La Dolce Lingua

Splatter, tuxedo, tight, golf. Attenzione al mutamento semantico!

Pensate un attimo a quante parole inglesi utilizzate ogni giorno. Se avete difficoltà, pensate ad internet, ed il gioco è fatto: computer, account, e-mail, blog, chat, cookie, smartphone, desktop, file, floppy, PDF, scanner, Word. E poi ancora: killer, snob, business, punk, rock, jeans, outing, mobbing, hacker, overdose, shampoo. Ma fermiamoci qui, il concetto è chiaro.

Insomma, scommetto che neanche il più estremista dei puristi riuscirebbe a fare a meno di certi anglicismi.

Secondo alcuni si tratta di termini che si sono andati illegittimamente ad infiltrare nella nostra parlata, secondo altri sono semplicemente andati ad arricchire il nostro vocabolario.

Ad ogni modo, l’utilizzo di parole inglesi è un fenomeno divagante e pieno di sorprese. ‘Se c’è una cosa che non sopporto, sono i film splatter‘, ‘Preferisco i boxer agli slip‘, ‘Giochiamo a flipper!’. Tutte frasi normali, che non desterebbero alcun dubbio. Se non fosse per il fatto che, in verità, splatter, in inglese, significa schizzo, il boxer non è un paio di mutande ma un pugile, e flipper significa pinna. Per non parlare del fatto che lo smoking non è affatto un completo elegante maschile (che sarebbe invece il tuxedo), ma un qualsiasi cibo affumicato. Dunque, affermare ingenuamente e con una certa baldanza: ‘I’m wearing my brand new smoking suit’ verrebbe inteso dal parlante nativo come una cosa del tipo: ‘Indosso il mio completo affumicato, nuovo di zecca’. Facile immaginare la reazione del madrelingua anglofono.

Un effetto simile avrebbe la frase: ‘Ho comprato un tight per questa occasione’, che verrebbe inteso come: ‘Ho comprato un paio di collant per questa occasione’, un’affermazione che potrebbe suscitare molta ilarità, dato che il tight, inteso all’italiana, è un indumento squisitamente maschile…

Il golf , poi, non è affatto un maglione ma uno sport, così come lo scotch non è il nastro adesivo, ma una bevanda tipicamente scozzese, non adatta ai bambini.

Si tratta di un fenomeno che in linguistica viene definito come ‘mutamento semantico’. Fin qui nulla di strano, è un meccanismo che avviene continuamente, in ogni lingua, da molto tempo. Interessante sarebbe però capirne i motivi, così come sarebbe importante conoscere il doppio significato degli anglicismi, specialmente quando li utilizziamo con un interlocutore di madrelingua inglese, giusto per evitare piccoli e grandi fraintendimenti, potenzialmente molto imbarazzanti!

a cura di Teti Musmeci

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Messaggiare fa Male alla Lingua?

David Crystal, accademico e scrittore inglese, fautore, tra le altre cose, di un nuovo campo di studi, “Internet Linguistics”, in un’interessante e divertente intervista su YouTube, è determinato a sfatare alcuni miti sulla tecnologia, la quale, secondo molti, starebbe irrimediabilmente danneggiando la lingua.

‘Ecco i miti. Primo: ‘sono soltanto i giovani a scrivere i messaggi’. Secondo: ‘i giovani riempiano i messaggi di abbreviazioni, scrivano messaggi interamente abbreviati’. Terzo:  ‘le abbreviazioni sono state inventate dai giovani, sono una cosa moderna’. Quarto: ‘i ragazzi omettono delle lettere quando scrivono, quindi non sanno scrivere.’ Quinto: ‘dato che non sanno scrivere,  mettono tutte queste cose nei temi e negli esami, quindi stiamo tirando su una generazione totalmente analfabeta’.

Ognuna di queste affermazioni è un’accozzaglia di stupidaggini.

Il primo punto: ‘solo i giovani scrivono i messaggi’. Non proprio. Oggi ci sono circa 3 miliardi di cellulari al mondo. Oggi, metà della popolazione mondiale ha un cellulare. 2/3 di coloro che hanno un cellulare manda messaggi, e l’80% è adulto, non giovane.

Ora, per quanto riguarda il punto ‘i giovani non sanno scrivere’. Bene, raccogliendo numerosi campioni di testo e contando tutte le abbreviazioni presenti, si riscontra che solo il 10% delle parole è abbreviato. Questo sta a significare che la maggior parte delle parole è scritta in lingua standard, e che i giovani, la maggior parte delle volte, non commettono errori di scrittura.

Secondo: andando indietro di centinaia di anni, si trovano abbreviazioni come COS, per Consul. La regina Vittoria le usava, Luigi Carlo di Borbone le usava.

Terzo: ‘I giovani non sanno scrivere perché omettono alcune lettere’. Perché omettono delle lettere? Perché è alla moda omettere le lettere. Ma innanzitutto si deve sapere che una lettera c’è, per poterla omettere!

In generale, tutti sono d’accordo con l’idea che saper leggere e scrivere sia importante. E credo anche che in molti siano d’accordo con l’idea che il miglior mezzo per imparare a leggere e scrivere sia la pratica. Più leggi e scrivi, più impari. E qui entra in gioco la tecnologia, che fornisce sorprendenti opportunità di fare pratica: è vero che avviene tutto tramite telefono, è vero che ci sono solo 150 caratteri, ma si tratta pur sempre di praticare la lettura e la scrittura. E non è una sorpresa che tutte le più recenti ricerche svolte negli ultimi anni dimostrano che più si scrivono messaggi, più migliorano le capacità di leggere e scrivere. E prima si inizia ad utilizzare il cellulare, prima si impara a leggere e scrivere.

Certamente può capitare che a volte i giovani commettano errori di scrittura nei loro messaggi, ma questo accade anche in altri contesti.

Vado a fare visita alle scuole piuttosto spesso, parlo con i ragazzi e chiedo loro: “Useresti le abbreviazioni in altre circostanze, oltre quella degli SMS?”. Mi guardano come se fossi completamente pazzo, mi dicono: “Ma certo che no, saremmo stupidi a farlo, prenderemmo dei voti bassi”. Che ci crediate o no, i ragazzi sono intelligenti!

La messaggistica potrebbe sicuramente influenzare il nostro comportamento, da un punto di vista sociale. Ecco: che influenzi la nostra socialità è una questione, ma dubito fortemente che stia causando il deterioramento della lingua.

 

Traduzione dell’intervista ‘David Crystal on Texting, It’s Only a Theory’

Intervista al professore Edoardo Lombardi Vallauri

CNN: L’Italiano l’Accento più Sensuale

Tu cosa scegli? Gli accenti più sensuali secondo la CNN

Si stima che al mondo ci siano circa 7,000 lingue.

