che, oltre ad essere un uomo molto intelligente, sono dotato di una forte personalità, di una grande cultura e di una enorme carica sessuale  (sebbene faccia il possibile per nasconderlo), non sono superstizioso. Troppe legioni di uomini nobili hanno combattuto valorosamente con le armi della ragione contro le tenebre dell’oscurantismo per venirmene io, adesso, senza arte né parte, solo perché ne ho voglia, ignori la loro incredibile impresa titanica e mi metta a fare il superstizioso. Neanche per sogno: sarebbe crudele, sarebbe indegno, sarebbe un atto di una vigliaccheria senza limiti. Inoltre ho letto Voltaire, che nel suo Dizionario Filosofico dice che la superstizione dà fuoco al mondo (mentre la filosofia lo spegne), ed Edmund Burke, che nelle sue Riflessioni sulla rivoluzione in Francia afferma che la superstizione è la religione degli spiriti deboli; invece ho smesso per sempre di leggere Goethe dopo avere letto nelle sue Massime e Riflessioni che la religione è la poesia della vita.

Ma torniamo al punto: non sono superstizioso. Questo ovviamente non significa che non prenda le mie precauzioni; sono audace, sì, non temerario. Così, prima di mettermi a scrivere, ogni mattina, mi faccio il segno della croce, recito cinque avemarie, sei padrenostri, sette mea culpa e otto angelus. Funziona sempre. Purché, s’intende, subito dopo mi metta ad imitare per cinque minuti consecutivi Jake LaMotta. Tutti voi ricorderete l’inizio (penso sia l’inizio) di Toro scatenato, quando Robert de Niro (alias Jake LaMotta), un pugile vecchio, grasso, ormai finito, con un abito elegante, un enorme sigaro in bocca, e lanciando pugni in aria davanti ad uno specchio, ripete senza sosta: “Sono il più forte, il più forte, il più forte” etc.  È un esercizio lungo e complicato, ma quando arriva il momento di scrivere, sono talmente esausto che le frasi vengono da sé.

Prendo anche altre precauzioni. Ma una volta tanto non vi annoierò con le mie cose; è meglio che vi racconti una storia. La protagonista della storia è la mia amica Anna C., una bella donna, intelligente e separata.

L’estate scorsa, un’impresa coreana le propone di presentarsi a delle selezioni per un ottimo posto di lavoro. La mia amica non ci pensa due volte: ci sono molti candidati al posto, ma lei riesce a superare tutte le selezioni, arrivando alla fine come unica candidata. È fatta: manca solo un colloquio formale con il capo coreano dell’azienda, a Madrid. Il giorno del colloquio si trova le sue sorelle all’aeroporto, venute per farle una sorpresa e accompagnarla nel suo trionfale viaggio dicendole che è la più forte, più forte, più forte, etc.; salendo sull’aereo, una hostess le dà il giornale La Vanguardia e la mia amica, che non legge mai l’oroscopo, quel giorno legge: “Possibili tensioni con le persone a voi vicine, sorelle o zie. Giorno NO per gli accordi. Evitate colloqui importanti.”. Voi non credete mai a ciò che vi dico, ma io dico sempre la verità: controllate su La Vanguardia del martedì 7 Agosto 2007. La mia amica si fa una grassa risata che rimbomba per tutto l’aereo. Non solo, si mettono a ridere anche le sue sorelle; il colloquio con il coreano si rivela un successo: trovano da subito un’intesa, parlano molto più a lungo del previsto, si trovano sulla stessa lunghezza d’onda. Una settimana dopo, la mia amica viene a sapere che non ha ottenuto il posto.

Dall’estate scorsa, leggo tutti gli oroscopi di tutti i giornali e di tutte le riviste, così mi tengo ben informato e agisco di conseguenza; a volte, è vero, la cosa si fa complicata, soprattutto quando un oroscopo dice una cosa e l’altro dice esattamente il contrario, cosa che succede quasi tutti i giorni provocando violenti ingorghi che a loro volta provocano il violento desiderio di bersi un litro di olio di ricino per liberarsi dell’intoppo. E, quanto a voi, datemi retta, imitate il mio esempio, per quanto possibile, imitate Jake LaMotta, leggete l’oroscopo, fate quello che vi pare, ma non siate deboli. E soprattutto: non passate una sola domenica senza leggere questa rubrica. Porta male.

Javier Cercas

  • Articolo in lingua originale:

http://elpais.com/diario/2008/06/01/eps/1212301608_850215.html

Traduzione a riproduzione riservata, prego citarne la fonte

La Tipica Smania Spagnola di Fare a Pezzi Tutto

In Spagna non ci sono troppe cose che vanno bene,  e di certo gli spagnoli d’oggi sono pronti a fare a pezzi le poche che non vanno male. I principali responsabili, con il potere di cui dispongono e che esercitano con criminosa iperattività, sono i politici, seguiti da organismi, associazioni e commissioni ufficiali.  Ci si domanda, alle volte, se sia nato prima l’uovo o la gallina, ovvero se soltanto i più idioti, corrotti e mentecatti raggiungano posizioni di responsabilità, o se tutti quanti, una volta raggiunta una posizione di responsabilità, si trasformino in idioti, mentecatti e corrotti (sì, sì, lo so, c’è sempre un’eccezione alla regola o due).