Questo significa che esistono circa 7,000 modi diversi di masticare maldestramente la lingua inglese, o di renderla più sensuale.

Certo è che nessun accento risulta sensuale se è talmente marcato da non permetterti di capire mezza parola.

Quindi, non tutti gli accenti sono uguali.

Tutto questo ci ha portati a discutere su quale accento ci piacesse di più, e abbiamo deciso di chiedere anche a voi quale fosse il vostro accento preferito -il sondaggio su Facebooklink on.fb.me/1wHkW0y.)

Ecco una lista degli accenti più sexy che abbiamo raccolto attraverso metodi assolutamente antiscientifici… (…)

13. Argentino

Parlanti famosi: Fernando Lamas, Gabriela Sabatini

Un rifugio storico per spagnoli, italiani e tedeschi, il crogiolo iperlibidinoso sudameuropeo dell’Argentina ha generato una sonorità orgogliosa e impermalita.

(..)

Assomiglia a: una chitarra accordata in sol, strimpellata dalla zampa di un agnello.

12. Tailandese

Parlanti famosi: Tony Jaa, Araya ‘Chompoo’ Hargate

Con cinque toni che caratterizzano la loro lingua nativa, i trafficanti di questo spesso fragile accento trasformano qualsiasi lingua in un cinguettio seduttivo.

(…)

Assomiglia a: un Karaoke vietato ai minori

11. Trinidadiano

Parlanti famosi: Nicki Minaj, Billy Ocean

Per i feticisti di sensualità stravagante, l’isola caraibica Trinità offre un misto ondulante e melodico di dialetti pan-africani, francesi, spagnoli, creoli e hindi che, quando si uniscono alla lingua inglese, generano una bomba di sensualità.

Assomiglia a: una zattera di gomma che sale e scende su un mare di percussioni d’acciaio.

10. Portoghese Brasiliano

Parlanti famosi: Alice Braga, Anderson Silva

Forse per via della lontananza dall’influenza francese, l’accento portoghese brasiliano ha uno stile più colorato e infantile della sua più aspra controparte europea.

Le vocali sovrastanti, quasi ululate, rivelano una provocante libertà di spirito che suggerisce un senso di vacanza perenne.

Assomiglia al:  vicino e poi lontano, e poi ancora vicino brusio di un aspirapolvere a bassa potenza che scorre sul sudore di ballerini.

9. Americano del Sud

Parlanti famosi: Matthew McConaughey, Jennifer Lawrence

Non c’è niente di sexy nell’andare di fretta, e potresti cronometrare il tasso di crescita dell’erba con la dolce parlata lenta di una bella girl o di un boy del sud.

Assomiglia a: la melassa in pausa sigaretta

8. Parlanti famosi scozzesi: Ewan McGregor, Rose Leslie

Alcune delle voci strangolate che si sentono rimbombare nei pressi di Glasgow potrebbero definirsi una calamità naturale, ma in angoli meno industriali della Scozia, voci melodiche riescono a realizzare un’intera ottava con un solo “aye”, che si poggia come pioggia leggera su una zampogna tiepida.

(…)

Assomiglia: a un gatto scozzese che viene accarezzato.

7. Irlandese

Parlanti famosi: Colin Farrell, Andrea Corr

Leggermente più attraente negli uomini che nelle donne, la cadenza irlandese ha una dizione melodiosa e lirica, quasi esotica, assolutamente affascinante.

Fluida e allegra, può variare dal vulnerabile al minaccioso nel corso di una singola frase, ripristinando la tua fiducia nel mondo… prima che ti accoltelli con una bottiglia rotta.

Assomiglia a: folletto predatore

6. Nigeriano

Voci famose: King Sunny Ade, Omotola Jalade Ekeinde

Solenne, con giusto un tocco di candore intenzionale, i profondi e ricchi ‘oh’ ed ‘eh’ del nigeriano piegano la lingua inglese senza spezzarla, causando fremiti in posti che le altre lingue non riescono a raggiungere.

Assomiglia a: la 20th Century Fox al Cinema, suonata con i denti

5. L’inglese della regina

Voci famose: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley

Autorevole.

Retta.

Erudita.

Istruita.

Ben pochi accenti mostrano la nobiltà dell’inglese della regina.

Assomiglia a: Una maglietta stirata attentamente suonando un’arpa.

4. Ceco

Voci famose: Petra Nemcova, Jaromir Jagr

Proprio come il russo, ma senza la repellente storia del brutale dispotismo dal pugno di ferro, il ceco ha uno stile vocale corposo che sta bene con quasi tutti i tipi di carne.

Torbido e misterioso, il tono bohémien è in parti uguali desiderio carnale e manovalanza carnevalesca.

Assomiglia a: Conte Dracula, agente segreto

3. Spagnolo

Voci famose: Javier Bardem, Penelope Cruz

Sensuale e invitante, ma con la passione di scatenare l’inferno contenuto a malapena, il castigliano è come la diga di Hoover.

E poi c’è la zeppola: tenera, vulnerabile e carina come la pelle di un bambino (nessuno sa pronunciare il suono ‘th’ come coloro che masticano la lingua di Cervantes).

Assomiglia: ad un motore fuoribordo sul Lago Paella

2. Francese

Voci famose: Marion Cotillard, Jean Reno

L’allettante aria di superiorità e il fiero disinteresse della lingua francese rimangono paradossalmente erotici.

Assomiglia ad:  un adolescente di trent’anni

1. Italiano

Voci famose: Monica Bellucci, Alessandro Del Piero

Grezzo, senza filtri, l’accento italiano è un vocalorgasmo che riflette lo spettro dell’esperienza italica: il fuoco dei suoi bellicosi inizi… i romanzi del Rinascimento…l’assenza di un qualcosa che assomigli ad un governo, dai tempi di Cesare in poi.

Insaziabili, predatori e possessivi, sesso è la loro seconda lingua.

Traduzione a cura di Teti M.

Per l’articolo integrale in lingua originale: http://edition.cnn.com/2014/09/17/travel/sexy-accents/8

Ambaradàn

È un sostantivo maschile invariabile, senza plurale, che ha assunto il significato di “grande confusione”, “gran pasticcio”. A Roma, a Genova, a Mestre e a Padova ci sono strade che portano quel nome, e in Piemonte persino una casa editrice ha scelto di chiamarsi in quel modo. Anche un’antica filastrocca di origine latina, ambarabà ciccì coccò, diventa, talvolta, nella bocca dei bambini, ambaraban o ambaradan ciccì coccò. Insomma, si tratta di un termine giocoso, un po’ infantile, un po’ esotico e un po’ formula magica.

Ma per capire l’origine dell’espressione, spesso usata senza voluti riferimenti storici, occorre andare indietro di qualche anno, e recarci ad Amba Aradam, imponente bastione montano, alto circa 2750 metri, lungo 8 chilometri in direzione est-ovest e largo 3 chilometri in direzione nord-sud, che nel 1936, costituiva, nel bel mezzo della guerra Italo Etiopica, il centro e il perno della difesa nemica.

All’inizio degli anni ’30, l’espansione coloniale era uno dei temi fissi nell’agenda del governo italiano. Dopo la Libia e la Somalia, non restava molto da conquistare. Le Nazioni occidentali avevano già portato a compimento un programma coloniale arrivato a toccare l’85% delle terre emerse. In pratica, il mondo intero. All’inizio del XX secolo, in tutta l’Africa, erano indipendenti solo Etiopia e Liberia. Tra le due, l’Etiopia sembrava essere quella meno difesa e quella più alla portata dei nostri appetiti e apparati militari. Permetteva, inoltre, di unire Eritrea e Somalia, già in mano italiana.

In Africa venne schierato un imponente esercito, composto forse addirittura da 500.000 uomini. In meno di sette mesi venne completata l’occupazione del Paese. Il 9 maggio 1936 venne finalmente proclamato l’Impero italiano. Come è recentemente avvenuto in Iraq, la guerra in Etiopia continuò ancora per anni.

Ecco i fatti: un gruppo di ribelli, o “partigiani” (a seconda dei punti di vista) venne intercettato dall’aviazione italiana. Non era un vero e proprio contingente militare, ma un convoglio di vettovaglie, vecchi, donne e bambini; si trattava dei familiari dei combattenti. Alla vista degli aerei, molti di loro si rifugiarono nelle grotte. Il luogo era impervio, difficile da conquistare. Gli Italiani decisero allora di usare l’irpite, un agente chimico messo al bando dalla Convenzione di Ginevra del 1925, dopo che erano emersi gli effetti devastanti verificatisi nel corso della I^ Guerra Mondiale. Chimicamente, si tratta di tioetere del cloroetano, un liquido di colore bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape, il quale, vaporizzato nell’aria, penetra sotto la cute anche attraverso tessuti impermeabili all’acqua.  L’Amba Aradam divenne così un’enorme bara.

 

FONTI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-italo-etiopica_(Enciclopedia_Italiana)/

http://dizionaripiu.zanichelli.it/parola-del-giorno/2008/03/31/la_parola_del_giorno__ambaradan/

http://www.socialnews.it/articoli/ambaradan-la-memoria-corta-delloccidente/

La Cuccagna

Cuccagna s. f. [dal lat. mediev. Cocania «paese dell’abbondanza», nome prob. foggiato con una voce germ. indicante dolciumi (cfr. ted. Kuchen «dolce, torta») e la terminazione –ania di nomi di regione]. –

Luogo favoloso ricco d’ogni cosa piacevole e di facile godimento, secondo una fantasia d’origine non sicura, che domina, in forma burlesca, nella letteratura del medioevo e agli inizi dell’età moderna. Per estens., luogo pieno d’ogni ben di Dio, grande abbondanza d’ogni cosa, vita piacevole e allegra: hanno trovato la c.!; è finita la c.!; godersi la c.; era già da cinque mesi che durava questa bella c. di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola (Collodi).

Nelle varie lingue, il paese assume vari nomi: in Francia si chiama “Cocagne”; in Gran Bretagna “Cockaigne”, in Spagna “Cucaña”.

Esempio di un simile paese, anche se non indicato con questo nome, lo si trova già nella commedia greca i “Minatori” dove Ferecrate, commediografo del V secolo a.C., nel descrivere la vita felice dei morti, accenna ad un paese che si trova negli inferi dove ci sono “fiumi pieni di polenta e di brodo nero”.

L’eterna fame del povero, dello sfruttato, è il motore immobile che spinge sulle vie della leggenda: il regno del Prete Gianni, l’India Pastinaca, l’Arabia della Fenice, la Crociata degli Straccioni così simile al Paradiso Terrestre. E poi, naturalmente, Bengodi e tutte le sue variazioni, su su fino alla “Merica” otto-novecentesca e al Paese dei Balocchi, versione infantile dell’estremo bisogno che ha l’uomo di ritrovarsi cittadino irresponsabile, e proprio per questo felice, dell’Età dell’Oro.

Cuccagna insomma, una sorta di Eden gastronomico e del dolce far niente. Mito diffusissimo nelle letterature popolari di tutto il Nord-ovest d’Europa più Russia, Slovenia, Africa, America Latina e Medio Oriente, la capitale di ogni leccornia gratuita a portata di mano è un non-luogo chiaramente situato nell’io collettivo al di là del tempo e dello spazio, un mito ghiottone che dura nel tempo e che ogni tanto salta fuori come un fiume carsico di delizie.

Cuccagna, nell’omonima fiaba francese duecentesca si affaccia per la prima volta al mondo sotto il nome di Coquaigne. L’autore affermava d’essere andato per penitenza dal papa e di essere stato da questo inviato al Paese di Cuccagna nel quale “le case son fatte di pesci, di salsicce e d’altre cose ghiotte, i campi son recintati con pezzi di carne arrosto e spalle di maiale, le oche grasse si vanno avvolgendo per le vie arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda a cui ognuno può assidersi liberamente e mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso e mezzo di vino bianco. In questa terra il mese è di sei settimane e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni”.

Con il passare del tempo, il mitico Paese di Cuccagna si arricchisce sempre di più di meraviglie e delizie. A Cuccagna – di volta in volta citata anche come Bengodi – è sempre primavera, vi scorrono fiumi di latte e miele, gli alberi hanno appese vesti al posto dei frutti, gli asini sono legati con le salsicce e, come nelle favole, l’oca fa le uova d’oro e il pentolino magico sommerge un intero paese di farinata dolce.

Anche i più grandi prima o poi finiscono con l’intrigarvisi. Giovanni Boccaccio, nella terza novella della ottava giornata del Decameron, quella celeberrima di Calandrino e l’elitròpia “giù per lo Mugnone”: Maso rispose che [le pietre di elitròpia, che rendevano invisibili] si trovavano in Berlinzone, terra de’ Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua, – un passo dove, sia detto per inciso, la menzione di un parmigiano non ancora sottoposto a marchi e irregimentato in consorzi è la prima in assoluto della storia.

Sempre più ridotto nel tempo a un semplice fatto gastronomico (un chiaro segno delle difficoltà alimentari venutosi a creare dopo il XVI secolo), il mito di Cuccagna-Bengodi comincia a scolorire nell’inconscio collettivo e si riduce pian piano a una semplice leggenda tuttalpiù da rispolverare ogni tanto.