Una tra le cose che andavano bene in questo Paese era che l’inno nazionale non avesse un testo. Il bello della musica è che non ha un significato manifesto e che, per così dire, permette all’ascoltatore –qualora avesse voglia di farlo- di conferirle il significato che preferisce. Questa è una delle ragioni per cui credo che la musica sia superiore alla letteratura, e senz’altro superiore a tutte le arti: non dice né spiega, a differenza della poesia e del romanzo, non mostra né indica, a differenza della pittura e della scultura, e, in tal senso, è molto più neutra e libera, e meno “impositiva”. Il fatto che la Marcha de Granaderos, trasformata in inno spagnolo nel XVIII secolo, non ‘dicesse’ niente, mi è sempre parso qualcosa di cui compiacersi. Il suo non dire conferiva una certa sobrietà a ciò che si trova per principio in contrasto (l’esaltazione nazionale), così facendo ci risparmiavamo una serie di boiate più o meno patriottiche, che poi è quello che sfortunatamente fanno i cittadini della maggior parte dei Paesi.

Ma adesso, nel modo più stupido e frivolo, rischiamo che venga dato un testo al nostro inno, e per di più una porcheria. Il Comitato Olimpico Spagnolo, composto senza dubbio da gente scarsamente illuminata, ha provato invidia nei confronti di sportivi e tifosi delle altre nazioni, che cantano come energumeni durante le gare internazionali. Senza pensarci due volte, ha incaricato la Società Generale degli Autori, gestita da gente ancor meno illuminata, di indire un concorso in cui pare che siano stati presentati circa settemila poemetti idioti.  Se mi permetto di giudicarli tali, è con cognizione di causa: se lo pseudotesto vincitore è una completa idiozia, pacchiana, senza metrica, priva di qualità letteraria, di cattivo gusto e misera, non voglio immaginare come saranno gli altri. Per il risultato, ad ogni modo, non biasimo tanto l’autore quanto gli organizzatori di questa cosa, e l’ignobile “giuria di esperti” che se n’è uscita fuori con questa porcheria. Non so come a questi “esperti” non venga voglia di scomparire per la vergogna, innanzitutto per essersi prestati alla farsa, e poi per aver proposto un vincitore simile. Una gran bella figura.

Io ho paura che, in questa epoca di fretta e fatti ‘precotti’, la cosa diverrà inarrestabile, sia che il Congresso proclami il testo ufficiale, un giorno, sia che non lo faccia. Mentre leggerete questo, l’onnipresente tenore Plácido Domingo –curioso che non abbia accettato, lui, schivo a qualsiasi forma di protagonismo- avrà già cantato per la prima volta le repellenti strofe durante una partita di calcio, purché non si tiri indietro all’ultimo momento. E se si uniranno i giocatori e parte del pubblico, non ci sarà nessuno a arrestare l’orribile ondata di stonature che -Santo Cielo- ha inizio con un “Viva Epaña”, dettato dalla più sentita tradizione franchista. E da lì saranno tanti gli spagnoli come me che scompariranno per la vergogna ogni volta che si intonerà –si fa per dire- la schifezza, dal momento che fino ad ora abbiamo potuto ascoltare la Marcha de Granaderos con serenità, senza tremiti di imbarazzo.

Si giustificano asserendo che l’inno della maggior parte degli altri Paesi ha un testo. Fatti loro…In ogni caso, quello britannico, francese, tedesco o italiano sono ormai antichi e dunque antiquati e dunque innocui e dunque si cantano per inerzia o per abitudine, ed è come se, a forza di ripeterli, avessero quasi perso il loro significato. E quindi, essendosi ormai trasformati in una cantilena retorica, in una formalità piuttosto inoffensiva, nessuno accetterebbe di spezzare la tradizione, modificando o eliminando i suddetti testi. Ciò che né il Comitato Olimpico Spagnolo, né la tremenda giuria, né Plácido il timido hanno tenuto in considerazione, è che la nostra tradizione risiede proprio nel fatto che il nostro inno non ha un testo, e romperla risulterebbe tanto indecente quanto lo sarebbe privare gli anzidetti inni dei rispettivi testi. Così, chi pensa che un inno debba essere cantato, non solo è in errore (andiamo avanti senza cantarlo da più di due secoli), ma mostra una totale mancanza di rispetto per la già venerabile Marcha, che afferma di volere omaggiare e valorizzare. Piuttosto, l’impressione è che abbiano pensato: “Cosa è rimasto in Spagna che non va male e che possiamo ancora fare a pezzi?”.

Javier Marías

  • Articolo in lingua originale:

http://elpais.com/diario/2008/01/27/eps/1201418817_850215.html

Traduzione a riproduzione riservata, prego citarne la fonte