Eppure la sua importanza resta grande. Nella sua rappresentazione dettagliata di un prosaico e dilettevole Paradiso Terrestre, Bengodi-Cuccagna ricalca il desiderio di rivincita delle masse affamate di ottenere almeno qualche volta durante lo spazio della vita tutto e in abbondanza. Assimilato pian piano nel Carnevale – in cui finisce per identificarsi – vi trova il suo principale veicolo di diffusione e di realizzazione temporanea in armonia con le funzioni di rifondazione del tempo e dei cicli produttivi assieme alla grande via di sfogo tradizionalmente rappresentata da questa festa.

Tra le descrizioni più complete del Paese di Cuccagna fatte da autori italiani si ricorda la “Historia nuova della città di Cuccagna”, scritta alla fine del’400 da Alessandro da Siena, dove con grande efficacia vengono descritti tutte le raffinatezze di un paese ricco di meraviglie del palato e anche di piaceri differenti.

In “Piazza universale di tutte le professioni e i mestieri”, Tommaso Garzoni, sempre nel ‘500, ci presenta il Paese di Cuccagna come una storia inventata che i viaggiatori raccontano ai creduloni per rendere più avvincenti i loro racconti di viaggio.

A partire dal XVI secolo, in varie stampe e incisioni, comincia a comparire l’albero di Cuccagna fornito di ogni ben di Dio, situato presso la porta del Paradiso e talvolta come elemento centrale della scena. Il popolo vi balla intorno, tra i rami i beni della Fortuna, dalle corone reali agli strumenti musicali alle specialità gastronomiche, pendono come il frutto non più proibito di un Eden finalmente riconquistato. E così via, su su fino alle piazze e ai sagrati di provincia, con il palo ingrassato e preso d’assalto da scalatori attirati da prosciutti, dolci e leccornie alla sommità.

Nella seconda metà del Seicento Ippolito Neri, nel suo poema eroicomico intitolato “La presa di Sanmiato”, in mezzo a tanti eventi pseudostorici e fiabeschi, lascia uno spazio al Paese di Cuccagna che, come da tradizione, appare sede di delizia sia per il palato che per il ventre.

Un altro romanzo che presenta la citazione del paese di cuccagna è “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.

“Ma dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide appiè di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedistallo certe cose sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco d’un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. ma Renzo non ardiva creder così presto a’ suoi occhi; perché, diamone! non era luogo da pani quello. «Vediamo un po’ che affare è questo» disse ancora tra sé; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennità. «è pane davvero!» disse ad alta voce; tanta era la sua maraviglia: «così lo seminano in questo paese? In quest’anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? che sia il paese di cuccagna questo?»…..

Sempre nell’800 anche i fratelli Grimm nelle loro fiabe descrivono con grande efficacia lo stile di vita che regna nel paese della Cuccagna:

«Vidi un tiglio bello e grande su cui crescevano le focacce calde. Vidi una vecchia capra rosicchiata, che si portava addosso cento cani di strutto, centosessanta con il sale e il tutto. Ebbene ho visto un campo tutto arato senza buoi nè cavalli … Poi ho sentito i pesci fare un gran chiasso che rimbombava in cielo, e un dolce miele colava con acqua da una profonda valle su per un alto monte… E c’erano due cornacchie che falciavano un prato… e, fuor dal pantano due rane che insieme battevano il grano».

Nel 1890 Matilde Serao pubblica un romanzo intitolato “Il paese di Cuccagna” nel quale descrive con grande precisione la vita dei napoletani che cerca di cogliere nelle loro passioni e abitudini soprattutto mettendo in risalto l’atmosfera caotica e allegra della città, simile al paese di cuccagna esaltato dalla tradizione.

 

FONTI:

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/contemporanea/comunicazione/bengodi-paese-della-cuccagna.html

http://www.treccani.it/vocabolario/cuccagna/

L’Arabo nell’Italiano


a cura di Alessandro Gori
Che la lingua araba, dal Medio Evo fino ai giorni nostri, abbia svolto un rilevante influsso sull’italiano così come su molte altre lingue neolatine (in particolare spagnolo e portoghese), è fatto ben noto. Il risultato concreto, evidente a tutti, di questa influenza lunga di secoli si ha nei cosiddetti prestiti arabi in italiano, cioè in quelle parole entrate a fare parte integrante del vocabolario dell’italiano, ma per le quali gli studiosi hanno rintracciato un’origine araba.

Se cerchiamo di definire brevemente, guardando ad una dimensione storica più ampia, i motivi che hanno portato alla penetrazione di parole arabe in italiano standard e nei vari dialetti, possiamo delimitare almeno quattro diverse cause, distinte ma collegate tra loro.

Il primo e più evidente, ma non necessariamente più importante, motore dell’afflusso di arabismi in italiano deve essere individuato nel fatto che, dall’ottavo alla fine del quindicesimo secolo, delle compagini statuali arabo-islamiche (e berbero-islamiche) governarono, con un’estensione territoriale mutevole, la penisola iberica e, per il periodo dall’827 al 1091, anche la Sicilia. Ovviamente, in quei territori di lingua romanza che si erano trovati sotto il governo diretto degli arabi, l’influenza della lingua araba dovette essere di necessità molto profonda.

In secondo luogo, però, bisogna ricordare che, al di là dello spazio geografico e del lasso cronologico in cui esercitarono un loro dominio effettivo in regioni a prevalente cultura latina, i differenti stati arabi hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nell’intreccio delle reti commerciali che hanno legato le sponde del Mediterraneo durante il medioevo e fino all’era moderna. Perciò, anche i contatti tra i mercanti arabi ed italiani hanno favorito la diffusione nella nostra lingua di numerosi elementi lessicali presi a prestito dall’arabo.

Accanto ai rapporti espressamente mercantili, anche le varie Crociate, la cui organizzazione e realizzazione fu, come tutti ben sanno, il risultato di un complesso di fattori tra i quali, oltre a quelli militari e religiosi, non mancavano quelli economici e commerciali, hanno probabilmente contribuito in maniera non secondaria all’arrivo di termini arabi in Occidente.

Infine, oltre a queste tre vie di trasmissione dei prestiti che possiamo considerare dirette, è necessario menzionare il fatto che un buon numero di parole di origine araba è penetrato in italiano in maniera per così dire indiretta e mediata, attraverso le traduzioni in latino, o, meno spesso, in un qualche volgare italiano, di un gran numero testi filosofici, astronomici, matematici e tecnico-scientifici redatti originariamente in arabo.

Sulla base di questo schizzo storico molto generale possiamo individuare tre vie principali di penetrazione degli arabismi in Italia:

  • i territori che sono stati sotto il governo diretto degli arabi (Sicilia, penisola iberica);
  • le rotte commerciali marittime e terrestri, in particolare quelle che avevano come termine le città marinare;
  • le Università ed i centri di cultura dove si elaboravano i testi e si divulgavano le conoscenze nelle materie tecnico-scientifiche e filosofico-umanistiche.

Parlando più direttamente ed in modo conciso della penisola italiana, si può affermare che la Sicilia, per il suo essere stata sotto il governo diretto di diverse dinastie arabe e berbere, offre un gran numero di arabismi nei dialetti locali, ma non sembra essere stata un veicolo particolarmente importante di prestiti arabi nella lingua nazionale standard.

Pensando proprio all’italiano e non ai dialetti, il ruolo delle città marinare, e soprattutto di Pisa, Genova e Venezia, fu in realtà molto più rilevante di quello svolto dalla Sicilia. Nella maggioranza dei casi è infatti possibile accertare che gli arabismi dell’italiano sono entrati nella nostra lingua standard passando per una o più di queste città, che avevano degli scambi commerciali intensi e continuati con il mondo arabo.

Talvolta, però, non è facile individuare per quale via sia entrato in italiano un termine di origine araba. Così tramite Venezia è giunto forse all’italiano corrente la parola facchino e via Pisa invece è probabilmente arrivato ragazzo. Esiste inoltre un caso in cui la stessa identica parola araba è penetrata in italiano assumendo due forme e significati differenti, perché passata contemporaneamente da due vie di ingresso diverse: così darsena entrata via Genova e Pisa e arsenale arrivata a Venezia derivano in realtà dalla stessa parola araba, dar al-sina‘.

Volendo fornire una classificazione semantica generale dei prestiti arabi, si può dire che essi hanno per lo più un senso concreto, dato che si tratta in massima parte di parole della marineria, della mercanzia, di prodotti oggetto di scambio commerciale, di piante, frutti e di elementi del lessico tecnico, scientifico e matematico. Molto pochi sono invece i nomi astratti, gli aggettivi ed i verbi.

Lungo il percorso seguito dalle singole parole arabe per arrivare fino alla nostra lingua nazionale, hanno ovviamente avuto luogo vari e spesso complessi fenomeni di modificazione fonetica, che hanno cambiato, molto spesso radicalmente, la forma che il vocabolo possedeva originariamente in arabo. Soprattutto sono stati esposti ad una naturale evoluzione fonetica nel passaggio dall’arabo all’italiano i fonemi faringali e faringalizzati, uvulari e laringali della lingua araba: essi sono andati sempre del tutto perduti, data la loro difficoltà di adattamento al sistema fonetico italiano.

Anche semanticamente i prestiti arabi hanno subito molto spesso un’evoluzione, per cui il senso originario della parola araba è stato più o meno fortemente mutato da processi di degradazione semantica o di semplice spostamento di significato.

Si fornisce qui di seguito un elenco delle più comuni parole italiane di origine araba, ordinate per ambiti semantici.

 

LESSICO MILITARE, MARINARESCO E COMMERCIALE

Aguzzino. Dall’arabo al-wazīr, originariamente significante ministro, con degradazione semantica.

Alfiere. Sia nel senso di “portabandiera” che nel senso, da esso derivato di “pezzo del gioco degli scacchi movibile in senso diagonale lungo le caselle di uno stesso colore”. L’etimo è nello spagnolo alférez, che a sua volta viene, in ultima analisi, dal vocabolo arabo al-fīl “elefante” (entrati in arabo dal persiano pīl).

Ammiraglio. La voce ammiraglio trae origine dall’arabo amª°r (comandante, principe, governatore) passato attraverso il grecoamerâs (già in Eginardo, Vita Caroli); sulla specializzazione marinaresca della parola, già Michele Amari affermò che sarebbe avvenuta in Sicilia, alla corte dei Normanni (di qui passata alle altre marine europee).

Ascaro. Soldato indigeno delle vecchie truppe coloniali europee, specialmente quelle italiane in Eritrea e Somalia direttamente dall’arabo ‘askarī “soldato”, su cui è stato ricostruito il singolare maschile italiano ascaro.

Assassino. Deriva dalla parola araba hashishiyya o anche hashshashiyya, che significa letteralmente fumatore di hashish. Il termine fu usato per indicare gli adepti del gruppo ismailita dei Nizariti di Alamut in Persia, che seguivano con obbedienza cieca il loro capo noto come “il Veglio della Montagna”. Gli aderenti alla setta avevano costituito una sorta di organizzazione terroristica ante litteram, per realizzare azioni violente e assassini politici in vari paesi del Vicino Oriente. Si dice che, prima di andare a compiere simili imprese, i membri del gruppo si inebriassero, fumando cospicue quantità di hashish: da qui la denominazione, dalla connotazione denigratoria, di hashishiyya che fu loro attribuita. L’uso del termine è stato poi esteso ad indicare l’omicida, senza particolari attributi.

Cassero. Il termine, che indica la parte più elevata e munita di un castello, si riconnette all’arabo qasòr, castello, che deriva dal greco bizantino kástron, a sua volta proveniente dal latino castrum, castello, fortezza.

Dogana. Dall’arabo diwan(a), libro dove si segnavano le merci in transito.

Facchino. La voce è stata a lungo ritenuta di origine francese. Più persuasiva la soluzione proposta da Pellegrini che fa risalire il termine alla parola araba faqª°h, in origine giureconsulto, teologo, passata poi ad indicare il legale chiamato a dirimere questioni relative alla dogana (accezione questa chiaramente attestata nello Zibaldone da Canal: “tuti quelli che porta ollio in Tonisto [= Tunisi] si lo convien desvasselar e farllo metere in çare e non se può far se lli fachini del fontego de l’oio non è susso per vederllo inçarar”). La degradazione semantica da ufficiale di dogana a portatore di pesi sarebbe avvenuta nei secoli XIV-XV, quando, in seguito alla grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe (e effettivamente in un testo latino medievale del Cadore del XVI secolo e in un documento latino medievale di Venezia del 1458 la parola fachinus sembra indicare un mercante), che essi stessi trasportavano di piazza in piazza sulle proprie spalle.

Fondaco. Dall’arabo funduq, alloggiamento per mercanti, a sua volta derivato dal sostantivo gr. pandochêion, locanda.

Magazzino. Dalla parola araba di forma plurale makhāzin, depositi.

Ragazzo. E’ una voce sulla cui origine si è molto discusso. Tra le molte proposte avanzate, oggi generalmente accettata dagli studiosi è la provenienza araba del vocabolo che deriverebbe dalla parola raqqa¯sò. Raqqa¯sò, nel Magreb, significa corriere che porta le lettere, messaggero (dal secolo XIII) ed è un termine molto probabilmente penetrato dalla Sicilia in Italia (o attraverso la terminologia della dogana). Da notare che alcune testimonianze latine ( ragaceni, 1408, a Cividale; ragazzini, 1492 a Faenza) non rappresentano un diminutivo, ma il regolare plurale arabo di raqqa¯sò, cioè raqqa¯sòª°n.

Sensale. Dall’arabo simsa¯r, mediatore, derivato a sua volta dal persiano sapsa¯r.

 

INDUMENTI E LESSICO DEL VESTIARIO

Caffet(t)ano. Termine derivato direttamente dall’arabo quftān.

Cremisi. Nelle sue vare accezioni ha la sua origine nell’aggettivo arabo qirmizī “del colore della cocciniglia”, derivato dal vocabolo qirmiz “specie di cocciniglia” (a sua volta dal persiano kirm “verme”),

Gabbana. Parola derivata dal vocabolo arabo qabā’ “tunica da uomo dalle maniche lunghe”, entrato simultaneamente in Italia e in Spagna.

Giubba. Voce che ha la sua origine direttamente nella parola araba ğubba “sottoveste di cotone” di vasta diffusione romanza, ma soprattutto italiana.

Ricamare. Dall’arabo raqama, raqqama “ricamare, tessere una stoffa”, al quale restano fedeli molte varianti antiche e dialettali con rac- iniziale. Le corrispondenti forme francesi e spagnole sono state introdotte dall’Italia, che deve considerarsi il centro europeo di diffusione del ricamo, incrementata a Palermo intorno al Mille.

Scarlatto. Voce di origine persiano-araba saqirlat “abito tinto di rosso con cocciniglia”, a sua volta formato sul greco dal bizantino sigillátos, ricalcato sul latino (textum) sigillatum.

SUPPELLETTILI

Baldacchino. Dall’arabo bagdādī, aggettivo con il senso di “di Bagdad”, che già in Levante significava tanto una “stoffa preziosa di Bagdad” quanto “ornamento a forma di cupola, che sovrasta qualche cosa”.

Caraffa. Dall’arabo magrebino garrafa “vaso cilindrico di terra cotta con una o due orecchie”: forse c’è stata contaminazione con un’altra parola araba, qaraba, “bottiglia di vetro a grosso ventre”.

Giara. Parola forse entrata in italiano tramite lo spagnolo jarra o, meglio considerata la cronologia, direttamente dalla sua origine, l’arabo ğarra.

materasso. Dall’arabo matrah dalla rad. taraha “gettare”, cioè “luogo dove si getta qualcosa”, ad esempio un “tappeto sul quale coricarsi”. La parola compare quasi contemporaneamente in Italia, Francia, Germania e Inghilterra, ma l’ipotesi più probabile e che il punto primo di diffusione, necessariamente meridionale, sia stato l’Italia.

Tazza. Dalla parola araba tāsa, giunta in tutto l’occidente verosimilment dai porti del Levante.

Zerbino. G. B. Pellegrini ha per primo riconosciuto l’origine ultima della parola nella voce araba zirbiyy “tappeto, cuscino”, trasmessa all’italiano standard probabilmente attraverso l’italiano regionale ligure.

LESSICO DELL’ARTE

Lacca. Nel senso di “sostanza colorata di origine vegetale, animale o artificiale, usata come rivestimento protettivo od ornamentale di vari oggetti”, è parola probabilmente derivata dall’arabo lakk, parola entrata in arabo tramite il persiano, e che trova la sua origine nell’indiano laksa.

Ottone. Una delle etimologie proposte ma soggetta a discussione lo riconnete con l’arabo latūn, a sua volta derivato dal turco altun/altın “oro”.

Tarsia. Il termine che indica una “tecnica decorativa in legno o pietra, consistente nell’accostare elementi di vario colore commettendoli secondo un disegno prestabilito” e l’opera ottenuta con tale tecnica”, deriva direttamente dalla voce araba tarsī‘, forma infinitiva del verbo rass‘a “ornare”.

 

ALBERI DA FRUTTO, ORTAGGI, SPEZIE

Albicocco. Dal vocabolo arabo collettivo al-barqu¯q, con variante fonetica (birqu¯q), che significa prugne, susine.

Arancio. Dall’arabo na¯rangÍ, vocabolo di origine persiana. In italiano la parola ha subito la caduta della n- ritenuta parte dell’art. (*un narancio > un arancio; la forma narancio è attestata nell’Ariosto e in alcuni dialetti, ad es. a Venezia troviamo naranza).

Carciofo. Dal vocabolo arabo di senso collettivo hursÍu¯f .

Limone. Dall’arabo e persiano limun, a sua volta derivato probabilmente da una lingua orientale. Arrivò in Occidente insieme al frutto, durante le Crociate.

Marzapane. Contemporaneamente ed indipendentemente due studiosi, R. Cardona e G.B. Pellegrini, hanno esattamente individuato nel nome della città indiana di Martaban il punto di partenza della dibattuta storia del termine: l’arabo martaban designò, dapprima, un tipo particolare di vaso di porcellana, proveniente da quella città (cfr. massapanus nel latino medievale della Curia romana, 1337, e marzapani che, con varianti, s’incontra in inventari siciliani del 1487 e 1490: Lingua Nostra XV, 1954, 72, poi la confettura di zucchero e spezie, che quello solitamente conteneva (martabana in una lettera da Aleppo, scritta nel 1574 da un mercante veneziano e citata da G.B. Pellegrini).

Zafferano. Voce entrata in italiano dall’arabo za‘faran, forse con un tramite veneziano.

Zagara. Dall’arabo zahra “fiore” e, in particolare nei dialetti dell’Africa settentrionale, “fiore d’arancio”.

Zibibbo. Voce diffusasi dall’arabo zabª°b, forse dalla variante fonetica egiziana zibª°b.

LESSICO DELL’ASTRONOMIA E DELLA MATEMATICA

Algebra. E’ voce introdotta in Occidente da Leonardo Fibonacci col celebre Liber Abbaci (1202) e risale all’arabo ‘ilm al-gÍabr wa al-muqa¯bala, scienza delle riduzioni e comparazione (opposizione).
Algoritmo. Il termine, che come nome comune indica un procedimento di calcolo, deriva dal nome proprio del matematico al-Khwarizmi, che a sua volta significa nativo del Kwarizm, regione dell’Asia centrale.

Almagesto. Il vocabolo italiano, che significa libro di astronomia, rappresenta la forma araba al-Magisti del titolo dato all’opera astronomica di Tolomeo Megiste Syntaxis Mathematikes.

Almanacco. L’etimo è dall’arabo al-mana¯hŠ, clima, calendario.

Azimut. Termine del lessico astronomico che indica l’angolo tra il circolo verticale di un astro e il meridiano del luogo di osservazione. Deriva dallo spagnolo acimut, a sua volta dall’arabo al-sumut, forma di plurale fratto del singolare samt, strada, erroneamente sentito come parola al singolare.

Come si nota da queste cinque parole, molto spesso, ma meno frequentemente che in spagnolo, la parola araba è stata accolta in italiano nella sua forma determinata, cioè con la concrezione dell’articolo determinativo arabo al-.

Cifra. Come per la parola zero l’origine è da ritrovare nell’arabo sòifr, propriamente aggettivo col significato di vuoto (cioè assenza di unità). Anche cifra, infatti, indicava originariamente lo zero e ancora nel 1740 il matematico Guido Grandi oppone cifra (cioè zero) a unità.

Nadir. Dall’arabo nazir, (punto) opposto (allo zenit)

X, segno per indicare l’incognita. In ultima analisi deriva dalla parola araba sÍay’, cosa, la cui lettera iniziale(da pronunciarsi sh, fricativa palatale sorda) era usata come abbreviazione per indicare l’incognita nei testi arabi di algebra. In spagnolo antico (come ancor oggi in portoghese) il suono sh era scritto con la lettera x e quindi anche la dell’incognita divenne x. L. Fibonacci nel suoLiber Abbaci seguì questo uso grafico e lo diffuse definitivamente.

Zenit. Il termine deriva dall’arabo samt al-ru’us, direzione delle teste. La parola indica il punto in cui la verticale che passa per un punto di osservazione incontra la sfera celeste.

Zero. L’etimologia è dall’arabo sòifr, vuoto, calco sull’aggettivo sanscrito s¢u¯nyá, vuoto, che i matematici indiani, e sul loro esempio poi gli Arabi che trasmisero la parola, col nuovo significato, in Occidente, usavano per indicare lo zero. Leonardo Fibonacci latinizzò tale voce in zephirum, che poi, nelle fonti italiane, diventò zefiro, zefro e quindi zero (documentato dal 1491). Un adattamento della parola araba più vicino all’originale è quello dello spagnolo cifra, italiano cifra (francese chiffre, tedesco Ziffer) col valore di segno numerico.

 

LESSICO DELLA CHIMICA

Alambicco. Dall’arabo al-anbiq, a sua volta derivato dal greco ámbix, tazza.

Alcali. In chimica indica i sali di potassio e di sodio. La parola deriva dall’arabo al-qaly, soda.

Alchimia. Attraverso il basso latino chimia, alchimia (forma con l’articolo arabo), scienza occulta che ricercava la pietra filosofale, risale all’arabo al-kimiya¯’, pietra filosofale (a sua volta tratto da una voce copta chama, nero, oppure dal greco chyméia , mescolanza di liquidi).
Alcol. Il vocabolo deriva dall’arabo di Spagna kuhòul, polvere finissima per tingere le sopracciglia, ed aveva originariamente due significati: il primo, più conforme all’etimo arabo, è quello di polvere finissima di solfuro d’antimonio o di solfuro di piombo, adoperata in Oriente per tingere di nero le ciglia, le palpebre e le sopracciglia. Poi, gli alchimisti avevano generalizzato il senso della parola in quello di polvere impalpabile. Paracelso arbitrariamente estende ancora il significato, portando il vocabolo a significare elemento essenziale, nobilissimo; per lui alcohol vini è dunque lo spirito di vino. È molto probabile che la voce sia giunta a noi attraverso il francese, ove è attestata dal XVI secolo.

Elisir. In italiano indica un liquore dalle proprietà corroboranti. L’etimo è dall’arabo al-iksir, pietra filosofale efficace anche come medicamento in forma di sostanza secca. L’origine ultima è infatti il greco xerós, secco.

PAROLE VARIE

Bizzeffe. Nella locuzione avverbiale a bizzeffe nel senso di “in grande quantità, a iosa”; direttamente dall’arabo magrebino bizzaf, “molto, in abbondanza” .

Garbo. L’ipotesi più accreditata, anche se non l’unica, è di una derivazione dall’arabo qalib ‘modello’, che spiegherebbe tanto le accez. più ant. (‘forma (dei pezzi di costruzione) di una nave’, attestata tardivamente – 1602, B. Crescenzio – nei testi it., ma molto prima in quelli dial. – come il gen. ga(r)ibu nel sec. XIII: E. G. Parodi in AGI XVI, 1902-05, 141 –, tenuti dal Diz. mar. stranamente separati con doppia e diversa etim.), quanto le forme dial., come il calabr. gálipu (C. Salvioni in SR VI, 1909, 19).

Meschino. Direttamente dall’arabo miskīn (forse a sua volta di lontana ascendenza accadica) “povero, misero”, documentato in Spagna nel secolo X, in Francia nel successivo.

Scacco. Con ogni verosimiglianza il gioco ha avuto una storia simile a quella delle cifre “arabe”: come quest’ultime anch’esso è passato dall’India alla Persia e quindi nel mondo islamico, giungendo fino agli arabi di Spagna. La parola araba per scacchi è, infatti, di chiara origine indiana (shatranğ o shitranğ, proveniente etimologicamente dal sanscrito čaturanga “formato da quattro membra”, cioè i quattro pezzi del gioco). Essa è testimoniata ancora nelle lingue iberiche: l’antico portoghese acedrenche e il moderno xadrez, lo spagnolo ajedrez. Nelle altre lingue europee il nome del gioco è stato ricreato dalla formula mista arabo-persiana che segna la conclusione del gioco: shāh māt, cioè “il re è morto, scacco matto”.

Zecca. Direttamente dall’arabo sikka “moneta, conio” e dār al-sikka “zecca”, lett. “casa della moneta”. Zecchino ne è l’aggettivo “(ducato nuovo) di zecca”, e sostituì il vocabolo ducato, che designò una moneta aurea ideale.

 

Bibliografia essenziale

  1. Battisti/G. Alessio, Dizionario etimologico italiano (DEI). Firenze, Barbèra, 1950-57
  2. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI). Bologna, Zanichelli, 1979-88 (e successive ristampe)
  3. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana. Firenze, Le Monnier, 1967
  4. Migliorini, Storia della lingua italiana. Firenze, Sansoni, 1960
  5. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia. Brescia, Paideia, 1972
  6. B. Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia. Palermo, Centro Studi filologici e linguistici siciliani, 1989
  7. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Bologna, Patron, 1982
  8. Zolli, Le parole straniere. Bologna, Zanichelli, 19912

FONTE:
http://www.cultura.toscana.it/intercultura/studi_materiali/orienti/arabismi.shtml

APPROFONDISCI:

http://www.treccani.it/enciclopedia/arabismi_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

Il Turpiloquio da Omero a Shakespeare

Se nella Divina Commedia non è raro imbattersi in parole popolari e realistiche, talvolta perfino oscene, è perché Dante, nel suo capolavoro, adotta la lingua fiorentina in tutte le sue varietà, anche le più basse. Proprio a queste scelte lessicali di Dante si deve il giudizio parzialmente negativo su di lui formulato nel Cinquecento da Pietro Bembo. Egli deplorava quelle discese dantesche verso il basso che noi moderni possiamo apprezzare.

Ma andiamo un po’ più indietro.

Da Omero in poi i grandi della letteratura non hanno disdegnato il ricorso all’epiteto forte. Anzi, sembrerebbe che alcuni si siano proprio divertiti a condire qua e là le loro opere con trivialità, sconcezze e un po’ di dissacrazione linguistica. Persino i greci amavano ironizzare sulla società del tempo e sui vizi dei potenti con un linguaggio colorito. Si prendano Archiloco, Eschilo o Sofocle. O il grande Aristofane, che nella commedia Gli Acarnesi fra molti passaggi coloriti ci dice: «Tu che al culo focoso il pelo radi, tanta barba, o scimmiotto, al mento avendo, cammuffato da eunuco, ti presenti?».

I Romani non erano certo da meno. Persino Cicerone non è estraneo a certe espressioni forti. Ma più di tutti il poeta e retore Giovenale, che intorno al 100 d.C. ci ha regalato con le sue Satire veri esempi di politicamente scorretto: «O ancora quando t’impone di farti in là gente che si guadagna i testamenti ogni notte, gente che la via più sicura oggi a far fortuna, la vulva d’una vecchia danarosa, porta alle stelle». E anche: «Non fidarti dell’apparenza: le strade sono piene di viziosi in cattedra. Condanni l’immoralità tu, proprio tu, che degli efebi di Socrate sei il buco più noto? Il corpo rozzo e le braccia irte di setole prometterebbero un animo fiero, ma dal tuo culo depilato, con un ghigno, il medico taglia escrescenze grosse come fichi». E così via.

Intorno al 1300 Dante è seguito poi da Boccaccio: «Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con la penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie» (Decameron).

Ma torniamo a Dante, il “sommo”, il poeta per eccellenza che si studia nelle scuole. Prendiamo la sua Divina commedia. Il canto XVII dell’Inferno, dove di parla della «sozza e scapigliata» Taide, «puttana… che là si graffia con le unghie merdose», e del suo vicino Alessio Inteminei: «E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, vidi un col capo sì di merda lordo, che non parëa s’era laico o cherco». Sempre nell’Inferno, il famoso verso: «Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta». Qualche libro dopo: «Già veggia, per mezzul perdere o lulla, com’ io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata pareva e ’l tristo sacco che  merda fa di quel che si trangugia».
Del resto, il “mangiare merda” è un simbolo ricorrente di ingordigia e avidità presente in Aristofane, PlautoRabelais, Swift, Sterne, fino all’ossessione “escrementizia” del buon Carlo Emilio Gadda. Il tema è sempre piaciuto assai, tanto che nel Seicento il letterato Tommaso Stigliani scrive Merdeide, un poema antispagnolo che recava come sottotitolo: Stanze in lode delli stronzi della Real Villa di Madrid. Piuttosto esplicito, sin dall’incipit: «D’una Villa Real i sporchi umori / Gran desio di catar m’ingombra il petto, / E come in vece di purgati odori / V’han li stronzi, e la merda albergo e letto». E finisce con altrettanta chiarezza: «E tu Villa real, fregio, e decoro / De l’Ibero terren, Donna del Mondo, / Già che rinchiudi in te si bel tesoro, / Tù non cadrai nel cieco oblio nel fondo / Muta nome per Dio, che più sonoro / Sarà il tuo vanto fetido & immondo, / E dì, pe i stronzi si famosi, e belli / Merdid ogn’un, no più Madrid, m’appelli» (citiamo dall’edizione canonica che comprende anche, fra altri, lo scritto Mentre Fillide vien baciata da Filleno, questa per dolcezze si lasciò scappare una Correggia).

Che dire di Pietro Aretino? A leggerlo vi è un profluvio di “cazzo” e “fica”. Anche Dante aveva usato quest’ultimo termine (sempre nell’Inferno: «Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche, /gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”), ma la sua forma più diffusa la dobbiamo all’Aretino, che la usa per la prima volta nella commedia Il Marescalco del 1533. A lui piaceva molto l’oggetto stesso ed è stato l’antesignano del Benigni d’antan: da Ampolla a Bersaglio, Faccenda e Fantasia, Buca e Scodellino, Grattugia e Vergigno, si contano quasi una trentina di metafore per indicare l’organo sessuale femminile. Poi sdoganato, insieme al corrispettivo maschile, nei Sonetti lussuriosi: «Fottiamci, anima mia, fottiamci presto / perché tutti per fotter nati siamo; / e se tu il cazzo adori, io la potta amo, / e saria il mondo un cazzo senza questo». Ancora: «Mettimi un dito in cul, caro vecchione / e spinge il cazzo dentro a poco a poco; / alza ben questa gamba a far buon gioco, / poi mena senza far reputazione». E non abbiam scelto nemmeno i passi peggiori.

Quasi al pari del poeta Giorgio Baffo, che scandalizzò la Venezia del Settecento con una continua ode alla “mona”, che tanto bene fa: «Notte e zorno ti fa miracoloni, / che l’acqua, che trà su la to fontana, / dà vita al cazzo, e spirito ai cogioni». Degno antesignano del miglior Belli, con La madre de le sante: «Chi vò chiede la monna a Caterina, Pe ffasse intenne da la gente dotta Je toccherebbe a dì: vurva, vaccina, E dà giù co la cunna e co la potta. Ma noantri fijacci de miggnotta Dimo cella, patacca, passerina, Fessa, spacco, fissura, bucia, grotta, Fregna, fica, ciavatta, chitarrina…».

Si potrebbe continuare con Shakespeare, de Sade, Hugo e Baudelaire fino a Céline, Artaud e Prévert (senza considerare i nostri italiani novecenteschi). Forse aveva ragione nell’Ottocento Carlo Porta, che diceva che qualsiasi linguaggio può esser bello o brutto a seconda di chi lo usa. Insomma, volgari non sono mai le parole stesse. Possono esserlo, ma dipende dalla maestria, l’intelligenza e la cultura di chi le usa.

Aveva proprio ragione Cesare Pavese quando scriveva che «nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo volgarità secondo che parliamo o pensiamo».

 

 

Elogio del turpiloquio. Letteratura, politica e parolacce
a cura di Romolo Giovanni Capuano
Nuovi Equlibri, 2010

Editore: Nuovi Equilibri (17 febbraio 2010)

Collana: Fiabesca

Lingua: Italiano

 

LE PAROLACCE NELLA DIVINA COMMEDIA:
https://www.yumpu.com/it/document/view/16263270/le-parolacce-nella-divina-commedia-dante-for-life

FONTI:

http://ladante.arte.it/guida-arte/ladante/approfondimenti/le-parolacce-della-commedia-e-la-bocciatura-di-bembo-4

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/

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